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I Maestri Comacini e la Massoneria: misteri e simboli

Simbologia Massonica

I Maestri Comacini e la Massoneria. Quanti segreti ci sono nascosti o anche evidenti, quanti simboli e quanta simbologia massonica ci passa sotto gli occhi tutti i giorni e ovunque, senza saperlo o inconsapevolmente ormai come abitudine quotidiana? Il dollaro americano, l’Euro. Uno dei simboli iniziatici di questa associazione etica e morale è lo scalpellino. Cerchiamo di capire, leggendo questo primo articolo pubblicato sul Topic di Globe “Arti” e scritto dalla Storica Anna Rita Delucca.

I Maestri Comacini e l’arte dello scalpellino

L’arte dello scalpellino proviene da epoche lontanissime ma non è mai stato un mestiere qualunque.

Le costruzioni più imponenti e monumentali si realizzavano con la pietra e in epoca feudale spesso si richiamavano apposite maestranze per svolgere le murarie per castelli, edifici monastici e di pregio.

Una di queste corporazioni era costituita dai Maestri Comacini, muratori /scalpellini provenienti dalla Lombardia e in particolare, si suppone, dalle zone comasche, (anche se non tutti gli studiosi sono concordi nel collocarne l’origine a Como poiché il termine ‘comacino’ potrebbe derivare anche dal latino ‘cum machinis’, con riferimento all’impalcatura o agli argani che essi utilizzavano per la costruzione degli edifici, oppure da ‘cum maciones’ ossia artigiani associati).

I Maestri Comacini attivi già dal VII secolo

I Comacini erano attivi sin dai secoli VII e VIII d.C.: citati sia nell’Editto di Rotari del 643, sia in quello di Liutprando del 713, erano però menzionati ben più anticamente, addirittura in una lettera di Plinio Cecilio all’imperatore Traiano in cui l’autore loda un Maestro Comacino per la costruzione di una “amenissima villa suburbana sul lago di Como”.

 Da ciò si presume che possano avere origine addirittura dai ‘Collegia’ romani i quali non erano altro che vere e proprie corporazioni in cui l’arte antica s’insegnava a porte chiuse nella ‘schola’ e nel ‘laborerium’ (non è un caso forse che nell’Appennino bolognese esista ancora oggi un antichissimo borgo denominato Scola, presso Grizzana Morandi, costruito, con grande probabilità, dai Maestri Comacini).

La Scola, borgo medievale a Grizzana Morandi sull’Appennino bolognese – Foto F.Malaguti

I precetti di Vitruvio

Nel 1893 lo studioso Giuseppe Merzario ipotizzò che applicassero i precetti di Vitruvio -seppure con l’aggiunta di particolari innovazioni- tramandandoli oralmente, dal momento che i libri di Vitruvio erano andati perduti e furono recuperati solo molto più tardi a Montecassino.

Furono i maestri del ‘Romanico Lombardo’ che ritroviamo tra l’XI e il XII secolo, anche in Piemonte e in Emilia (ad esempio nel duomo di Modena) e che influenzò gran parte dell’Italia. Ad Assisi esiste tuttora un edificio denominato ‘Casa dei Maestri Comacini ’.

Biella. Battistero (IX-X secolo)

Il governo longobardo tenne sotto la sua protezione la ‘casta’ comacina e poiché i Longobardi provenivano dalla Pannonia (regione slava) portavano con sé culti pagani orientaleggianti e anche dopo la loro conversione al Cristianesimo conservarono antichi usi religiosi che vennero adattati alla simbologia cristiana, come ad esempio il culto ancestrale del serpente, divenuto il demone tentatore del Giardino dell’Eden.

Il “nodo longobardo”

Il ‘nodo longobardo’ è presente in moltissime cattedrali romanico/gotiche, nelle colonne ritorte o spinate con decorazioni a spirale, forme vegetali intrecciate, figure geometriche o simboli anche di origine pagana e i Comacini furono eccellenti nel compito di adeguare queste simbologie ai canoni della religione cristiana.

Ad un certo punto  infatti, la loro  più sostanziosa committenza divenne proprio il clero ma si  mantennero sempre  ‘liberi muratori’ in  ‘liberi mestieri’  persino  quando il feudalesimo iniziò ad assumere gli aderenti  alle ‘professioni’ in pianta stabile: un privilegio importante ottenuto  grazie alla tutela della Chiesa e degli Ordini  monastico/cavallereschi  che,  tra l’altro,  attribuivano loro l’esenzione dal pagamento  delle tasse e permessi speciali per circolare liberamente in Italia  e in Europa.

Fabbri muratori Framassoni

Il fatto  che venissero  appellati  Maestri o Fratelli Comacini per la solidarietà e l’unione nell’impegno lavorativo, il fatto che venissero  chiamati fabbri Muratori o Framassoni, il fatto  che  si  riunissero in umili baracche attigue al  cantiere chiamate  logge per  ricevere le direttive del  Maestro o per giurare – da parte del  nuovo  apprendista operaio – di  rispettare le regole o i segreti del mestiere  o ancora, per apprendere le parole e i segni convenzionali di  riconoscimento, da una loggia  all’altra, durante i loro  viaggi di  lavoratori  emigranti e  in ultimo, il fatto che avessero  degli statuti  divisi in Articoli (destinati  ai maestri) e in Punti (desinati agli allievi),

ha condotto a  supporre  di   trovarsi   di  fronte agli antenati dei  ‘Liberi Muratori  della Loggia Massonica, pur non essendoci,  finora, materiale documentale sufficiente per comprovare questa teoria.

L’ organizzazione segreta

Attraverso la loro organizzazione segreta potrebbe aver trovato terreno fertile la trasformazione della massoneria da peculiarmente operativa (quella originaria) a prettamente speculativa e simbolica (quella odierna).

Ad avvalorare tale ipotesi è la data 24 giugno 1717, in occasione della quale venne proclamata in Assemblea la Gran Loggia di Londra che segnava la fine dei Maestri nomadi/costruttori e la vittoria dei borghesi sedentari insieme coi nobili oziosi.

In tal modo la vecchia fratellanza di mestiere, perdendo terreno, si trasformava in ‘speculativa’, non doveva più necessitare di martello o cazzuola, squadra o compasso, con la duplice funzione di strumento pratico e simbolico, ma ne restava soltanto il valore spirituale: non si dovevano più costruire edifici ma ‘uomini nuovi e perfetti’.

L’origine della Massoneria

L’origine della Massoneria va indagata dunque in più direzioni: dal punto di vista storico è da valutare soprattutto come terreno di ricerca; dal punto di vista dell’adepto, probabilmente è più che altro legata al valore della sua simbologia; la visione del profano invece, è -per forza di cose – offuscata dall’incomprensibilità della simbologia medesima e per ovvia conseguenza, spesso, giudicata bizzarra e confusa.

Nel territorio dell’Appennino bolognese i Maestri Comacini passarono in tempi remotissimi lasciando tracce ben visibili ancora oggi, nei portali delle abitazioni che edificarono, dove la rosa propiziatrice di fertilità è uno dei loro simboli più ricorrenti ma pure le date, le iniziali incise sulle case, iniziali che a quei tempi fungevano da numerazione civica.

Casa con simbolo della rosa comacina sulla porta – Tavernola di Grizzana Morandi (Bo)

La linea appenninica che dal nord consentiva di accedere fino al centro Italia permise loro di transitare lungo queste montagne per lavorare su commissione in  Toscana, particolarmente nel lucchese, nel pistoiese ed oltre. Non a caso nei monti che si trovano sopra a Sasso Marconi sulla collina bolognese, sono presenti da millenni, delle cave minerarie importanti per l’estrazione di materie prime.

Nei secoli passati era molto conosciuta ed utilizzata la pietra di Praduro e di Sasso, un’arenaria di tipo molassico, di colore giallognolo -ma di limitata resistenza- e pure la pietra di Vergato, di facile lavorabilità, un materiale di costruzione tipico, usato anche nel restauro del palazzo del Podestà, nella celebre Piazza Maggiore di Bologna o ancora, la pietra di Montovolo, di un elegante giallo-grigio.

Questo aspetto risulta importante per l’abbondanza di materiale da lavoro fruibile da questi antichi costruttori e dunque un ulteriore motivo per giustificare il loro stanziamento in varie zone montuose degli Appennini lungo l’asse italico, dove apportarono sistemi di costruzione innovativi ed artisticamente raffinati, pur adattandoli in maniera formidabile, alla tipologia dell’ambiente circostante.

Chi è Anna Rita Delucca

Anna Rita Delucca è laureata in Storia dell’Arte Moderna all’Università di Bologna; ha diretto negli anni novanta una galleria d’arte antica e contemporanea a Bologna e successivamente ha fondato l’Associazione Arte e Cultura La Corte di Felsina. Ha preso parte a prestigiosi comitati scientifici di selezione artisti, tra cui Florence Biennale Internazionale e Arte Salerno Internazionale d’Arte Contemporanea. Recentemente ha pubblicato saggi di storia dell’arte.