“Primo contatto” quali le possibili conseguenze?

Ci pensate? Dopo i messaggi tra le stelle, un primo contatto con un’altra civiltà extraterrestre. Quali potrebbero essere le conseguenze? Sono tante le implicazioni al riguardo. Analizziamole e riflettiamo!
Dalla scoperta al primo contatto. Conseguenze e tempi
Dopo aver concluso nel precedente articolo anche il discorso sui messaggi interstellari, resta ancora aperta un’importante domanda a proposito delle civiltà extraterrestri. Quali conseguenze potrebbe avere la loro eventuale scoperta a livello sociale e culturale?
A prima vista sembrerebbe che la risposta dipenda in gran parte proprio dalla soluzione del problema precedente. E’ chiaro, infatti, che la semplice scoperta dell’esistenza di civiltà aliene sarebbe cosa assai diversa dal poterci dialogare. Tuttavia, abbiamo già visto più volte che in questo campo, tanto affascinante quanto complicato, spesso le cose sono diverse da come appaiono. E anche stavolta è così.
Infatti, date le enormi distanze fra noi e i nostri ipotetici interlocutori cosmici (centinaia o addirittura migliaia di anni luce), quand’anche un dialogo fosse possibile, per stabilirlo sarebbero necessari tempi altrettanto enormi (secoli o addirittura millenni tra un messaggio e l’altro).
Il primo contatto non in modalità Star Trek o Contact

Di conseguenza, in ogni caso il “primo contatto” non avrà le spettacolari conseguenze che si vedono in Star Trek o in Contact. Quasi certamente si limiterà a constatare l’esistenza di altre civiltà, senza poterci dire nulla su come sono fatte. Meno ancora, in cosa credono e quali valori hanno.
L’unica eccezione sarebbe se scoprissimo un messaggio inviatoci intenzionalmente, che potrebbe perciò contenere un gran numero di informazioni sui suoi autori. Ma, come abbiamo visto nell’articolo del 5 maggio scorso, non è verosimile che qualcuno ci contatti in risposta alle nostre trasmissioni radiotelevisive, dato che queste esistono da troppo poco tempo e quindi hanno percorso troppo poco spazio perché qualcuno possa averle già ricevute.
Resta la possibilità che qualche civiltà invii messaggi nello spazio alla cieca. Ipotesi a prima vista plausibile, dato che noi stessi ci stiamo pensando, anche se per il momento ha prevalso il partito della prudenza (vedi ancora l’articolo precedente).
La “regola d’oro”
Ma non dobbiamo mai dimenticare la “regola d’oro” del buon cacciatore di alieni. Se esistono altre civiltà, queste sono sicuramente molto più antiche della nostra, dove “molto” non significa migliaia, ma (almeno) milioni di anni. Dunque, ciò che nella nostra situazione sembra perfettamente ragionevole non necessariamente lo è anche nella loro. E ciò vale anche per l’ipotesi che stiamo considerando.
Infatti, se una civiltà è in grado da milioni di anni di comunicare via radio attraverso lo spazio, delle due l’una: o ne ha già trovate molte altre con cui conversare o non ne ha ancora trovata nessuna. In entrambi i casi è assai improbabile (benché per ragioni opposte) che sia molto motivata a continuare la ricerca. Inoltre, anche qualora volesse farlo, una civiltà così antica avrà necessariamente imparato a ragionare su tempi molto diversi dai nostri.
Infatti, se dopo avere inviato un messaggio in una certa direzione non si riceve risposta, è perché evidentemente al momento da quelle parti non c’è nessuna civiltà tecnologica in grado di farlo. Naturalmente è possibile che una tale civiltà si sviluppi in futuro, ma bisogna darle il tempo di farlo. Le civiltà tecnologiche, infatti, non nascono da un giorno all’altro e neanche da un anno all’altro. Ci vogliono molti secoli o perfino millenni di duro lavoro per arrivare a costruire dei radiotelescopi capaci di sondare il cosmo.
Non serve “bombardare “il cielo di messaggi
Non ha quindi senso bombardare continuamente il cielo di messaggi, come probabilmente faremmo noi (che su scala cosmica siamo appena nati e, come tutti i bambini, siamo impazienti e capricciosi) qualora decidessimo di iniziare a praticare l’Active SETI. Infatti, se non abbiamo ricevuto risposta ieri, di certo non la riceveremo neanche domani e neanche l’anno prossimo. E questo una civiltà molto antica deve averlo imparato per forza. L’equivalente alieno dell’Active SETI sarebbe perciò quasi certamente formato da brevi periodi di trasmissioni potentissime intervallati da lunghissimi periodi (migliaia o anche decine di migliaia di anni) in cui ci si limita ad ascoltare, per vedere se qualcuno risponde.
Ciò significa che messaggi di questo tipo, ammesso che esistano, sarebbero comunque molto rari. Pertanto è estremamente improbabile che possiamo riceverne uno nel futuro prossimo. Inoltre, anche se ciò accadesse, non è affatto detto che il messaggio conterrebbe informazioni dettagliate. Potrebbe anche essere solo un semplice invito a mettersi in contatto per iniziare un dialogo che verrebbe proseguito dai nostri pro-pro-pro-pronipoti.
Nei prossimi venti anni nulla che ci riguardi direttamente

In definitiva, dunque, se nei prossimi vent’anni riusciremo a scoprire un segnale alieno l’eventualità di gran lunga più probabile è che si tratterà di una trasmissione radiotelevisiva non destinata a noi, che ci avrà raggiunto per caso. Di essa potremo riuscire a riconoscere la natura artificiale, ma quasi certamente non saremo in grado di tradurla in immagini e suoni comprensibili.
Così stando le cose, non mi sembra realistico ipotizzare che un “primo contatto” con queste caratteristiche possa portare, come molti ritengono, a sconvolgimenti sociali di alcun tipo, né in bene né in male. Semplicemente, passato il primo momento di inevitabile eccitazione generale, la maggior parte della gente tornerà a occuparsi dei fatti propri, delegando agli esperti la gestione dell’intera faccenda. Del resto, è esattamente quello che è successo con il Covid, che pure ci ha sconvolto la vita. Non vedo come la scoperta di un segnale alieno, certamente molto più sensazionale, ma priva di conseguenze pratiche, potrebbe avere effetti più profondi.
Il sapere dell’esistenza di un’altra specie ci cambierebbe a livello culturale

Dove invece le cose cambierebbero certamente, ma lentamente e quindi con esiti visibili solo sul lungo periodo, è a livello culturale. Anche il solo fatto di sapere con certezza che esiste un’altra specie intelligente oltre a noi cambierebbe, almeno in parte, la nostra percezione dell’universo e del nostro posto al suo interno.
Inoltre, va considerato che, con i mezzi di cui disponiamo, sia attualmente che nel futuro prevedibile, se mai troveremo un’altra civiltà, sarà sempre a una distanza estremamente piccola in relazione alle dimensioni dell’universo o anche solo della nostra galassia. Ora, se le civiltà tecnologiche fossero molto rare, la probabilità di trovarne una così vicina per puro caso sarebbe praticamente nulla. Quindi, se la troveremo, ciò vorrà dire che quasi certamente ce ne sono moltissime. In altre parole, significherebbe che la vita intelligente è un esito normale dell’evoluzione cosmica.
Questo non aprirebbe questioni radicalmente nuove, perché si tratta di uno scenario che è già stato discusso a fondo in via ipotetica, sia a livello epistemologico che filosofico. Non c’è dubbio, però, che sapere che questo è lo scenario giusto cambierebbe parecchio il modo di discuterlo. Nessuno potrebbe più limitarsi ad eluderle la questione, sostenendo che le cose potrebbero anche stare diversamente.
Un primo contatto dal punto di vista filosofico
Ma ci sono anche altri aspetti estremamente interessanti dal punto di vista filosofico. Per esempio, il solo fatto che un’altra civiltà riesca a mettersi in contatto con noi per mezzo di una trasmissione radio significherebbe che la tecnologia e, di conseguenza, la scienza, su cui la tecnologia si basa, sono universali, cioè uguali su qualsiasi pianeta, contrariamente a quanto sostiene il relativismo epistemologico oggi dominante. Allo stesso modo, il fatto stesso che esistano altre civiltà e che verosimilmente siano moltissime, significherebbe che l’intelligenza non è destinata fatalmente a distruggere sé stessa, come è di moda sostenere.
Una prova sperimentale
Insomma, la scoperta di altre civiltà rappresenterebbe, per così dire, una “prova sperimentale” contro il relativismo e il nichilismo oggi imperanti. E in effetti questa è una delle principali ragioni per cui molti sperano che le troviamo davvero. Alcuni sperano anche che potrebbero suggerirci come superare i nostri attuali problemi legati alla gestione della tecnologia (inquinamento, fonti energetiche, ecc.). Questo non è realistico, dato il lunghissimo tempo che passerebbe prima di ricevere una risposta, tuttavia la loro stessa esistenza dimostrerebbe che questi problemi possono essere superati. Il che sarebbe senza dubbio incoraggiante.
Resta però il fatto che i nostri problemi, sia filosofici che pratici, dovremo in ogni caso risolverceli per conto nostro. Per questo ritengo non solo sbagliato, ma anche pericoloso l’atteggiamento di chi guarda al possibile “primo contatto” con attese quasi miracolistiche o, peggio ancora, lo ritiene la nostra unica possibilità di salvezza. Anche quando è in buona fede, infatti, alla fin fine questa non è altro che una comoda scusa per sfuggire alle nostre responsabilità.
Le implicazioni religiose

Ciò detto, resta ancora aperta la questione delle implicazioni religiose, che è anche quella che dà origine ai fraintendimenti più gravi, soprattutto per quanto riguarda il cristianesimo. Molti pensano che esso sia incompatibile con l’esistenza di altre specie intelligenti, perciò si ritiene che la loro scoperta dovrebbe portare al suo abbandono in favore di altre religioni meno antropocentriche, come il buddhismo, o di una sorta di “religione cosmica” razionalista costruita a tavolino.
Ora, anzitutto è bene ribadire che allo stato delle cose non esistono né indizi né tantomeno prove dell’esistenza di altre civiltà. Di conseguenza, l’ipotesi tradizionale che siamo soli nell’universo è tuttora perfettamente legittima e sarebbe sbagliato considerarla “superata” o, peggio ancora, “oscurantista”, come spesso accade.
Siccome però è altrettanto possibile che tale ipotesi alla fine si riveli sbagliata, sarebbe altrettanto sbagliato attaccarsi ad essa come se fosse un dogma di fede, come fece la Chiesa (o meglio, una parte di essa: vedi il mio libro La scienza e l’idea di ragione) ai tempi di Galileo con il sistema tolemaico. E infatti la Chiesa di oggi non lo fa, come vi racconterò la prossima volta, commentando la lettera che mi scrisse a questo proposito Benedetto XVI nel 2014.
Si può trovare di più su questo affascinante argomento nel libro “La vita extraterrestre”. I video di due presentazioni, con la partecipazione dell’autore, sono disponibili sul canale YouTube della “Associazione Alumni Insubria” e sulla pagina Facebook “La Finestra di Antonio Syxty”.



