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A New York si incontrano le due grandi paure del futuro: IA e clima

Mentre il mondo discute dei rischi di macchine sempre più potenti, il pianeta continua a scaldarsi. Alla Climate Week di New York, intelligenza artificiale e cambiamento climatico si sono ritrovati al centro della stessa domanda: quale futuro stiamo costruendo?

NEW YORK — Da una parte ci sono algoritmi capaci di scrivere, ragionare, creare immagini e trasformare intere professioni. Dall’altra un pianeta che continua a scaldarsi, tra ondate di calore, alluvioni, incendi e fenomeni meteorologici sempre più estremi. Sembrano due storie diverse. In realtà stanno diventando sempre più difficili da separare.

A New York, nei giorni in cui la Climate Week ha incrociato l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, due delle grandi inquietudini del nostro tempo si sono trovate faccia a faccia: l’esplosione dell’intelligenza artificiale e l’emergenza climatica. E il paradosso è evidente. Mentre temiamo ciò che l’IA potrebbe fare domani, rischiamo di perdere di vista quello che il cambiamento climatico sta già facendo oggi.

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Logo Climate Week (By IFlynn – Own work, CC BY-SA 4.0)    

Sam Altman all’ONU: l’IA entra nella geopolitica mondiale

L’immagine è destinata a diventare simbolica: Sam Altman, CEO di OpenAI, seduto nella sala del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Non in una convention tecnologica della Silicon Valley. Non davanti a una platea di programmatori o investitori. Ma nel luogo in cui si discutono guerre, sicurezza internazionale e minacce alla stabilità globale.

È forse questa la fotografia più efficace di quanto sia cambiata la percezione dell’intelligenza artificiale. Sam Altman e Dario Amodei, CEO di Anthropic, hanno chiesto alle Nazioni Unite di lavorare su salvaguardie internazionali per accompagnare lo sviluppo di sistemi di IA sempre più potenti.

Il tema, ormai, non riguarda soltanto computer e software. Riguarda il potere.

Chi controllerà i sistemi più avanzati? Quali decisioni potranno essere delegate alle macchine? Chi stabilirà i limiti? E soprattutto: cosa accade quando una tecnologia sviluppata da aziende private assume una rilevanza potenzialmente globale? Il segretario generale dell’ONU António Guterres ha indicato una linea particolarmente netta sul terreno militare: le decisioni di vita o di morte non dovrebbero essere affidate alle macchine e le armi autonome non dovrebbero diventare parte del nostro futuro.

È un dibattito che fino a pochi anni fa sembrava appartenere alla fantascienza. Oggi è arrivato al Palazzo di Vetro.

Ma l’intelligenza artificiale ha anche un corpo

(By Geralt)

Quando diciamo “intelligenza artificiale” immaginiamo qualcosa di immateriale: una domanda digitata sullo schermo, una risposta che compare in pochi secondi, un algoritmo che lavora da qualche parte nel cloud.

Ma il cloud non vive tra le nuvole. Vive sulla Terra.

Dietro ogni sistema di IA esiste un’infrastruttura fisica fatta di server, semiconduttori, reti elettriche e giganteschi data center. Strutture che hanno bisogno di energia e, in molti casi, di notevoli quantità d’acqua per il raffreddamento. Ed è proprio qui che la rivoluzione digitale incontra quella climatica.

Negli Stati Uniti, la costruzione e l’espansione dei data center stanno provocando opposizioni che attraversano le tradizionali divisioni politiche. Le preoccupazioni delle comunità locali riguardano il consumo energetico e idrico, il rumore, l’impatto sul territorio e la sensazione di avere poco controllo sulle trasformazioni che stanno avvenendo intorno alle loro case. Alla paura ambientale se ne aggiunge poi un’altra, molto più personale: che cosa accadrà al nostro lavoro?

Abbiamo più paura del futuro che del presente?

Ed eccoci al grande cortocircuito emerso durante la Climate Week.L’intelligenza artificiale domina titoli, conferenze e conversazioni. È nuova, misteriosa, velocissima. Le sue conseguenze più estreme sono difficili da prevedere e proprio per questo esercitano una straordinaria capacità di catturare la nostra attenzione.

Il cambiamento climatico, invece, soffre quasi del problema opposto: ne parliamo da così tanto tempo che rischiamo di considerarlo parte del rumore di fondo. Eppure non è una minaccia ipotetica. È già qui. Lo ricordano le temperature estreme, le inondazioni, gli incendi e le conseguenze di eventi meteorologici che colpiscono comunità in ogni continente.

Anthony Leiserowitz, direttore dello Yale Program on Climate Change Communication, durante un incontro organizzato nell’ambito della Climate Week, ha sintetizzato il problema: mentre una parte crescente della conversazione pubblica si concentra sui possibili rischi della nuova tecnologia, esiste una crisi che sta già sconvolgendo concretamente la vita delle persone.

La questione non è scegliere quale delle due paure sia più importante. È riuscire a guardarle contemporaneamente.

Il dilemma dei data center

Il dilemma Data Center (C.Hang)

L’IA, del resto, potrebbe diventare contemporaneamente parte del problema e parte della soluzione. I data center richiedono energia, e la crescita della domanda pone interrogativi importanti sulla provenienza dell’elettricità necessaria ad alimentarli. Ma l’intelligenza artificiale può essere utilizzata anche per migliorare le reti elettriche, studiare fenomeni meteorologici, ottimizzare consumi, accelerare la ricerca scientifica e sviluppare nuovi strumenti per affrontare la crisi climatica. La vera domanda, quindi, potrebbe non essere se l’intelligenza artificiale sia “buona” o “cattiva” per il pianeta.

La domanda è come decidiamo di costruirla, alimentarla e utilizzarla.

L’ex vicepresidente americano Al Gore, da decenni tra le figure più riconoscibili della battaglia climatica, ha invitato inoltre a mantenere le proporzioni. Le emissioni associate ai data center stanno crescendo, ma esistono altre fonti di inquinamento ancora enormi che non possono scomparire dal dibattito pubblico semplicemente perché l’intelligenza artificiale è diventata il tema del momento.

La tecnologia che potrebbe crescere sotto i nostri piedi

E mentre a Manhattan si discute del futuro digitale, una possibile risposta alla crisi climatica potrebbe trovarsi in un luogo sorprendentemente meno futuristico: sotto terra. Al Salk Institute, alcuni ricercatori stanno studiando piante di soia modificate per sviluppare radici più profonde e più grandi.

L’idea è affascinante nella sua semplicità: radici più sviluppate possono assorbire più anidride carbonica durante la crescita e trasferire una parte maggiore di quel carbonio nel terreno. Una volta decomposte, le radici profonde potrebbero contribuire a conservarlo nel suolo più efficacemente rispetto a quelle più superficiali. Secondo i risultati preliminari citati dall’Associated Press, un ettaro coltivato con queste piante potrebbe immagazzinare ogni anno circa una tonnellata metrica aggiuntiva di CO₂ rispetto alle varietà convenzionali. Nel momento in cui immaginiamo computer sempre più intelligenti, una parte della risposta alla crisi climatica potrebbe quindi arrivare da qualcosa di antichissimo: una radice che cresce nel terreno.

Due rivoluzioni, una sola domanda

Forse è questa la lezione più interessante emersa da New York.

Intelligenza artificiale e cambiamento climatico vengono spesso raccontati come due capitoli separati del XXI secolo. Uno appartiene alla tecnologia, l’altro all’ambiente. Ma entrambi parlano della stessa cosa: del rapporto tra progresso, potere e responsabilità. L’umanità sta sviluppando strumenti tecnologici con capacità senza precedenti nello stesso momento in cui deve trasformare radicalmente il modo in cui produce e consuma energia.

Possiamo usare l’intelligenza artificiale per accelerare quella trasformazione. Oppure possiamo costruire una rivoluzione digitale alimentata da infrastrutture che aumentano ulteriormente la pressione sulle risorse del pianeta. Possiamo regolamentare le tecnologie prima che alcuni dei loro rischi diventino ingestibili. E possiamo ridurre le emissioni prima che altre conseguenze del riscaldamento globale diventino irreversibili.

Perché forse il vero rischio non è soltanto che un giorno le macchine diventino troppo potenti. È che, affascinati dal futuro che stanno costruendo, dimentichiamo di proteggere il pianeta sul quale quel futuro dovrà esistere.

Pubblicato il: 3 Ottobre 2026
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