È il Regno Unito a pagare il conto post globalizzazione?
Per quarant’anni la Gran Bretagna ha rappresentato uno dei laboratori più radicali della trasformazione economica occidentale. Meno industria, più servizi. Meno Stato produttore, più mercato. Privatizzazioni, liberalizzazione dei capitali, centralità assoluta della finanza, apertura internazionale, progressivo ridimensionamento dell’autonomia energetica garantita dal Mare del Nord e un rapporto strategico con gli Stati Uniti talmente stretto da rendere quasi superfluo domandarsi chi avrebbe garantito, in ultima istanza, la sicurezza dell’Europa.
Quel modello non è nato ieri e non può essere liquidato come un gigantesco errore. Ha prodotto ricchezza, attratto capitali, trasformato Londra in una delle capitali economiche del pianeta e permesso al Regno Unito di continuare a esercitare un’influenza sproporzionata rispetto alla dimensione della propria economia e alla perdita dell’Impero. Per funzionare aveva bisogno di alcune condizioni precise. Energia relativamente accessibile. Denaro relativamente economico. Mercati internazionali aperti. Capitali liberi di muoversi. Stati Uniti disponibili a garantire l’ordine militare occidentale. E, naturalmente, un Regno sufficientemente unito da presentarsi al mondo come una sola potenza. Nel settembre del 2026 quelle condizioni stanno entrando in tensione contemporaneamente.
Ed è questo, molto più di qualsiasi profezia sul crollo imminente della Gran Bretagna, che dovrebbe interessarci.

L’impatto dei tassi di interesse e del debito sul Regno Unito
Partiamo dal denaro. Il 10 settembre il rendimento dei titoli di Stato britannici a dieci anni ha raggiunto il 5,378%, il livello più alto da prima della crisi finanziaria del 2008. I gilt trentennali sono arrivati vicino al 5,95%, ai massimi dal 1998. Due giorni prima il Tesoro aveva collocato 4,25 miliardi di sterline di debito trentennale pagando un rendimento del 5,8168%, il più elevato mai registrato da quando opera il Debt Management Office. Non significa che il mercato abbia smesso di finanziare Londra. Al contrario: per quell’emissione sono arrivati ordini per oltre 87 miliardi di sterline. Il debito britannico trova ancora compratori. Moltissimi. Ma li trova a un prezzo. Ed è qui che cambia tutto.
Per quasi quindici anni le economie occidentali hanno vissuto in un mondo nel quale indebitarsi costava pochissimo. Governi, imprese, famiglie e mercati hanno progressivamente adattato il proprio comportamento a quella realtà. Adesso il denaro ha ricominciato ad avere un costo, e quando uno Stato possiede un debito pubblico vicino al 95% del PIL anche pochi punti percentuali fanno una differenza enorme.
L’Office for Budget Responsibility prevedeva già a marzo una spesa per interessi sul debito di circa 110 miliardi di sterline nel 2025-26, destinata a raggiungere 137 miliardi entro il 2030-31. Significa che il Regno Unito destina agli interessi una quantità di risorse circa doppia, in rapporto al PIL, rispetto alla media del decennio precedente alla pandemia. Non siamo davanti al fallimento dello Stato britannico. Siamo davanti a qualcosa di più sottile: il ritorno del vincolo finanziario.
Ogni sterlina spesa per servire il debito è una sterlina che non finanzia ospedali, infrastrutture, difesa, pensioni, industria o riduzioni fiscali. E nel frattempo le esigenze aumentano, perché il mondo nel quale Londra deve operare sta diventando più costoso.
La dipendenza energetica della Gran Bretagna e i costi di importazione
Nel 1999 la produzione energetica britannica raggiungeva il proprio massimo storico. Nel 2025 era inferiore del 68%. La Gran Bretagna, tornata importatrice netta di energia nel 2004 dopo gli anni d’oro del Mare del Nord, dipende oggi dall’estero per circa il 43,5% dell’energia che utilizza. Norvegia e Stati Uniti sono fra i principali fornitori. Nel frattempo il Brent ha superato nuovamente i 100 dollari al barile, spinto dalla guerra e dalle tensioni sulle grandi arterie energetiche del Medio Oriente. Oggi viaggia oltre i 108 dollari, mentre il gas europeo è tornato a livelli che solo pochi anni fa avremmo considerato emergenziali.
Qui bisogna evitare una sciocchezza molto diffusa: sostenere che la Gran Bretagna non produca più energia. Non è vero. Produce ancora petrolio e gas, possiede nucleare, eolico, solare, interconnessioni europee e una delle infrastrutture LNG più sviluppate del continente. Il punto è diverso. Ha perso quella condizione straordinaria che tra gli anni Ottanta e l’inizio del nuovo secolo le permetteva di essere sostanzialmente autonoma e, per lunghi periodi, esportatrice netta. Quando il mondo è stabile questa differenza può sembrare secondaria. Quando Hormuz si blocca, il Medio Oriente brucia e il prezzo dell’energia raddoppia, improvvisamente torna a essere geopolitica.
Poi c’è l’industria.
Anche qui conviene liberarsi dagli slogan. La Gran Bretagna non è un deserto industriale. Produce automobili, farmaci, motori aeronautici, componentistica, prodotti chimici, tecnologie avanzate e sistemi militari. Rolls-Royce, BAE Systems, AstraZeneca, Jaguar Land Rover e decine di altre realtà non sono miraggi. Ma il peso dell’industria manifatturiera sull’economia britannica racconta comunque una trasformazione impressionante. Secondo i nuovi conti nazionali dell’Office for National Statistics, nel 2024 la manifattura rappresentava appena l’8,6% del valore aggiunto britannico. Non è necessariamente una condanna. Un’economia avanzata vive inevitabilmente di servizi. Il problema nasce quando il mondo ricomincia improvvisamente ad avere fame di cose fisiche.
Acciaio. Munizioni. Raffinerie. Navi. Centrali elettriche. Chip. Trasformatori. Batterie. Gas. Porti. Fabbriche.
Per trent’anni una parte dell’Occidente ha ragionato come se la localizzazione della produzione fosse una questione puramente contabile: si produce dove costa meno e si compra dove conviene. Poi sono arrivati la pandemia, la guerra in Ucraina, la crisi del Mar Rosso, lo scontro commerciale con la Cina, la corsa americana ai dazi, la guerra energetica e il ritorno massiccio delle politiche industriali. Abbiamo riscoperto una banalità che avevamo trasformato quasi in eresia: non tutto ciò che è economicamente efficiente in tempo di pace è strategicamente sicuro durante una crisi. Ed è precisamente qui che la Gran Bretagna diventa interessante. Perché se esiste un grande Paese europeo che ha spinto particolarmente lontano la trasformazione da economia industriale a economia dei servizi, quello è il Regno Unito.
Le sfide della City di Londra nell’era della deglobalizzazione

I servizi finanziari e professionali britannici generano circa 323 miliardi di sterline di output, quasi 110 miliardi di entrate fiscali ed esportazioni per 186 miliardi. Il Regno Unito resta uno dei maggiori esportatori netti di servizi finanziari del mondo. Parlare quindi di una City moribonda sarebbe ridicolo.
Ma proprio la sua forza contiene la domanda che dovremmo porci. Che cosa accade a un’economia fortemente finanziarizzata se il mondo entra in una fase di deglobalizzazione? Cosa accade se Stati Uniti, Cina ed Europa cominciano a chiedere non soltanto dove si trovi il capitale, ma dove vengano costruite le fabbriche? Che cosa accade se i governi tornano a proteggere settori strategici, controllare investimenti esteri, incentivare produzioni nazionali e subordinare il commercio alla sicurezza? La City non scompare. Ma il mondo che ne aveva moltiplicato l’importanza può diventare meno favorevole.
E poi c’è la Brexit.
Per anni il dibattito britannico è stato intrappolato in una caricatura: da una parte chi considerava l’uscita dall’Unione Europea la liberazione definitiva del Paese, dall’altra chi la riteneva responsabile di praticamente qualsiasi problema economico successivo. La realtà è più scomoda per entrambi. La Brexit ha restituito a Westminster numerosi strumenti politici e legislativi, ma ha contemporaneamente aumentato le barriere commerciali con il principale mercato britannico. Ancora nel luglio 2026 l’Office for Budget Responsibility mantiene la propria stima secondo cui il nuovo rapporto commerciale con l’UE ridurrà nel lungo periodo la produttività britannica di circa il 4% rispetto allo scenario nel quale il Paese fosse rimasto nell’Unione.
Il Regno Unito ha cercato di riconquistare sovranità da Bruxelles quando una parte sostanziale della propria sovranità economica era già stata consegnata altrove: ai mercati finanziari internazionali, alle catene globali di approvvigionamento, agli importatori di energia e alla protezione militare americana. Si può uscire da un trattato con un referendum. È molto più difficile uscire da una dipendenza strutturale.
Ed eccoci agli Stati Uniti.
La relazione speciale tra Washington e Londra non è finita e difficilmente finirà. Intelligence, deterrenza nucleare, NATO, industria della difesa e interoperabilità militare legano i due Paesi in modo profondissimo. Ma qualcosa nel rapporto transatlantico è cambiato. Gli Stati Uniti chiedono sempre più esplicitamente agli europei di sostenere una quota maggiore della propria difesa e dell’appoggio militare all’Ucraina. Ancora pochi giorni fa Washington ha sollecitato gli alleati europei ad accelerare il riarmo e ad aumentare materialmente il proprio contributo. Per Londra significa un’altra fattura. Difesa più costosa proprio mentre il debito costa di più. Energia più cara mentre bisogna ricostruire capacità industriale. Investimenti enormi nelle infrastrutture mentre il bilancio pubblico è già sotto pressione.
Le tensioni interne tra Scozia, Galles e Irlanda del Nord
Scozia, Galles e Irlanda del Nord sono oggi governati, per la prima volta contemporaneamente, da forze favorevoli in forme diverse all’autodeterminazione. A Cardiff i rispettivi leader hanno sottoscritto un memorandum che rivendica il diritto delle nazioni costitutive a decidere sul proprio futuro costituzionale. Questo non significa che il Regno Unito si scioglierà domani mattina. I sondaggi non mostrano maggioranze schiaccianti per l’indipendenza e i processi giuridici sono completamente differenti fra Scozia, Galles e Irlanda del Nord.
Ma qualcosa è cambiato anche qui.
La domanda non è più soltanto se Westminster concederà un giorno un altro referendum alla Scozia. La domanda è quale idea comune possa tenere insieme il Regno quando le vecchie certezze economiche, militari e geopolitiche diventano contemporaneamente più fragili. Eppure sarebbe sbagliato arrivare fin qui e dichiarare il paziente morto.
A luglio l’economia britannica è cresciuta dello 0,4% in un solo mese e dell’1,6% rispetto all’anno precedente. Nel primo semestre del 2026 il Regno Unito ha registrato la crescita più alta del G7. Gli investitori continuano a comprare debito britannico, Londra continua ad attirare capitali e la City continua a essere una delle piazze finanziarie decisive del pianeta.
Ed è precisamente questo che rende la sua situazione interessante.

Perché i sistemi raramente crollano nel momento in cui iniziano a manifestarsi le loro contraddizioni. Prima si adattano, spendono, si indebitano, cambiano governi, inventano nuove politiche, spostano risorse. Solo molto più tardi scopriamo se quella trasformazione era una crisi temporanea oppure l’inizio di qualcosa di irreversibile. La Gran Bretagna potrebbe riuscire ancora una volta a reinventarsi. Lo ha fatto dopo la perdita delle colonie, dopo la crisi degli anni Settanta, dopo Thatcher, dopo la fine della Guerra fredda, dopo il 2008 e dopo Brexit. Ma questa volta c’è una differenza. Non è soltanto la Gran Bretagna a cambiare. Sta cambiando il mondo che aveva permesso alla Gran Bretagna post-imperiale di prosperare.
Il denaro non è più gratuito. L’energia non è più soltanto una commodity. Le fabbriche sono tornate strumenti di potenza nazionale. I confini economici stanno ricomparendo. Washington non considera più automaticamente conveniente sostenere ogni costo dell’ordine occidentale. La globalizzazione non è scomparsa, ma sta diventando selettiva, armata, protezionista e geopolitica. Per questo il vero interrogativo non riguarda la fine dell’Impero britannico. Quello è finito da tempo. La domanda è molto più contemporanea.
Che cosa accade a un Paese che aveva costruito uno dei modelli più sofisticati per prosperare dopo la fine dell’Impero, quando comincia a scomparire anche il mondo per il quale quel modello era stato progettato? Forse Londra non è l’ultima scena di un impero che muore. Forse è semplicemente la prima fila di un teatro nel quale, prima o poi, dovrà sedersi buona parte dell’Europa.




