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Messaggio interstellare. Come comporre un msg spaziale

Messaggio interstellare - Donna
Messaggio interstellare – Photo By koolshooters

Messaggio interstellare

Un messaggio interstellare. Chissà come comunicare correttamente a milioni di chilometri verso lo spazio infinito? Sms, WhatsApp probabilmente no. Cerchiamo di capire allora, se e come è possibile comporre un messaggio interstellare.

La ricerca di altre civiltà

La volta scorsa ho raccontato l’affascinante storia della ricerca di altre civiltà, che viene effettuata da oltre 60 anni attraverso il cosiddetto programma SETI (Search for Extra-Terrestrial intelligence), che cerca di intercettarne i possibili segnali radio. E ho anche cercato di spiegare perché questa idea, in teoria così semplice, sia estremamente difficile da mettere in pratica.

Tuttavia, la situazione è destinata ben presto a cambiare grazie allo SKA (Square Kilometer Array). Il gigantesco radiotelescopio formato da una miriade di piccole antenne collegate via computer sparpagliate fra il Sudafrica e l’Australia. La costruzione (a cui partecipa anche l’Italia) sta cominciando proprio adesso. Se esistono segnali radio alieni in un raggio di 1000 anni luce dalla Terra, lo SKA li scoprirà, al massimo entro una ventina d’anni. Non è quindi troppo presto per chiederci cosa succederebbe.

Se scoprissimo segnali radio alieni…

Di sicuro ci sarebbero profondi cambiamenti culturali, mentre ritengo assai meno probabili sconvolgimenti politici e sociali che tanti si immaginano. Ma di questo parleremo in un prossimo articolo. Oggi invece voglio affrontare un’altra questione. La più complessa, ma anche la più affascinante di tutte (l’esposizione completa si trova nel terzo capitolo del mio libro La vita extraterrestre).

Infatti, se dovessimo scoprire l’esistenza di una civiltà extraterrestre, si porrebbe inevitabilmente il problema di decidere se inviare o no un messaggio per tentare di stabilire una comunicazione. Attualmente molti sono contrari. Tra cui anche scienziati illustri come Stephen Hawking. Temono che il contatto con una civiltà tecnologicamente più avanzata possa essere distruttivo: E’per questo che il SETI, almeno per il momento, si limita ad ascoltare.

Ma, come dimostra il paradosso di Fermi (vedi puntata precedente), un contatto diretto sembra da escludere, per la semplice ragione che se fosse possibile, allora si sarebbe già verificato da moltissimo tempo. E poiché un contatto solo indiretto, via radio, non sembra presentare rischi, credo che alla fine l’innata curiosità umana avrà la meglio e si deciderà di tentare.

Come comunicare?

In questo caso, tuttavia, ci troveremmo di fronte a una domanda se possibile ancor più difficile: come comunicare? Infatti, dovremmo trovare un modo per intenderci con esseri di cui non sapremmo praticamente nulla. A cominciare dalla lingua. Senza possibilità di interagire fisicamente e per giunta su tempi che anche nel migliore dei casi sarebbero lunghissimi (secoli, se non addirittura millenni).

Ciononostante, le riflessioni al riguardo sono iniziate sorprendentemente presto, addirittura a metà dell’Ottocento, quando si pensava ancora che Marte potesse essere abitato. Tuttavia, comprensibilmente, le prime idee realistiche sono sorte solo negli anni Sessanta, dopo la nascita del SETI, che ha chiarito definitivamente quale forma avrebbe una tale comunicazione, mentre una discussione più sistematica è iniziata solo da una trentina d’anni. Ma andiamo con ordine.

Un messaggio interstellare in tre punti

Per creare un qualsiasi messaggio occorrono tre cose: un codice per trasmetterlo, un linguaggio per scriverlo e un dizionario per interpretarlo.

Il codice

Il codice è distinto dal linguaggio. Il primo è composto dai simboli fondamentali, che di per sé non hanno un significato, ma servono a formare simboli più complessi che invece ce l’hanno. Le due cose potrebbero coincidere solo se ogni concetto fosse espresso da un simbolo diverso. Ma questo è un metodo molto inefficiente, tanto che non è mai stato realizzato interamente nemmeno nei linguaggi ideografici.

I linguaggi più efficienti sono invece quelli alfabetici, in cui il codice è costituito dalle lettere e dai numeri, mentre il linguaggio è formato dalle parole e dalle formule matematiche. Tuttavia, anche questo sistema è troppo complesso per una comunicazione interstellare, in cui per avere la massima speranza di successo bisogna usare la massima semplicità.

Ora, il codice più semplice che esista è quello binario. Può essere facilmente trasmesso via radio sotto forma di una sequenza di impulsi di diversa frequenza. Tali impulsi possono inoltre essere organizzati in modo che sia abbastanza facile per chi li riceve trasformarli in “pagine” digitali in cui si può “scrivere” qualsiasi cosa, proprio come succede con i pixels dello schermo dei nostri computer. Questa tecnica è stata usata anche nel famoso “messaggio di Arecibo. Inviato verso le stelle da Frank Drake il 16 novembre 1974 attraverso il radiotelescopio di Arecibo, che per molti anni è stato il più grande del mondo, fino a quando pochi mesi fa, il 1° dicembre 2020, è crollato per le conseguenze di un terremoto.

Il linguaggio

Per quanto riguarda il linguaggio, invece, non è necessario crearne uno speciale, perché il suo significato è sempre convenzionale. Di conseguenza, non ce n’è uno che sia intrinsecamente più facile da capire rispetto a un altro. Si può tranquillamente usarne uno già esistente, che rende le cose più semplici almeno a noi. È però consigliabile semplificarlo il più possibile. Per esempio eliminando tutte le forme irregolari e usando al posto di certe espressioni i simboli della moderna logica matematica.

Il dizionario

Il vero problema è quello del “dizionario”, che serve appunto a comunicare il significato dei simboli. Qui però il problema è che in un dizionario terrestre per spiegare il significato dei termini di una lingua basta tradurli in una lingua nota alle persone a cui il dizionario è destinato. Questo, per esempio, è successo con la famosa “stele di Rosetta”, che ci ha permesso di decifrare i geroglifici egiziani, di cui riportava la traduzione in greco. Ma chiaramente in una comunicazione interstellare non possiamo fare lo stesso, perché non esiste nessuna lingua conosciuta sia da noi che dai nostri ipotetici interlocutori alieni.

Ma… è proprio così?       

In realtà, se ci pensiamo bene, un linguaggio comune a noi e a qualunque altra civiltà tecnologica esiste ed è quello della matematica e della scienza naturale. Ora, nel SETI, per definizione, possiamo contattare solo civiltà che siano in grado di costruire dei radiotelescopi almeno pari ai nostri e che quindi abbiano un livello tecnologico almeno pari al nostro. Di conseguenza, anche la nostra “stele di Rosetta cosmica” esiste ed è rappresentata nientemeno che dall’universo stesso.

Solo per fare un esempio, chiunque abbia un minimo di formazione scientifica ricevendo un messaggio contenente una sequenza di 92 simboli diversi capirà facilmente che stiamo inviandogli l’elenco degli elementi chimici, che sono gli stessi in tutto l’universo. E combinandoli con pochi semplici segni matematici, come +, – e =, possiamo rappresentare anche tutti i possibili composti chimici immaginabili. Quindi, unendo tali simboli a immagini di oggetti terrestri potremmo comunicare in tutti i dettagli come è fatto il nostro pianeta. E così via.

Il “vocabolario” per comporre il messaggio interstellare   

Messaggio interstellare - Paolo Musso
Il Professor Paolo Musso in una delle sue tante conferenze nel mondo. Qui allo IAC di Brema

Naturalmente, matematica e scienza sono solo una parte della nostra conoscenza, ma basandoci su di esse si può creare un “vocabolario” abbastanza grande, che si può poi cercare di estendere per rappresentare anche altri concetti. Quindi, in estrema sintesi, i passaggi che dovrebbero costituire un messaggio interstellare sembrano essere i seguenti:

1) Si comincia cercando di comunicare il significato dei simboli corrispondenti ai concetti matematici più semplici, reso evidente attraverso il loro uso, ripetuto più volte in modi diversi per evitare equivoci.

2) Poi si passa ai concetti matematici più complessi, che vengono spiegati a partire da quelli più semplici.

3) Ciò fatto, si introducono i concetti logici fondamentali (come quelli di conseguenza, negazione, condizionalità, causalità, appartenenza, vero, falso, probabile, ecc.) associando opportunamente i loro simboli alle operazioni matematiche.

4) Quindi, con un’opportuna combinazione di immagini e formule logico-matematiche, si passa a illustrare tutte le nostre conoscenze scientifiche.

5) Infine, si cerca di far leva su questo vocabolario, a questo punto già molto vasto, per introdurre nuovi concetti relativi agli aspetti non scientifici della nostra cultura.

Sui primi 4 punti si è già lavorato molto e non sembrano sussistere particolari difficoltà di principio. Se non si è ancora giunti a scrivere l’intero messaggio è solo per problemi pratici (leggi scarsa considerazione da parte del mondo accademico e conseguente mancanza di finanziamenti). Questi problemi, però, sparirebbero come neve al sole nel momento in cui si trattasse di comunicare realmente con una civiltà aliena, impresa che ovviamente non avrebbe difficoltà a mobilitare tutte le risorse necessarie.

Ora entro in “ballo” io

Il punto davvero difficile (ma anche quello davvero interessante) è l’ultimo. Ed è proprio qui che entro in ballo anch’io.

Infatti, nel 2001 il SETI Institute di Frank Drake varò un ambizioso programma intitolato Interstellar Message Composition, che prevedeva l’organizzazione di una serie di workshop internazionali volti a creare un gruppo, il più possibile ampio, di esperti delle più varie discipline che lavorassero alla scrittura del messaggio. Come responsabile venne designato Douglas Vakoch, uno psicologo della Università della California che due anni prima era stato assunto dallo stesso SETI Institute come suo “social scientist”, con l’incarico di occuparsi degli aspetti sociali e culturali del SETI.

Lo psicologo Douglas Vakoch

Il primo di questi incontri si tenne a Tolosa nell’autunno del 2001 in occasione del 52° congresso mondiale di astronautica (IAC). Vi partecipai anch’io e fu una delle esperienze più straordinarie della mia vita. Ma per sapere cosa accadde dovrete aspettare la prossima puntata.

Si può trovare di più su questo affascinante argomento nel libro “La vita extraterrestre”. Il 1° agosto 2021, alle ore 21 non perdete la diretta su RADIO MARIA condotta da Francesco Agnoli che intervisterà il Professor Paolo Musso sulla sua ultima fatica editoriale. Altro sul canale YouTube della “Associazione Alumni Insubria” e sulla pagina Facebook “La Finestra di Antonio Syxty”.