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Enfer d’Arvier un rosso antico nell’«inferno» valdostano

Enfer d’Arvier - Un grappolo di Petit rouge
Un grappolo di Petit rouge, il vitigno valdostano con cui si produce l’Enfer d’Arvier

Dalla Francia dove abbiamo “apprezzato” il gusto del Bellet, ritorniamo nei nostri confini e sorseggiamo un rosso di carattere: l’Enfer d’Arvier. Già il nome ci aiuta a capire.

Enfer d’Arvier: un rosso antico nell’«inferno» valdostano (AO)

State programmando un weekend mondano a Courmayeur? Una settimana bianca a La Thuile o nella meravigliosa val di Rhêmes? Fame di ghiacciai e cime entrate nella leggenda dell’alpinismo, dalla Grivola al Rutor ai merletti di roccia e gelo del Monte Bianco? Oppure vi garba qualche ora di luxe, calme et volupté alle terme di Pré-Saint-Didier? Qualunque sia la vostra meta, prima di raggiungere i paradisi della Valle d’Aosta più occidentale, nell’inferno (meglio: nell’Enfer) ci dovrete passare. Perché sappiatelo: l’inferno sta ad Arvier, nel punto più stretto della valle, ed è una dannazione che ha il caldo, luciferino colore granato d’un vino antico. Raro. Che vale la sosta e si aggiungerà alla lista dei piaceri di confine che questo lembo estremo d’Italia sa offrire.

Dritti all’inferno

Da Aosta puntate al Monte Bianco. Lasciatevi alle spalle Saint-Pierre e il suo castello quasi disneyano, poi, sulla destra orografica, Aymavilles e la fortezza di Amedeo di Challant, con gli iconici vigneti della collina di La Tour. La valle si restringerà di brutto, subito dopo; ed ecco Arvier. Un borgo arroccato, pietre antiche, passaggi voltati, un campanile romanico cuspidato, un maniero scabro, duecentesco parallelepipedo di roccia senza fronzoli. Impressione di forza concentrata, compressa. Guadagnate il castello e la collina di La Mothe, salite ancora un poco: ci siete.

Enfer d’Arvier - Panorama Enfer
Il castello e l’antico borgo di Arvier (AO) e le vigne dell’Enfer.

A questo punto, lo sguardo cade, inevitabile, sul versante opposto della valle, sui contrafforti rocciosi che sovrastano il precipite intaglio della Dora. Sarà allora che vedrete l’Enfer: un anfiteatro magnifico, un trapezio irregolare di terra strappata alla montagna e al bosco, una sequenza di vigneti che traccia linee perfette in tutte le direzioni consentite dalla pendenza, dall’irregolarità dal suolo, dalla volontà di utilizzare ogni prezioso metro quadro a disposizione. In questo mondo di pietra fredda, di spifferi gelati che scendono dai ghiacciai, l’Enfer è un’eccezione di roccia calda, esposta in pieno sud, priva d’acqua, torrida in estate e pronta a concedersi ai primi tepori anche d’inverno, quando è proprio in questi filari che la neve comincia a sciogliersi, mentre tutt’intorno permane una tenaglia candida e implacabile.

Qui nasce uno dei vini più antichi valdostani

In questo paesaggio chiuso e irripetibile, a un’altitudine che va dai 700 fin quasi ai 900 metri, nasce uno dei più antichi vini valdostani. Dell’Enfer d’Arvier si parla già nel 1312, quando un documento ci rivela che Rodulphus de Avisio (oggi Avise, appena un po’ più in su nella valle) possiede una vigna a Liverogne (frazione di Arvier), a cui corrisponde un toponimo (un cru, diremmo oggi): Gollyz Richard. E poi nei decenni successivi altri nomi di vigneti vengono alla luce, dentro e tutt’intorno all’Enfer: Le Clos, Montarverin.

Enfer d’Arvier - Le vigne dell'Enfer d'Arvier in pieno inverno.
Le vigne dell’Enfer d’Arvier in pieno inverno. Sullo sfondo il massiccio del Monte Bianco

Da allora è un continuo: i vini de Montis Arverii sono assai apprezzati dai canonici di Sant’Orso, ad Aosta, e in particolare dal priore Giorgio di Challant; questi, anzi, appartenente alla più nobile tra le famiglie aristocratiche valdostane, secondo lo storico Carlo Passerin d’Entrèves nel 1494 avrebbe viziato Carlo VIII, re di Francia sceso in Italia per una delle sue rituali scorribande, con l’assaggio dei nettari più puri del territorio: fra questi il pregiatissimo Enfer, vero status symbol tra i vini dell’epoca.

Fino all’Ottocento, il prestigio del vino di Arvier è intoccabile. Poi la crisi dell’oidio e della fillossera, e l’arrivo della ferrovia – che porta nella Vallée i vini piemontesi e soprattutto monferrini, che costan poco e distruggono il mercato locale – mettono in ginocchio la viticoltura valdostana. Che passerà il Novecento a sopravvivere a stento. E anche se l’Enfer d’Arvier nel 1971 vedrà riconosciuto con la DOC il proprio lignaggio, sarà soltanto a fine secolo che avverrà la vera ripresa.

Il gusto del vino valdostano

Oggi in Valle d’Aosta si producono vini magnifici, niente omologati. Perché son vini di montagna, temprati da un clima severo; perché solo qui resistono vitigni che nei secoli (millenni?) han saputo adattarsi a condizioni di vita quasi impossibili, ai limiti della sopravvivenza della Vitis vinifera.

Vigne coperte dalla neve: siamo al limite delle possibilità di maturazione per l’uva a bacca nera

Ad Arvier domina il Petit rouge. Uva con un inattaccabile pedigree alpino: deriverebbe dall’intricata famiglia degli Orious, in cui per tradizione sono stati raggruppati quasi tutti i vitigni valdostani a bacca nera. Nella nuova DOC Valle d’Aosta (1985) al Petit rouge son dedicate due sottozone: Torrette (fra Saint-Pierre, Sarre e Aymavilles), e, appunto, l’Enfer d’Arvier. Dove il Petit rouge, qui al limite estremo delle possibilità di coltivazione, entra per almeno l’85%; il saldo è in genere costituito dai tradizionali Vien de Nus e Mayolet, con occasionale presenza di Pinot noir.

L’Enfer d’Arvier è un rosso di carattere. Cromia tizianesca, tra rubino e granato, profumi di ribes nero e bacche boschive, di sottobosco e viola, un substrato di graniti arroventati dal sole, che in bocca si traduce in una sapidità golosa, ben accompagnata da una struttura tannica sottile ma pervasiva, da una vibrante acidità, da un’indomita scia fruttata. È il gusto della montagna valdostana: niente a che vedere con quello di certi rossi globalizzati che stanno anestetizzando i palati global.

Non perdete l’occasione di assaggiarlo, quando migrerete verso il Monte Bianco e le sue valli. C’è ancora un pugno di vignaioli che lo produce: in gran parte sono riuniti nella cooperativa Co-Enfer, 7 ettari coltivati in biologico, ma c’è anche il solitario Danilo Thomain, che resiste e persiste a portare avanti l’antico mito dell’Enfer. Ricordatevene, quando sarete alle prese con i piatti robusti della cucina valdostana.

Prosit.

“II bicchiere segreto” – vini rari e territori da scoprire – 4

Gli abbinamenti

Con la fonduta, la tradizionale carbonade, il civet di camoscio con polenta. Amen.

I produttori

Co-Enfer Coopérative de l’Enfer, via Corrado Gex, 52 – Arvier (AO); www.coenfer.com. Danilo Thomain, via Saint-Antoine, 22 – Arvier; www.thomain.it.

Pubblicato il: 15 Ottobre 2021
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