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UNDICI SORELLE

Il nuovo thriller psicologico di Piernicola Silvis

Psicologico intenso e spietato

Piernicola Sivis - autore
Doppio Piernicola Silvis

Rimini, Natale 1988. Dopo la Messa di mezzanotte, Giacomo e Giuliana Santarcangelo tornano a casa per festeggiare con le figlie, ma Sofia, la più giovane, quindicenne, non rientra da una festa prenatalizia. Di lei non si saprà più nulla. La denuncia di scomparsa viene accolta da Caterina Barone, giovane poliziotta siciliana appena arrivata al commissariato di Rimini. Le indagini si arenano, fino a quando, un anno e mezzo dopo, un’intera famiglia viene massacrata. D’istinto, Caterina collega quella strage alla sparizione di Sofia. Nel gennaio del 1991 un’altra donna viene uccisa: ormai è chiaro che un serial killer si muove nell’ombra, scegliendo solo vittime femminili. Ai giornali invia messaggi deliranti e colti, firmandosi “Il Figlio del Tempo di Dopo”. Abbiamo fatto qualche domanda a Piernicola Silvis.

Il romanzo si apre con una scomparsa durante una notte simbolica come il Natale. Perché ha scelto proprio questo momento per dare avvio alla storia?

Il giorno di Natale ha dei simbolismi fortissimi che tutti noi, in un modo o nell’altro, ci portiamo dietro fin dalla nascita. Inoltre, l’evento della scomparsa risale a una notte di Natale di trentotto anni fa, un tempo lungo che amplifica il mistero. Una sparizione che avviene in un giorno così carico di religiosità genera un forte contrasto, e in un romanzo, specialmente se è un thriller, i contrasti sono fondamentali. Ma, a parte questo, mi piaceva descrivere l’atmosfera natalizia della Rimini di quasi quarant’anni fa.

Rimini è più di uno sfondo: diventa quasi un personaggio. Che ruolo ha avuto la città nella costruzione della tensione narrativa?

La Rimini invernale di un tempo che fu è più di un’ambientazione, è un “personaggio” del romanzo. Questa città evoca ricordi e suggestioni arcaiche. Fellini, le volte in cui da piccolo ci andavo a villeggiare con la mia famiglia, l’atmosfera internazionale, le balere… Fred Bongusto… Poi, adoro il mare d’inverno e descrivere la Rimini di gennaio con le spiagge vuote e fredde è stata quasi una seduta di autoterapia. In fondo, tutto il romanzo è attraversato da un filo conduttore che riporta al tempo che passa e a echi di una gioventù ormai finita.

“Il Figlio del Tempo di Dopo” — evoca qualcosa di filosofico e disturbante. Come è nato questo nome?

Pur essendo quasi sempre capaci di intendere e di volere, i veri serial killer sono persone fortemente disturbate da psicopatologie di tipo sadistico-compulsivo. In genere è gente ai margini della società, ma esistono anche soggetti affetti da psicopatie più nascoste, che consentono loro di essere inseriti nella quotidianità, e volevo il mio assassino rientrasse in questa categoria. Il nome che gli ho dato in effetti crea una sinistra fascinazione, ed è venuto di getto scrivendo, senza alcuna ricerca. Spesso, e non credo di essere l’unico, le invenzioni creative arrivano quando meno te le aspetti.

Il libro attraversa dodici anni di storia italiana. Quanto è stato importante intrecciare il thriller con il contesto politico e sociale dell’epoca?

La paura dell’inesorabile trascorrere del tempo è la peggiore ossessione dell’essere umano, anche se spesso non ce ne rendiamo conto. Secondo me, l’arco temporale 1988 – 2000 è uno dei più significativi del dopoguerra. Alla fine degli anni ’80 ci lasciamo alle spalle gli anni di piombo e ci affacciamo alla illusione di sostituire una politica vecchia e corrotta con una moderna e vivace. Il 2000, poi, arriva con una Seconda Repubblica ben radicata, ma intanto le illusioni di un tempo sono naufragate e le stragi di Cosa nostra e della Uno Bianca hanno segnato di sangue il decennio. È un periodo inquietante e iconico, perfetto per collocarvi la lunga indagine del romanzo, ma non è stato facile riuscire a farlo. Il rischio era di inserire troppi eventi dettagliandoli, ma così facendo avrei rallentato l’anima thriller della storia. Perciò ho dovuto selezionare gli eventi e li ho inseriti solo con veloci spot. Il lettore doveva percepire lo scorrere degli anni, ma non doveva avere l’impressione che questo fosse solo un escamantage narrativo. La narrazione doveva essere scorrevole, naturale. Spero di esserci riuscito.

Caterina Barone è una protagonista complessa, segnata dal passato ma determinata. Cosa voleva raccontare attraverso di lei sul ruolo delle donne nelle forze dell’ordine negli anni Novanta?

Il timing del percorso di carriera di Caterina era simile al mio, perciò nel romanzo lei ripercorre le mie stesse tappe. Nell’81 è stata davvero la prima donna ammessa al concorso come Commissario della Polizia di Stato (la collega del corso aveva un nome completamente diverso, ma anche lei era comunque siciliana). Il personaggio Caterina combatte contro alcuni stereotipi e pregiudizi che in effetti nei primi anni ’80 un po’ circolavano sulle donne poliziotto, ma poi sono crollati completamente. Non ricordo di aver mai sentito una sola parola in una questura su una ipotetica incapacità investigativa perché una collega era “donna”. Al contrario, spesso sono proprio le donne le migliori investigatrici.

Il rapporto tra indagine professionale e coinvolgimento emotivo è centrale nel romanzo. Quanto è stato difficile mantenere questo equilibrio?

Nello scrivere questa storia, tentare di fondere in Caterina la passione della caccia al killer con la freddezza professionale è stato difficile. Lei è mossa anche da sentimenti di vendetta per la strage delle donne cui per dieci anni assiste quasi impotente, ma deve reprimerli perché è una funzionaria dello Stato e non può permettere che la passione travolga la professione, anche se certe volte sente che dovrebbe essere più giusto cedere a questo impulso. Per gestire questi passaggi ho alternato scene in cui Caterina prova sentimenti di sdegno umano con altre in cui la professionalità prende il sopravvento.

Qual è stata la scena più difficile da scrivere — emotivamente o tecnicamente?

Sì, ce n’è una. Si svolge in un cimitero abbandonato della provincia di Rimini, davanti al castello di Montebello (il maniero in cui si dice che ancora oggi vi si aggiri il fantasma di Azzurrina). È una scena che mi ha fortemente coinvolto a livello emotivo, e per chiuderla ho studiato con attenzione maniacale ogni virgola e ogni parola da utilizzare. Ovviamente non posso dire altro per non spoilerare. Un consiglio: chi vuole conoscere Caterina, nella pagina Amazon del libro potrà leggere un lungo estratto che comprende i sette capitoli iniziali del romanzo.

Pubblicato il: 2 Febbraio 2026
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