La sanità italiana e il patto spezzato tra cittadini e istituzioni
Liste d’attesa, prestazioni rinviate, ricorso crescente al privato e un rapporto medico-paziente che troppo spesso si azzera. Dietro la crisi della sanità pubblica sta crescendo qualcosa di ancora più grave: la perdita di fiducia nelle istituzioni

Fino a quando deve capire sempre il cittadino?
C’è un malessere che cresce intorno alla sanità italiana. Lo si avverte nelle conversazioni quotidiane, nei racconti di amici e familiari, nelle sale d’attesa, davanti agli sportelli, nelle telefonate ai CUP. Storie diverse che finiscono tutte per assomigliarsi.
Una visita specialistica necessaria. La prescrizione del medico. La telefonata per prenotare. Poi la risposta. Fra mesi. Qualche volta molti mesi. E allora si prova un’altra strada. «Privatamente?» Ed ecco che il calendario sembra cambiare improvvisamente. La prestazione che attraverso il Servizio sanitario nazionale richiedeva un’attesa difficilmente compatibile con le necessità del paziente può diventare accessibile molto prima se si è disposti — e soprattutto se si è in grado — di pagare.
Naturalmente non è necessario trasformare tutto questo nell’ennesima invettiva contro la sanità italiana. Bastano i numeri.
Nel 2024, secondo l’ISTAT, 5,8 milioni di persone, il 9,9 per cento della popolazione, hanno dichiarato di aver rinunciato a visite mediche o accertamenti diagnostici di cui avevano bisogno. Nel 2023 erano il 7,6 per cento. Il 6,8 per cento della popolazione indica fra le cause le lunghe liste d’attesa. Il 5,3 per cento le difficoltà economiche. Contemporaneamente è cresciuta la quota di persone che ha sostenuto interamente il costo dell’ultima prestazione specialistica: dal 19,9 per cento del 2023 al 23,9 per cento del 2024. Quasi un italiano su quattro, dunque, per l’ultima prestazione specialistica considerata dall’indagine ha pagato interamente di tasca propria.
Fermiamoci un momento su questo dato. Perché dietro una percentuale potrebbe nascondersi una trasformazione culturale enorme. Il Servizio sanitario nazionale nasce universalistico. La salute non dovrebbe essere un prodotto acquistabile in misura proporzionale al proprio reddito, ma un diritto. Eppure, si sta facendo strada una sorta di nuova normalità: se vuoi aspettare, aspetti. Se puoi pagare, paghi. Se non puoi permetterti né di aspettare né di pagare, il problema diventa tuo.
Naturalmente non sempre accade così, ma accade abbastanza spesso tanto da aver trasformato l’accesso alle cure in uno dei grandi motivi di inquietudine degli italiani.
Il cittadino deve sempre comprendere
A questo punto arriva inevitabilmente la lunga lista delle spiegazioni.
Manca personale. Gli ospedali sono sotto pressione. Gli infermieri sono insufficienti. I medici hanno carichi di lavoro enormi. La popolazione invecchia. La domanda sanitaria aumenta. La burocrazia assorbe tempo. Le Regioni funzionano in maniera diversa. Tutto vero. Ma forse è arrivato il momento di formulare una domanda che da troppo tempo rimane sottovoce: fino a quando deve essere sempre il cittadino a comprendere? Perché quel cittadino paga le imposte. Finanzia il sistema. Rispetta procedure, raccoglie prescrizioni, telefona, prenota, aspetta. E quando sta male non sta chiedendo una cortesia allo Stato. Sta esercitando un diritto.
C’è un limite oltre il quale la comprensione rischia di trasformarsi in rassegnazione. E una democrazia dovrebbe preoccuparsi moltissimo quando i propri cittadini cominciano a rassegnarsi al cattivo funzionamento delle istituzioni.
Poi, finalmente, arriva la visita

La lista d’attesa, tuttavia, è soltanto metà della storia. Perché finalmente quel giorno arriva. Il paziente entra nell’ambulatorio portandosi dietro mesi di attesa, esami, referti e soprattutto domande. Talvolta paura. E qui comincia un altro racconto che ricorre con preoccupante frequenza nelle testimonianze delle persone. Pochissimo tempo. Gli occhi rivolti più allo schermo che alla persona.
Domande rapide. Risposte ancora più rapide.
La sensazione che raccontare qualcosa in più significhi rallentare una macchina che deve andare avanti. Quasi che il paziente sia diventato un contrattempo all’interno del processo sanitario. Naturalmente non tutti i medici sono così. Sarebbe profondamente ingiusto dimenticare le migliaia di professionisti che ogni giorno lavorano con competenza e umanità, spesso in condizioni difficilissime. Ma sarebbe altrettanto ingiusto utilizzare il loro impegno come alibi per non parlare di ciò che non funziona. Perché la pressione lavorativa può spiegare un comportamento. Non necessariamente lo giustifica. Anche il medico può essere stanco. Anche il paziente lo è. Con una differenza. Il paziente, in quel momento, è quello che sta male.
E c’è qualcosa che vale la pena ricordare. Non è una frase romantica. Non proviene da qualche manuale di buone maniere. È scritto nella legge italiana. La legge 219 del 2017 stabilisce che «il tempo della comunicazione tra medico e paziente costituisce tempo di cura».
E allora chiamiamo le cose con il loro nome.
Un paziente che dopo mesi di attesa entra in un ambulatorio e non viene ascoltato non ha ricevuto semplicemente un’accoglienza poco cortese. Se la comunicazione è tempo di cura, quando la comunicazione scompare si impoverisce la cura stessa. La carenza di personale può spiegare la fretta. Un’agenda impossibile può spiegare l’impazienza. La burocrazia può spiegare gli occhi continuamente rivolti a un monitor. Ma spiegare non significa assolvere tutto. Perché esiste anche una responsabilità individuale nel modo in cui ci si rivolge a una persona fragile, preoccupata o impaurita. E nessuna riforma sanitaria costerebbe meno di questa: ricordarsi che dall’altra parte della scrivania non c’è una pratica. C’è una persona.
Un sistema capace di curare ma sempre più difficile da raggiungere
Sarebbe scorretto descrivere il Servizio sanitario italiano come un cumulo di macerie. I dati internazionali raccontano una realtà molto più complessa.
Secondo l’OCSE, l’Italia ha un’aspettativa di vita di 83,5 anni, superiore di 2,4 anni alla media dei Paesi dell’organizzazione. Anche diversi indicatori sulla mortalità prevenibile e trattabile risultano migliori della media OCSE. Eppure, soltanto il 44 per cento degli italiani dichiara di essere soddisfatto della disponibilità di assistenza sanitaria di qualità, contro il 64 per cento della media OCSE.
Eccolo, il paradosso. Possediamo un sistema ancora capace di produrre risultati sanitari importanti, ma una parte consistente della popolazione sente sempre maggiore difficoltà nell’accedervi. Anche sulle risorse il quadro merita attenzione. L’Italia conta 5,4 medici praticanti ogni mille abitanti, contro una media OCSE di 3,9, ma soltanto 6,9 infermieri contro 9,2. I posti letto sono 3 ogni mille abitanti contro i 4,2 della media OCSE. E la spesa sanitaria complessiva italiana equivale all’8,4 per cento del PIL, contro il 9,3 per cento medio OCSE.
Non basta dunque ripetere che “mancano i medici”. Il problema riguarda organizzazione, personale infermieristico, territorio, distribuzione delle risorse, programmazione e capacità di rispondere alla domanda. Qualcosa, va detto, recentemente sembra muoversi. AGENAS ha rilevato che nel primo semestre del 2026 le prenotazioni monitorate sono passate da 13,3 a 14,9 milioni rispetto allo stesso periodo del 2025 e che oltre 1,6 milioni di prestazioni in più sono state garantite entro i tempi previsti. I miglioramenti più significativi riguardano le priorità Urgente e Breve.
È una buona notizia. Ma non cancella i 5,8 milioni di persone che l’anno precedente avevano dichiarato di aver rinunciato a visite o accertamenti. E soprattutto non cancella la domanda fondamentale: come siamo arrivati fin qui?
Vent’anni non sono un’emergenza
Forse dovremmo smettere di raccontare ogni problema della sanità come se fosse improvvisamente caduto dal cielo. Perché un’emergenza può durare qualche mese, qualche anno. Quando dura abbastanza da attraversare governi, maggioranze e stagioni politiche differenti, smette di poter essere spiegata soltanto come un’emergenza. Diventa una questione di scelte e di priorità politiche.
Secondo le analisi della Fondazione GIMBE, nel decennio 2010-2019 alla sanità pubblica sono venuti meno oltre 37 miliardi di euro tra tagli conseguenti alle manovre di finanza pubblica e risorse programmate ma successivamente non assegnate. Nello stesso periodo il finanziamento del Servizio sanitario nazionale è cresciuto mediamente dello 0,9 per cento l’anno: meno dell’inflazione. Nel 2025 la spesa sanitaria pubblica italiana si è attestata al 6,2 per cento del PIL, contro il 7,1 per cento della media OCSE e della media dei Paesi europei considerati.
Si può discutere sui singoli governi, sulle responsabilità delle Regioni, sulle crisi economiche attraversate dal Paese e sui vincoli di finanza pubblica. Ma un dato politico rimane. Per oltre quindici anni maggioranze diverse hanno avuto la possibilità di considerare la sanità una priorità assoluta. I numeri raccontano che non lo hanno fatto abbastanza. E allora forse dovremmo smettere di chiamarla emergenza. Perché quando un problema viene lasciato crescere per quindici o vent’anni, non siamo più davanti soltanto a qualcosa che è accaduto. Siamo davanti anche alle conseguenze di scelte politiche compiute — o rinviate — per molti anni.
I soldi non ci sono. Oppure dipende?
Negli ultimi anni l’Europa ha radicalmente modificato le proprie priorità in materia di sicurezza e difesa. Nel vertice NATO dell’Aia del 2025 gli alleati hanno assunto l’impegno di arrivare entro il 2035 al 5 per cento del PIL, articolato in almeno il 3,5 per cento destinato alle esigenze fondamentali della difesa e fino all’1,5 per cento per investimenti più ampi collegati alla sicurezza e alla resilienza. Ciò non significa che qualcuno abbia materialmente preso un euro da un ospedale e lo abbia consegnato alle Forze armate. Sarebbe una rappresentazione semplicistica. Ma significa qualcosa che politicamente non possiamo ignorare.
Quando una questione viene considerata strategica, le risorse si cercano.
Le istituzioni sostengono che l’attuale situazione internazionale rende necessario aumentare la spesa per la difesa. Ma proprio allora diventa inevitabile un’altra domanda. Quanto è sicuro un Paese nel quale milioni di cittadini incontrano difficoltà nel curarsi? Perché sicurezza è anche ricevere una diagnosi oncologica in tempo. Sicurezza è trovare un pronto soccorso che non collassi. Sicurezza è avere abbastanza medici e infermieri. Sicurezza è ottenere una risonanza quando serve e non quando finalmente c’è un posto. Sicurezza è poter invecchiare sapendo che, se avremo bisogno del sistema sanitario, quel sistema sarà ancora lì.
La domanda, dunque, non è se esistano soldi infiniti. La domanda è perché alcune necessità riescano a diventare priorità nazionali mentre altre, nonostante riguardino ogni cittadino, continuino da anni a essere raccontate come problemi ai quali dobbiamo adattarci.
Chi risponde?
Rimane infine una delle questioni più irritanti per il cittadino. La responsabilità. Lo Stato rimanda alle Regioni. Le Regioni alle aziende sanitarie. Le aziende sanitarie alle carenze di organico. Il personale all’organizzazione. L’organizzazione alle risorse. Le risorse ai vincoli di bilancio. E alla fine di questa lunghissima catena c’è ancora lui. Il cittadino. Con la sua prescrizione in mano. Con il suo problema. Con la sua paura. E magari con una data fissata fra otto mesi.
Se tutti hanno una spiegazione, chi ha una responsabilità? Perché non può esistere un sistema nel quale tutti siano responsabili e proprio per questo nessuno lo sia davvero.
Il patto spezzato
È forse questo il problema più grave. Non soltanto le liste d’attesa. Non soltanto i costi. Non soltanto il personale insufficiente. È la progressiva erosione di quel patto invisibile che tiene insieme una comunità e le sue istituzioni.
Io cittadino rispetto le regole, contribuisco attraverso le imposte, riconosco allo Stato autorità e responsabilità. In cambio mi aspetto che alcune promesse fondamentali vengano mantenute. La salute è una di queste. Quando quella promessa comincia a vacillare, non perdiamo soltanto efficienza. Perdiamo fiducia. E la fiducia è una risorsa molto più difficile da ricostruire di un ospedale. Possiamo continuare a spiegare al cittadino perché deve aspettare. Possiamo spiegargli i bilanci, i turni, le competenze regionali, le difficoltà organizzative, la carenza di infermieri, le emergenze internazionali. Possiamo chiedergli ancora una volta di comprendere. Ma forse, dopo tanti anni, è arrivato il momento di rovesciare la domanda.
Quando cominceranno le istituzioni a comprendere lui? Perché prima o poi, davanti a un CUP, ci sarà una persona che non conosce le statistiche dell’ISTAT, non ha letto i rapporti OCSE e non sa nulla delle percentuali del PIL. Sa soltanto che sta male. Ha una prescrizione in mano. Gli hanno appena detto quando potrà essere visitata. E farà la domanda più semplice di tutte: «E io, nel frattempo, che cosa faccio?»
Sarebbe bene che qualcuno cominciasse a preparare una risposta.

Giornalista – Direttore Responsabile Globe Today’s


