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Inafferrabile Ramìe: un vino di montagna nel Piemonte valdese

Ramìe

Ramìe. Anche se il calendario si ostina a negare, il clima non mente: l’estate è arrivata prestissimo, e lo sa bene chi vive in pianura e in città, già bollenti da fine maggio. Soluzione: la montagna. In quota il fresco mattutino e serale fa vivere meglio, stuzzica intelletto e sensi e predispone all’apprezzamento dell’enogastronomia, altrimenti penalizzata da temperature che vietano un serio impegno gustativo. Per questo, stavolta, ce ne andiamo in mezzo ai monti, a cercare sorsi freschi, taglienti e antichi quanto la cultura alpina.

Un’incursione nelle valli valdesi

C’è un pezzo di montagna piemontese diverso dagli altri, diverso da tutti. A ovest di Pinerolo, nel cuore delle Alpi torinesi, ci sono tre valli di confine (Pellice, Chisone, Germanasca) che la storia ci ha insegnato a definire «valdesi»: perché qui, dal XII secolo in poi, si è sviluppata la vicenda del valdismo, movimento in origine eretico combattuto dalla Chiesa di Roma, poi, dal 1532, confluito nel grande fiume della Riforma protestante. Non è un caso che i Valdesi abbiano trovato rifugio tra questi monti aspri e difficilmente accessibili: resistere alle persecuzioni (spesso violente) del pensiero unico era più facile.

Ne è nata una cultura differente dal resto della regione, tenacemente legata agli orizzonti stretti di queste montagne e tuttavia dotata d’un innegabile respiro europeo. L’aspetto di queste vallate è originale, impregnato di extraterritorialità: talora si ha l’impressione di non essere in Italia, ma in una terra di nessuno, una piccola patria alpina sovranazionale che se ne frega dei confini ed è comune ai montanari di Svizzera, Delfinato, Queyras, Savoia, Valle d’Aosta. Pure la lingua è diversa: ël patouà, una parlata di ceppo franco-provenzale che i linguisti definiscono provenzale delfinese o, meglio, provenzale alpino.

Poi capita che tra questi monti, in particolare quelli della bassa valle Germanasca, si faccia vino; che, capirete, come tutto il resto qui non può che essere diverso: per storia, per vitigni, per gusto. Per rarità, soprattutto.

Vigneti impossibili e uve di frontiera

Da Pinerolo risalite la val Chisone fino a Perosa Argentina; poi puntate a sinistra, verso la val Germanasca (o val San Martino, come si diceva una volta). Superata Perosa, il solco vallivo si stringe. Nei pressi di Pomaretto (620 m), sollevate lo sguardo verso destra, verso il pendio scosceso della montagna che sovrasta il paese. È qui che comincerete a vedere le vigne: i bari (o bariòl), terrazze minuscole (ci sta un filare, al massimo due, vicinissimi) sorrette da muretti a secco costruiti con perizia millenaria, s’incrociano, si sovrappongono, s’inseguono a livelli diversi, scalando la montagna con pendenze vertiginose (anche 45°), fin quasi a 1000 m, fino alla frazione Lausa. Inventando terre coltivabili dove non ne esistevano. Impressionante.

Ramìe: Pomaretto, le «vertiginose» vigne del Ramìe.
Pomaretto, le «vertiginose» vigne del Ramìe
Ramìe: Vigne terrazzate a Pomaretto
Vigne terrazzate a Pomaretto

Si abusa del termine «eroico» per designare questo tipo di viticoltura, ma tendo a essere d’accordo con il poeta che diceva «Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi». E infatti qui non ci sono eroi: ci sono veri contadini di montagna, tosti, tenaci, duri, inflessibili. Soprattutto geniali.

Ramìe: Lavori invernali nelle strettissime terrazze coltivate a vigneto di Pomaretto (foto G.V. Avondo).
Lavori invernali nelle strettissime terrazze coltivate a vigneto di Pomaretto (foto G.V. Avondo)

Il vino, qui, si fa almeno dal Medioevo: le vigne terrazzate sono attestate con continuità dal 1305 in poi, come dicono i conti delle castellanie di Perosa e della val San Martino. Nel 1326, poi, si stabilisce la data delle vendemmie con un atto ufficiale (la prova del valore attribuito alla vitivinicoltura): dal 6 settembre all’8 di ottobre. Così avanti per secoli, nonostante difficoltà climatiche e guerre (di religione e non) che affliggono la valle.

Ramìe: Vendemmia rigorosamente manuale per Daniele Coutandin, storico interprete del Ramìe...
Vendemmia rigorosamente manuale per Daniele Coutandin, storico interprete del Ramìe…
…Ma quando la pendenza è troppa, si sale in monorotaia

Il vino qui si chiama Ramìe

Il vino di qui si chiama Ramìe: le ramìe, in patouà, sono le cataste di rami tagliati e raccolti in cumuli dai contadini durante il disboscamento necessario per creare le terrazze. I vitigni utilizzati sono rarità ampelografiche, adattate da secoli alle difficili condizioni pedoclimatiche delle montagne di questa frontiera occidentale: soprattutto avanà (G. di Rovasenda, 1877: «Il vino prodotto dall’avanà è rinomato per la sua qualità di togliere l’uso delle gambe a chi ne liba con troppa generosità, anziché portare fumi alla testa»), avarengo, chatus e berla ‘d crava («cacca di capra»; i savoiardi – si sa: i francesi son più eleganti – lo chiamano persan, lo stanno riscoprendo e vedrete che fra un po’ ce lo venderanno carissimo).

Un grappolo di berla ‘d crava (becuet in valle di Susa, persan in Savoia), uno degli antichi vitigni con cui si produce il Ramìe

Ancora nel 1908, il parroco di Perrero (poco più in su in val Germanasca) scrive: «È un bello spettacolo per chi giunge da Perosa il gettare lo sguardo sulla riva sinistra della Germanasca: non c’è un palmo di terra che rimanga incolto; […] e questo spettacolo si prolunga indefinitamente […] fino agli ultimi campicelli […] dove ci possa essere la speranza che cresca un grappolo d’uva». Poi guerre mondiali e industrializzazione delle valli decimeranno i vigneti di Pomaretto e Perosa.

Nel dopoguerra e fino alla fine del Novecento sopravvivono pochi, piccolissimi produttori (storici e sempre resistenti: Daniele Coutandin e La Chabranda). Nel nuovo millennio, si assiste a una piccola ma sostanziosa rinascita, condotta da nuove generazioni di vigneron, alcuni riuniti in consorzio per assemblare forze e vigne. In ogni caso, oggi i vignaioli si contano sulle dita di due mani; di Ramìe (nella DOC Pinerolese dal 1996), se l’annata fila liscia, si fanno poco più di 10.000 bottiglie.

Il gusto delle montagne valdesi

Va davvero assaggiato, il Ramìe, per capire la differenza. Nel bicchiere lo troverete rubino fitto e subito vi colpirà il profilo olfattivo, insieme rustico e complesso, esuberante di sensazioni di prugna e geranio, di scisti scaldati dal sole, intrigante di chiodo di garofano; e al palato percepirete una cremosità fruttata sferzata da una vena di freschezza, da una venatura tannica, da una sapidità montana ch’è difficile da descrivere quanto bella da gustare. Gradazioni alcoliche non eccessive, succosità, originalità gustativa: caratteristiche ideali per accompagnare la cucina valdese.

Provate il Ramìe con le calhiettes (polpette di patate grattugiate insaporite con pancetta e soffritto di verdure, servite con toma di montagna o burro fuso), con l’antica mustardela (insaccato dal pedigree medievale prodotto con scarti e sangue di maiale, spalmabile su un pane di barbarià o accompagnato alla polenta), con uno stracotto di montone alle erbe di montagna. Farete il pieno di sapori non omologati e queste valli non le dimenticherete più.

A proposito. C’è un’occasione perfetta per una full immersion. Il 18 e il 19 giugno, a Perosa Argentina, va in scena una bellissima manifestazione, Vini all’insù. Rassegna di vini di montagna prodotti nell’arco alpino (www.facebook.com/viniallinsu). Ci troverete il Ramìe e i suoi protagonisti, da cui potrete acquistare qualche rarissima bottiglia; potrete anche salire al Ciabot di Pomaretto, per degustare un aperitivo nelle vigne terrazzate dove si consuma il rito antico di questo vino. E poi l’alta valle Germanasca è bellissima, tutta da scoprire. Ma questa è un’altra storia.

Prosit.

II bicchiere segreto” – vini rari e territori da scoprire – 8

Per informazioni, approfondimenti, acquisti: Comune di Pomaretto e Facebook.

Le puntate precedenti de “Il bicchiere segreto: “Il Timorasso“; “Vin Santo di Vigoleno”; “Il Bellet“; “L’Enfer D’Arvier“; “La Vernaccia di Serrapterona“; “Il Refrontolo Passito“; “ La Malvasia di Bosa“.