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Bosa: alla ricerca del gusto arcaico della Malvasia perduta

Bosa: Vecchie botti
Le vecchie botti di castagno in cui matura la malvasia di Bosa (foto Le Strade del Vino – Vini e cantine di Sardegna).

Si. Ripartiamo da Bosa, davvero un viaggio sentimentale per assaporare il gusto arcaico del vino. Siamo partiti lo scorso anno da un vitigno e un vino di confine “il Timorasso“. Oggi siamo alla settima tappa alla ricerca dei vini rari e dei territori da scoprire. Buon “bicchiere segreto”, in attesa del prossimo brindisi.

Bosa

«Bosa è un’altra cosa.» Sembra lo slogan elaborato da un’agenzia di promozione turistica non proprio originalissima. Però è vero. Questo lembo di Sardegna occidentale in provincia di Oristano si chiama Planargia, e la sua diversità sta nelle cose.

Anzitutto, è un’area poco turistica, nonostante una costa di bellezza spettacolare (ma non adatta alla residenzialità di massa: bisogna andarsele a cercare certe calette nascoste) e un verde entroterra che costeggia il massiccio del Montiferru (oltre 1000 metri). Dal mare alle montagne in pochi chilometri: l’essenza contrastata della Sardegna rimasta intatta nel tempo.

Bosa:Bosa, le antiche concerie sul fiume.
Bosa, le antiche concerie sul fiume

Poi la Planargia è diversa perché è attraversata da un fiume, il Temo, che ha una singolarità inattaccabile. E’ l’unico fiume sardo navigabile, sia pure per soli 6 km, alla foce. Proprio lì sorge Bosa, una delle sette città regie della Sardegna spagnola, adagiata sulle due rive del corso d’acqua. Il suo aspetto, per questo, mostra una certa extraterritorialità. Guardandola, chi è malato di (grande) vino non può non pensare, facendo le debite proporzioni, a un’altra città di mare, di fiume e di vino: Vila Nova de Gaia, patria del mito del porto.

Perché poi sì, l’ultima grande differenza è proprio il vino: una Malvasia come non ce ne sono altre.

Il vitigno mediterraneo per eccellenza diventato sardissimo

Bosa: grappoli Malvasia
Grappoli di malvasia di Bosa a maturazione

La malvasia o, meglio, le malvasie sono vitigni aromatici antichissimi. Per tradizione, se ne fa risalire l’origine alla città-porto di Monemvasia, su una piccola isola all’estremo Sud del Peloponneso. Per secoli (almeno dal 1214, quando è citata per la prima volta a Efeso) non s’è dubitato di quel pedigree greco, complici i veneziani, che dalle isole elleniche importavano il vinum de Malvasias. Insomma, dalla Grecia il vitigno avrebbe viaggiato sulle navi dei mercanti, giungendo negli angoli più sperduti del Mediterraneo, e anche oltre le colonne d’Ercole.

Suggestivo, ma non proprio vero. Le analisi molecolari dell’ultimo ventennio, infatti, hanno fatto un po’ di chiarezza in quella che per tradizione si designava come «famiglia delle malvasie». Che poi famiglia non è: delle decine di vitigni accomunati dal termine «malvasia» solo alcuni sono parenti, mentre altri non condividono se non in minima parte un lignaggio comune. Per farla semplice: non basta aggiungere un appellativo (magari geografico: malvasia di Sardegna, di Candia, di Brindisi, istriana, di Casorzo ecc.) per indicare una parentela.

Il genoma non mente

Il genoma non mente: molti vitigni che portano il nome Malvasia sono incroci tra uve che con il mito del vitigno aromatico originario non hanno alcun rapporto. E nessuno ha conclamate origini greche. Alcuni, però, una parentela ce l’hanno. Così, uno studio del 2006 ha stabilito, fino a prova contraria, che malvasia di Lipari, di Bosa, di Sitges (Spagna), Cândida (Madeira), Dubrovačka (da Dubrovnik, in Croazia) e il greco bianco di Gerace (Calabria) sono lo stesso vitigno. Che ha un denominatore comune: il mare. Una varietà a forte vocazione marinara, ci son pochi dubbi.

E dunque, quando sarebbe arrivata in Planargia, magari risalendo il Temo? C’è chi parla di età nuragica (l’area è ricca di testimonianze protostoriche), chi bizantina. Difficile dire, in mancanza di fonti certe. Una cosa è sicura: la malvasia si è stabilità qui perché le condizioni erano ideali e, nei secoli, ha assunto, nel legame con i planargini che la coltivavano, un’identità irripetibile.

Cantina maddeddu I vigneti di Planargia. In lontananza il mare (foto Cantina Madeddu)

Le stigmate della diversità

Perché, se le malvasie mediterranee, in gran parte, producono un vino dolce e aromatico, spesso da appassimento, a Bosa è tutto un altro mondo. Qui, qualche giorno prima della vendemmia, si raccoglie una piccola parte dei grappoli, i più maturi, e li si mette a fermentare naturalmente: è il cosiddetto pied de cuve, che verrà usato, qualche giorno dopo, per innestare la fermentazione della massa vendemmiata.

La malvasia si raccoglie a piena maturazione. Si pressa, si lascia decantare per circa 24 ore, poi si unisce al pied de cuve ricco di lieviti attivi. Conclusa la fermentazione, il mosto vien posto in piccole, vecchie botti (per tradizione di castagno del Montiferru, ma si usa anche il rovere di Slavonia) lasciate scolme, in modo che sulla superficie si formi la flor (come nella produzione degli sherry di Andalusia e della vicina Vernaccia di Oristano), uno strato ceroso protettivo che consente una fermentazione controllata in ambiente ossidativo. Risultato: un sorso né secco né dolce, che integra la ricchezza di profumi dei grandi vini ossidativi, l’esuberanza aromatica della malvasia e le finezze olfattive della macchia mediterranea di Planargia. Irripetibile, atavico.

Tra storia e realtà: ma la Malvasia di Bosa esiste ancora?

Qualcuno di voi lettori avrà visto, qualche anno fa, il film Mondovino, di Jonathan Nossiter (se non l’avete fatto, fatelo: non avrete nulla di cui pentirvi e rischiate il contagio della passione enoica). Fra i protagonisti c’era Giovanni Battista Columbu, storico produttore di malvasia di Bosa, divenuto subito, nel mondo, simbolo del vino della tradizione. E sì che Columbu non era neanche di Bosa. Era un insegnante barbaricino, spedito negli anni ’50 dal ministero dell’Istruzione a Bosa, dove ha trovato le due passioni della vita: la moglie Lina e la malvasia. Quest’ultima trasmessa da un parente di Lina, Salvatore De Riu, detto Zegone (o Ciecone), patriarca dei vini bosani, caro a Veronelli e a Mario Soldati.
Al momento dell’uscita del film (2004), la Malvasia di Bosa era sull’orlo dell’estinzione. C’era di che pensare che, con la scomparsa di Columbu e del manipolo di anziani produttori che insieme a lui perpetuavano la tradizione, l’antica sapienza del territorio sarebbe sparita per sempre. Per fortuna non è stato così. Ma i numeri della DOC (1972) definiscono la rarità di questo vino: si parla, in tutto, di 27 ettari coltivati (ma gli ettari rivendicati per la DOC nel 2019 sono stati 11,76…) nei comuni di Bosa, Suni, Tinnura, Flussio, Magomadas, Tresnuraghes, Modolo.

E’ ora il momento per provare a Malvasia di Bosa

Bosa: calice dii vino
Ambrata, luminosa, in un bicchiere piccolo tradizione di centellinare il nettare di Bosa

Vale a dire: se volete assaggiare la malvasia di Bosa, partite ora, prima che sia troppo tardi. Per darvi un’idea di quello che assaggerete, lascerei la parola a Soldati, che in Vino al vino (1976) ci ha dato un’irresistibile descrizione della malvasia del Ciecone: “La Malvasia di Bosa appartiene agli Sherries naturali di Sardegna, come la Vernaccia. Ma è di una classe nettamente superiore. […] Al profumo sembra più dolce che al gusto, che è poi quello di uno Sherry medium, un amontillado oppure un oloroso. Non succulento, ma neanche completamente secco. Il bouquet è piacevolmente come di fiori. […] È finissima, leggera, setosa, profumata e saporosa di rosa e di ginepro”.

Aggiungeremmo noi: di acacia, albicocca disidratata, mandorla e nocciola tostata. Con un finale amarognolo, infinito. Perfetto con pasticceria secca, ma anche con i formaggi stagionati e la ricotta mustia («affumicata») di Planargia.
Perché in Sardegna non si va solo per il mare.
Prosit.

L’abbinamento: dolci sardi a base di mandorle, come le tiliccas o le cascheddas.

II bicchiere segreto” – vini rari e territori da scoprire – 7

Per informazioni, approfondimenti, acquisti: Consorzio di Tutela Malvasia di Bosa: aziende: Giovanni Battista Columbu, Emidio Oggiano, Fratelli Porcu, Madeddu, Zarelli, Angioi, Silattari.

Pubblicato il: 12 Marzo 2022
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