Giocando a golf una mattina

Lo sceneggiato Rai e il titolo che inganna
No, non ho giocato a golf di mattina. Sono già un disastro di pomeriggio, ho testato la pazienza di varie istruttrici e ho rinunciato per decenza. Ecco uno sport anglosassone che è proprio meglio che io studi ma non pratichi.
“Giocando a golf una mattina” è il titolo di un bellissimo sceneggiato Rai del 1969 che, grazie alla tecnologia, si trova su YouTube.
Luigi Vannucchi e Aroldo Tieri (tra gli altri) in un giallo di quell’affascinante limbo Italia–Inghilterra finta costruito dalla nostra TV di Stato su un romanzo di Francis Durbridge. Ma basta dati, li trovi su Wikipedia.
La Rai aveva il bellissimo vizio di affidare a Daniele D’Anza gli adattamenti di quei gialli. Tutti attori italiani, solo gli esterni necessari in loco, e tutti gli “interni” in patria nostra. La mescola – ripeto – pur finta e magari ingenua a occhi odierni, ha una potenza narrativa particolare. Sta in un limbo unico, come Bollywood, inutile continuare a dire “ma Alberto Lupo di inglese non ha niente”, meglio godersi il complessivo e dimenticarsi di tutto quello che resta o restava intorno. Mio figlio da piccolo riguardava con me quegli sceneggiati e li chiamava “quelli argentati”: per lui il bianco e nero era diverso, non era vecchio né scaduto né sbiadito. Era un effetto speciale.
Durbridge, il golf e il codice narrativo
Arrivo/torno alla connessione Sport–Fiction.
Il titolo originale di Durbridge è “A Game of Murder”, un gioco di omicidio. Ma la traduzione ha uno scopo preciso: usare il golf per ambientare immediatamente lo spettatore nel mondo anglosassone.Noi, nel clan di scrittura di Sport Crime, lo chiamiamo “Codice”, cioè l’allegato istantaneo che lo spettatore sente e vede con una singola immagine: dici golf (nel 1969 più di adesso) e dici (dicevi) Britannia.
Al minuto 10 e 43, che togliendo la lunga sigla (4 e 53) diventa circa il quinto, ho contato una decina di inquadrature sportive, con stretti sulle palline, racchette da tennis in ufficio (senza che il dialogo lo richieda).

Un uso geniale dello stereotipo che (nota personale) non posso escludere mi abbia orientato verso un tipo di sport e di carriera. Credo che l’immagine–codice decisiva venga da “Un certo Harry Brent”, sempre Rai, sempre Durbridge, ne parleremo presto qui su Globe.
Il mio percorso può essere irrilevante, ma da qui emerge l’utilità simbolica di quattro inquadrature di un genere letterario che, quando non ha propositi popolar–educativi, diventa – appunto – educativo, indirizzante e avvolgente.

Autore TV, Scrittore, Atleta


