La favola vera del Festino nel racconto di Salvo Piparo a Danisinni
La favola vera narrata a danisinni

Anche quest’anno il mio soggiorno palermitano ha previsto la partecipazione al Festino in onore di Santa Rosalia, Patrona della Città, la cui venerazione divenne, oggi diremmo, “virale” dopo il miracolo della fine della peste a Palermo nel 1624. Proponendo alcune riflessioni relative alle celebrazioni dello scorso mese di luglio, non temo il rischio di ripetermi rispetto alle considerazioni già pubblicate in occasione delle edizioni precedenti, poiché, mai come quest’anno, la Festa si è sviluppata in una modalità itinerante, prima e dopo l’Evento centrale, con l’introduzione di temi la cui attualità supera i confini del capoluogo siciliano.
In particolare, mi riferisco alle rappresentazioni magistralmente condotte da Salvo Piparo, attore, narratore e cuntista di Palermo, che hanno preceduto e concluso il Festino, in una delle Piazze più significative, nel cuore della Città, davanti al pubblico di Danisinni e nel quartiere Brancaccio. Facevo parte della platea a Danisinni, un rione popolare cosiddetto “difficile”, ma la cui “complessità”, grazie alla coesione della Comunità e al contributo di quanti, a partire da Fra Mauro Billetta e la Parrocchia Sant’Agnese, sono impegnati nella sua rigenerazione, afferisce sempre di più al significato etimologico dell’abbraccio piuttosto che alla complicazione, diventando così il quartiere simbolo di una ritrovata coesione sociale.
Il racconto di Piparo e la partecipazione del pubblico
Piparo ha avviato lo spettacolo “cuntando” la storia della Santuzza secondo uno stile costantemente interattivo con il pubblico, “chiamato in causa” con sapienti improvvisazioni che hanno ancora una volta testimoniato la bravura appassionata dell’Attore e la convinta partecipazione degli spettatori, letteralmente calamitati dal carisma narrativo del famoso Cuntista, oltre che dagli evocativi canti della tradizione palermitana con i quali Lello Analfino, in preziosa collaborazione con il Teatro Massimo di Palermo, ha intercalato lo spettacolo.
Si è trattato di un viaggio scandito da tre momenti: dalla storia della devozione a Santa Rosalia a Cavalleria Rusticana, passando per il mistero irrisolto del furto del quadro di Caravaggio nel 1969. Non è mancato nemmeno un accorato riferimento alla tragica sparatoria avvenuta a Monreale nella notte tra il 26 e il 27 aprile 2025, con un omaggio ai giovani che ne sono rimasti vittime.
Il grido “Ca purtasti, Cavalà?” e la memoria collettiva
Per la prima tappa del viaggio, ho apprezzato, anche per il notevole tasso emotivo che hanno suscitato, le parole rivolte al comandante tunisino del vascello mercantile giunto a Palermo nel maggio del 1624, che portò in Città la famigerata pestilenza, a cui la popolazione reagì con l’avvio della devozione a Santa Rosalia e la celebrazione del Festino. «Ca purtasti, Cavalà? Ca purtasti?» è stato, dunque, il grido di autentico dolore con cui Piparo ha chiesto conto al comandante delle sue responsabilità: una domanda retorica, che non ha bisogno di risposta, ma che preannuncia tutte le dolorose richieste di accertamento delle responsabilità che la Città di Palermo avrebbe espresso negli anni e nei secoli successivi sino ai giorni nostri.
Al grido di Salvo Piparo, rivolto storicamente a Maometto Cavalà, ma capace di attraversare il tempo per arrivare ai morbi della società attuale – i soprusi, le ingiustizie, il degrado – ci siamo uniti tutti, nella consapevolezza della necessità di opporre alla peste attuale la volontà, dimostrata dalla comunità di Danisinni, di scegliere la solidarietà e l’opera di rigenerazione congiunta del territorio. Una volontà che ha permesso di raggiungere importanti risultati, come l’allestimento della fattoria sociale e dell’orto didattico.
La fattoria sociale e la favola vera
Ed è proprio con il riferimento alla fattoria che desidero concludere queste riflessioni, a consuntivo di un soggiorno che mi ha consentito non solo di rivedere Palermo, ma di riscoprirla, grazie ai ricordi personali e alle spiegazioni del mio compagno, Giovanni Viviano; perché ogni volta che si visita Palermo si subisce il fascino senza fine di nuove angolature, particolari inesplorati, narrazioni senza tempo.
Mentre Salvo Piparo cuntava, si è sentito il raglio dell’asinello che, in perfetta armonia con un cavallo, abita nella tenuta. Nell’atmosfera sospesa tra il XVII e il terzo millennio, anche quel verso, placido e antico, che ci ha strappato un sorriso, ha avvalorato la favola vera narrata da Salvo Piparo.

Dirigente Scolastico


