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Bartolomeo Cesi: il “pittore del silenzio” nella Bologna dei Carracci

Bartolomeo Cesi: chi era costui?

È una tipica tradizione bolognese che, per smaltire le scorpacciate di panettoni e cotechini, durante le festività natalizie anche i meno avvezzi al mondo dell’arte si cimentino a fare due passi e raggiungere qualche museo o galleria cittadina per visitare un certo numero di mostre, più o meno importanti, più o meno note, più o meno significative.

Ingresso alla mostra

Così, in questo inizio 2026 abbiamo deciso di farlo anche noi e ci siamo recati a un’interessante mostra dedicata al pittore tardo-manierista Bartolomeo Cesi (Bologna, 1556-1629), uno dei maestri della Controriforma cattolica petroniana che, in questa esposizione allestita in un’ala distinta del Museo Civico Medievale, è stato definito come il “pittore del silenzio” (epiteto già attribuito al grande artista internazionale novecentesco Giorgio Morandi, anch’egli rigorosamente bolognese) e messo a confronto con la dinamica realista della pittura di genere di altri grandi maestri felsinei a lui contemporanei del calibro dei Carracci.

Opere custodite al Museo Civico Medievale

Uno splendido contesto storico quello del museo medievale, in cui si possono ammirare antiche armature, pregiati codici miniati, sculture e gioielli preziosi provenienti da nobili casate trecentesche come quella dei Bentivoglio, che dominarono il capoluogo tra il XV e il XVI secolo, oltre a una statua trecentesca del famigerato papa Bonifacio VIII a figura intera, in rame dorato su struttura in legno, un’opera dell’artista Manno Bandini da Siena, la quale, nonostante l’età assai longeva, pare contemporanea, tanto da lasciar stupiti gli occhi di coloro che ne ammirano lo stile lineare, sintetico ed elegantissimo.

Bonifacio VIII

Il contesto storico e i protagonisti dell’epoca

In un tale scenario si è spinti a valorizzare ulteriormente anche l’allestimento sul Cesi e le opere ad esso correlate, che presentano nomi come Ludovico e Annibale Carracci o l’espressivo busto in bronzo di papa Gregorio XIII (sì, proprio colui che istituì il calendario solare adottato da quasi tutti i paesi del mondo: egli lo introdusse nel 1582 a sostituzione di quello giuliano, che risaliva ancora all’epoca degli antichi romani). Il papa stesso era bolognese, proveniente dalla nobile famiglia Boncompagni, e governò in un periodo di fiorente attività per il Cesi oltre che per l’Accademia degli Incamminati carraccesca.

Papa Gregorio XIII (Foto di Fabrizio Malaguti)

Tali artisti operarono in un’epoca in cui la Controriforma richiedeva opere religiose che rispondessero alle esigenze di devozione; dunque l’arte mirava a rendere tangibile il sacro suscitando l’emozione, in quanto elemento principale e tipico dello stile barocco. La mostra dal titolo “Bartolomeo Cesi. Pittura del silenzio nell’età dei Carracci (1556-1629)” è visitabile fino al 22 febbraio 2026 e mira a evidenziare come questo stile barocco si distacchi in modo sostanziale dalla volontà di realismo narrativo, tipico dell’ambito carraccesco, puntando invece alla sublimazione spirituale che il Cesi pare volesse imprimere nei propri lavori per la committenza ecclesiastica.

Manifesto della mostra

Formazione, influenze e fonti storiche

B. Cesi operò in molte occasioni per gli ordini religiosi, come quelli dei monaci certosini e benedettini, influenzando con il suo stile vari artisti della nuova generazione, tra cui il notissimo pittore bolognese Guido Reni ma, del resto, la sua stessa formazione ebbe una connotazione manierista sotto la guida del pittore Giovanni Francesco Bezzi, detto “il Nosadella”, forse perché proveniente dall’antichissima via Nosadella, così chiamata per essere stata costellata, in tempi immemorabili, di alberi di noce. Tutte le notizie storiche accreditate sulla vita del Cesi attingono al prezioso testo storico “Felsina Pittrice” redatto dal nobile bolognese Carlo Cesare Malvasia, nel 1678[1], dal quale si evince che l’arte medesima dell’artista venne influenzata dall’esigenza di trasmettere un linguaggio divulgativo promosso dal cardinale Gabriele Paleotti[2], inteso a educare i devoti attraverso un genere di arte visiva pienamente limpido e privo di qualsiasi fraintendimento.

A fianco al busto di Gregorio XIII un ritratto del Cardinale Paleotti

Stile, opere e contributi artistici

La pittura sobria del Cesi era adatta all’uopo proprio per le sue caratteristiche di umile spiritualità, cromie misurate e armoniche tra loro, prive di qualunque effetto d’esuberanza, ma che orientavano lo spettatore a tendere verso una meditazione interiorizzata. Resta indubbio che B. Cesi fu un protagonista, sebbene totalmente autonomo, dello scenario artistico petroniano, non foss’altro per il fatto d’esser stato il maestro di pittori dello spessore di Alessandro Tiarini, ad esempio, oppure non foss’altro per le sue eccellenti collaborazioni con Ludovico Carracci nella realizzazione di prestigiose opere all’interno della Basilica di San Domenico, ancora, per il suo fondamentale contributo nella fondazione della gilda[3]  dei pittori bolognesi, avvenuta nel 1599. Dal 1620 fu anche nominato maestro del disegno all’Accademia degli Ardenti nella città felsinea[4].

Bartolomeo Cesi, San Benedetto (Foto di F. Malaguti)

Tra le non numerose opere dell’artista esposte in mostra, è di particolare spicco una tela raffigurante San Benedetto, in primo piano mentre domina il paesaggio retrostante che ha come sfondo il monastero norcino. La figura del santo, nettamente delineata e illuminata da sobrie cromie, è la protagonista indiscussa dell’impianto scenico, nella sua piena austerità; lo sguardo rivolto verso il cielo testimonia il rapporto privilegiato dell’artista con le istituzioni religiose, in particolare con ambienti monastici sensibili a una pittura di raccoglimento e rigore morale.

Bartolomeo Cesi, Orazione nell’orto

Risulta invece di qualità inferiore, sia per lo stile esecutivo che per l’armonia cromatica, oltre che per la minor carica emozionale trasmessa dai lineamenti dei personaggi protagonisti della scena, il dipinto intitolato “Orazione nell’orto”, esposto in mostra e appartenente a una collezione privata: se confrontato con il medesimo soggetto dipinto dall’artista e conservato nella Basilica di San Domenico, il primo appare assai meno preciso e stilisticamente meno riuscito, soprattutto nella raffigurazione del volto del Cristo, che risulta maggiormente appiattito e dall’espressione poco rispondente all’emozionalità del protagonista verso la visione mistica; ciò appare in qualche misura discordante con l’intento da parte dell’artista di creare pathos emotivo nello spettatore.

Bartolomeo Cesi, disegno su carta (Foto di F. Malaguti)

Considerazioni finali sulla mostra

Un’ultima considerazione critica la riserviamo a un’opera in esposizione che suscita una certa curiosità: si tratta di una sanguigna raffigurante due personaggi maschili in atteggiamento affettuoso, una sorta di approccio amoroso. A nostro avviso tale opera possiede una caratteristica assai divergente dal misticismo devozionale tipicamente attribuibile al Cesi ma, contrariamente a quanto fin qui affermato, denota un realismo che si potrebbe definire persino “azzardato” in un clima come quello della Controriforma in cui il pittore operò.

[5] Sanguigna: disegno eseguito con pastelli o matite color rosso

Tutto ciò ci conduce a una considerazione conclusiva: che in arte, oggi come ieri, vale un sacrosanto principio di libertà espressiva da parte degli artisti e un principio di libera interpretazione da parte dei fruitori; e finché l’arte riuscirà a rimanere tale, potrà continuare a conservare il suo ruolo di bene irrinunciabile per la civiltà.

Pubblicato il: 11 Gennaio 2026
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