Cultura o “qultura”? Che confusione!
Quando follower, like e visibilità sostituiscono autorevolezza e conoscenza: una riflessione sul significato della cultura oggi
C’è una parola che in Italia dovremmo pronunciare con una certa cautela. Non per soggezione. Non perché appartenga a pochi eletti. E neppure perché debba essere custodita dentro università, accademie, biblioteche e musei come una reliquia da proteggere dal mondo. Quella parola è cultura. E proprio perché la cultura appartiene a tutti, dovremmo preoccuparci quando cominciamo a non sapere più che cosa significhi.
Viviamo in un Paese che possiede una concentrazione straordinaria di testimonianze della storia umana. Non serve ripetere la leggenda, tanto suggestiva quanto statisticamente indimostrabile, secondo la quale l’Italia conserverebbe il 70 o il 75 per cento del patrimonio artistico mondiale. La realtà è già abbastanza impressionante senza bisogno di gonfiarla. Roma, Firenze, Venezia, Napoli, Ravenna, Palermo, Matera, Pompei. Gli Etruschi e i Romani, il Medioevo e il Rinascimento, Dante e Petrarca, Giotto e Michelangelo, Leonardo e Caravaggio, Verdi e Puccini. Ma sarebbe già un errore fermarsi qui. Perché la cultura non è soltanto ciò che abbiamo ereditato. È ciò che siamo capaci di comprendere di quell’eredità e, soprattutto, ciò che decidiamo di consegnare a chi verrà dopo di noi.

Cultura è tante cose
Cultura è arte, certamente, ma è anche scienza. È filosofia, letteratura, musica, teatro, ricerca, memoria, archeologia, conoscenza. È la capacità di una società di interrogarsi. È persino il dubbio, quando nasce dal desiderio di conoscere e non dalla volontà di demolire.
Cultura è un libro che cambia il nostro modo di vedere il mondo, ma può esserlo anche il racconto orale di un anziano che conserva la memoria di una comunità. Può nascere nell’aula di un’università e nella bottega di un artigiano. Può parlare attraverso un violino, un microscopio, uno scavo archeologico, una macchina da presa, una formula matematica. La cultura non è aristocratica. Ma non è neppure qualunque cosa. Ed è qui che cominciano i problemi.
Qualche giorno fa, nella Sala della Protomoteca del Campidoglio, Wanna Marchi e Stefania Nobile hanno ricevuto un riconoscimento nell’ambito del Premio Internazionale della Cultura. Mettiamo subito un punto fermo, perché l’indignazione non autorizza l’imprecisione. Non si è trattato di un premio conferito dal Comune di Roma. L’iniziativa era privata e la cerimonia si è svolta in uno spazio del Campidoglio. La distinzione è sostanziale. Ma non cancella la domanda. Semmai la rende più interessante.
Che cosa stiamo chiamando cultura?
Non intendo aprire un processo a Wanna Marchi e Stefania Nobile. Sarebbe troppo facile e, probabilmente, anche ingiusto. Sono state condannate, hanno scontato le loro pene e hanno il diritto, come chiunque abbia saldato il proprio debito con la giustizia, di tornare alla vita sociale, lavorare, pubblicare libri, raccontarsi, essere intervistate e partecipare a eventi pubblici.
Una società civile non può predicare la funzione rieducativa della pena e poi inventare una pena supplementare che dura tutta la vita. Ma proprio perché questo principio va difeso, occorre avere il coraggio di affermarne un altro.
Il diritto alla riabilitazione non coincide con il diritto alla celebrazione
E soprattutto non risponde alla domanda fondamentale: quali sono i criteri attraverso i quali attribuiamo un riconoscimento culturale?È qui che il caso del Campidoglio smette di riguardare Wanna Marchi. E comincia a riguardare noi. Perché da qualche tempo sembra che la cultura stia subendo una trasformazione silenziosa. Potremmo persino darle un altro nome.
“Qultura”.
La stessa parola, quasi. Basta cambiare una lettera. La cultura richiede tempo. La qultura pretende attenzione. La cultura costruisce autorevolezza. La qultura costruisce notorietà. La cultura non ha necessariamente bisogno di pubblico. La qultura ha bisogno di audience. E soprattutto la cultura può sopravvivere senza un like. La qultura no.
Eccoli, allora, i nuovi certificati di esistenza del nostro tempo. I like. I follower. Le visualizzazioni. Le condivisioni. Numeri che avevano una funzione semplice — misurare l’interazione di un pubblico — e che abbiamo progressivamente trasformato in qualcosa di completamente diverso: una misura del valore. Centomila visualizzazioni sembrano rendere importante un contenuto. Un milione di follower sembra rendere autorevole una persona. Diecimila like sembrano trasformare un’opinione in una verità condivisa. Ma c’è una domanda elementare che continuiamo a evitare.
Da quando essere guardati significa avere qualcosa da dire?
La Gioconda non diventa un capolavoro perché ogni anno milioni di persone le scattano una fotografia. Dante non è Dante perché conta molti lettori. Galileo non aveva bisogno di diventare virale.
Il valore viene prima del pubblico. O almeno veniva prima.
Oggi abbiamo progressivamente invertito il meccanismo. Un tempo, nella migliore delle ipotesi, diventavi conosciuto perché avevi fatto qualcosa. Oggi rischi di poter fare qualcosa perché sei conosciuto. Se hai abbastanza follower puoi scrivere un libro. Se hai abbastanza visibilità puoi essere invitato a parlare. Se generi abbastanza attenzione puoi diventare opinionista. Puoi essere chiamato a discutere di politica, scienza, psicologia, educazione, medicina, costume.
Non importa sempre ciò che sai. Importa quante persone ti seguono. Naturalmente sarebbe sciocco trasformare i social nel nemico. La rete ha realizzato qualcosa di straordinario: ha spezzato molti monopoli della comunicazione e ha consentito a studiosi, artisti, ricercatori, divulgatori e persone competenti che sarebbero rimaste fuori dai circuiti tradizionali di raggiungere direttamente milioni di individui.
È senza dubbio una conquista. Ma abbiamo commesso un errore.
Abbiamo confuso la democratizzazione della parola con la democratizzazione della competenza.
Tutti devono avere diritto di parlare. Non tutto ciò che viene detto possiede però lo stesso valore. Tutti possono pubblicare. Non tutto ciò che viene pubblicato diventa letteratura. Tutti possono divulgare. Non tutto diventa conoscenza. Tutti possono avere successo. Ma il successo non è sinonimo di cultura.
È davvero così difficile affermarlo? Forse sì. Perché abbiamo progressivamente sostituito il giudizio con il conteggio. Non ci chiediamo più soltanto se un libro sia bello: chiediamo quante copie abbia venduto. Non ci chiediamo se una riflessione sia profonda: guardiamo quante condivisioni abbia ottenuto. Non ci chiediamo se qualcuno possieda una competenza: controlliamo quanti follower abbia.
Abbiamo trasformato il like in curriculum.
Ed è proprio in questo scenario che proliferano premi, targhe, riconoscimenti, attestati, eccellenze, festival e cerimonie. Tutti eccellenti. Tutti straordinari. Tutti premiati. Fino al momento in cui il premio, moltiplicandosi, rischia di perdere la propria funzione fondamentale: distinguere.
Perché premiare significa scegliere. E scegliere significa necessariamente stabilire un criterio. Non significa creare una casta. Significa assumersi una responsabilità. Se assegno un premio letterario sto dicendo che considero quell’opera meritevole di un particolare riconoscimento. Se assegno un premio scientifico sto riconoscendo un contributo alla conoscenza. Se assegno un premio alla cultura dovrei essere in grado di spiegare quale contributo culturale sto premiando. Altrimenti rimane soltanto la fotografia. E la fotografia scattata nella Sala della Protomoteca possiede inevitabilmente una forza simbolica enorme.
Si potrà ripetere cento volte che si trattava di un’iniziativa privata, ed è giusto farlo. Ma i luoghi parlano. Il Campidoglio parla. Roma parla. E in un Paese come il nostro quei luoghi portano sulle spalle qualcosa che nessun regolamento per la concessione di una sala può cancellare: la memoria.
Forse è proprio questo che rende quella fotografia così potente. Non perché due donne debbano essere escluse per sempre dalla società a causa del loro passato. Ma perché costringe tutti noi a rispondere a una domanda che preferiremmo evitare.
Che cos’è la cultura?
Se è tutto ciò che ottiene attenzione, allora chiunque riesca a conquistare attenzione produce cultura. Se è tutto ciò che vende, allora il mercato stabilisce il valore culturale. Se è tutto ciò che diventa popolare, allora un algoritmo può diventare il nostro nuovo critico letterario. Se invece la cultura è ciò attraverso cui una società accumula, elabora, discute e trasmette conoscenza, bellezza, memoria, pensiero ed esperienza, allora qualche distinzione dobbiamo ancora avere il coraggio di farla. Non per costruire muri. Ma per conservare significato alle parole. Perché una parola può morire anche senza essere cancellata dal vocabolario. Basta usarla per tutto.
È già accaduto a “eccellenza”. Sta accadendo a “esperto”. Forse sta accadendo a “maestro”. E temo che possa accadere anche a “cultura”.
Continueremo a pronunciarla. La stamperemo sulle locandine. La incideremo sulle targhe. La inseriremo nel nome dei premi. Ma potrebbe non significare più ciò che significava. A quel punto avremo ancora moltissima cultura da celebrare e, paradossalmente, sempre meno cultura da riconoscere. E sarebbe una beffa particolarmente crudele per l’Italia. Perché abbiamo ricevuto dalla storia un patrimonio immenso. Non ne siamo i proprietari. Ne siamo, temporaneamente, i custodi. Possiamo restaurare monumenti, proteggere quadri, scavare città antiche e conservare manoscritti. Ma esiste un patrimonio ancora più fragile che nessuna soprintendenza potrà restaurare al posto nostro.
Il significato delle parole.
E allora forse il problema non è chiedersi se Wanna Marchi e Stefania Nobile meritassero o meno quella targa. La domanda è molto più grande.
Che cosa deve rappresentare, oggi, un premio alla cultura?
Se non sappiamo più rispondere, non prendiamocela con chi sale sul palco. Guardiamo piuttosto chi sta sotto. Guardiamo chi organizza. Chi premia. Chi applaude. Chi fotografa. Chi mette il like.
E, alla fine, guardiamoci allo specchio. Perché il giorno in cui avremo definitivamente confuso la cultura con la popolarità, la conoscenza con la visibilità e l’autorevolezza con il numero dei follower, non avremo reso la cultura più democratica. Avremo fatto qualcosa di molto diverso. Avremo trasformato la cultura in qultura.

Giornalista – Direttore Responsabile Globe Today’s


