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Il razzismo non è il problema è solo la scusa che ci fa comodo

Il lavoro nei campi che non vogliamo vedere

Un uomo nero raccoglie pomodori sotto il sole. Sono le tredici, ci sono quaranta gradi, la terra restituisce il calore verso l’alto e il cielo glielo rimanda addosso. Lui sta nel mezzo, piegato sulla schiena, magari per tre, quattro o cinque euro l’ora. Quando finisce non torna in un appartamento con l’aria condizionata, non apre una doccia e non si sdraia sul divano. Torna in una baracca. Non è una metafora e non è una fotografia dell’Italia del dopoguerra. È qualcosa che continua ad accadere nell’Italia contemporanea, dove migliaia di lavoratori agricoli vivono in insediamenti improvvisati o sovraffollati, spesso in condizioni che sarebbero considerate inaccettabili per qualunque lavoratore italiano, mentre raccolgono la frutta e la verdura che poche ore dopo troviamo ordinatamente impilate nei nostri supermercati.

Nel 2025, a Borgo Mezzanone, nel Foggiano, circa duemila lavoratori agricoli vivevano in un insediamento di lamiere, esposti a temperature vicine ai quaranta gradi, con condizioni igieniche e accesso all’acqua che definire precari significa fare un favore alla lingua italiana. Nel 2026 continuiamo a raccontarcela. Poi accendiamo la televisione, apriamo Facebook e ricominciamo la nostra discussione preferita: siamo o non siamo un Paese razzista?

Il razzismo come distrazione perfetta

sfruttamento lavorativo agricolo - Sono scuse più che razzismo
Sono scuse più che razzismo (F.Davis)

Il problema sarebbe il razzismo? No. O meglio, sarebbe magnifico se il problema fosse soltanto quello, perché è relativamente semplice da riconoscere. C’è il coglione che insulta il senegalese sull’autobus, quello che scrive «tornatene a casa» sotto un post, quello che cambia marciapiede quando vede tre ragazzi africani. È un bersaglio perfetto: visibile, fotografabile, giustamente condannabile. Possiamo indignarci, commentare, condividere l’hashtag corretto e andare a dormire con la coscienza lavata a novanta gradi. Il problema vero è molto più sporco, perché mentre discutiamo se una determinata parola sia razzista, qualcuno sta facendo soldi sulla disperazione della stessa persona che diciamo di voler difendere. E qui il discorso diventa improvvisamente meno comodo: non basta più trovare il cattivo con la svastica tatuata sul collo, bisogna cominciare a parlare di filiere agricole, cooperative, intermediari, caporalato, contratti, grande distribuzione, prezzi al consumo e controlli dello Stato.

Bisogna parlare di soldi. E i numeri fanno abbastanza schifo da soli, senza bisogno di infiocchettarli. Il VI Rapporto del Laboratorio sullo sfruttamento lavorativo e sulla protezione delle vittime, curato da Altro Diritto insieme all’Osservatorio Placido Rizzotto e alla Flai-Cgil, ha censito 1.249 vicende di sfruttamento fino alla fine del 2024. Nel rapporto precedente erano 834. Significa 415 casi in più, quasi il 50 per cento di aumento. Non stiamo quindi parlando di una reliquia del passato, di qualche masseria dimenticata dalla Repubblica o di quattro delinquenti che operano ai margini del sistema. Parliamo di un fenomeno che continua a emergere con dimensioni impressionanti proprio mentre ci raccontiamo di essere diventati una società più consapevole, più inclusiva, più attenta ai diritti.

Il colore come alibi, lo sfruttamento come sistema

Miliardi sopra, pochi euro l’ora sotto. In mezzo ci siamo noi, che discutiamo del colore della pelle. Ed è quasi perfetto, perché il colore è visibile mentre lo sfruttamento molto meno. La persona di colore la riconosci a cinquanta metri, un contratto irregolare devi leggerlo. Per scoprire un caporale devi seguirne i movimenti. Per individuare una cooperativa fasulla devi fare controlli e per capire chi guadagna davvero su una cassetta di pomodori devi ricostruire l’intera filiera, dal campo allo scaffale. E prima o poi devi anche chiederti come sia possibile vendere certi prodotti a prezzi ridicoli garantendo contemporaneamente un salario dignitoso a chi li produce. È in quel momento che la storia si complica, perché il cattivo potrebbe non essere soltanto quello che urla contro gli immigrati. Potremmo esserci anche noi.

Il punto è che quei lavoratori non vengono sfruttati esclusivamente perché sono neri. Essere stranieri, non conoscere bene la lingua, avere documenti precari, non possedere una rete familiare e dipendere completamente da chi ti offre un lavoro rende sicuramente più vulnerabili. Negarlo sarebbe ridicolo. Il razzismo esiste, produce discriminazioni reali e può certamente facilitare lo sfruttamento. Ma fermarsi al razzismo significa osservare soltanto il primo strato. Il sistema sfrutta quelle persone soprattutto perché può farlo. Ed è questa la parte che facciamo più fatica ad ammettere. Lo sfruttatore non deve necessariamente essere razzista. Potrebbe persino adorare la cucina africana, ascoltare Bob Marley, avere un poster di Nelson Mandela in ufficio e partecipare alla giornata contro le discriminazioni.

Poi, alle cinque del mattino, potrebbe caricare dodici disperati sopra un furgone e pagarli quattro euro l’ora. Non c’è alcuna contraddizione, perché non è necessariamente l’odio razziale a muovere quel comportamento. È il rapporto di forza. Se domani al posto del migrante africano ci fosse un italiano disperato disposto a lavorare dodici ore per trenta euro, probabilmente finirebbe nel campo lui.

Lo sfruttamento non ha colore

Ed è già successo. Per secoli. Prima che arrivassero i barconi, prima dei decreti flussi, prima di Salvini, della Boldrini, dei social network e prima che qualcuno inventasse il termine woke, i poveri venivano sfruttati benissimo anche senza bisogno di importarli dall’Africa. Contadini contro proprietari terrieri, minatori mandati sottoterra in condizioni infernali, operai chiusi nelle fabbriche per dodici o quattordici ore, bambini nelle filande, donne pagate meno degli uomini, immigrati italiani trattati come esseri umani di seconda categoria in mezzo mondo. Meridionali accolti nel Nord industriale con cartelli che oggi ci farebbero inorridire.

La storia cambia facce, nazionalità e lessico, ma il meccanismo rimane sorprendentemente stabile: individuare l’essere umano più debole, convincersi che valga meno e pagarlo di conseguenza. Il razzismo, quindi, non è necessariamente la macchina. È uno dei carburanti con cui la macchina può funzionare. Ed è qui che la faccenda diventa ancora più interessante, perché il razzismo, paradossalmente, fa comodo quasi a tutti. Fa comodo a una certa corrente politica, perché permette di indicare il migrante come causa universale della rabbia sociale. Lo stipendio non basta? Immigrati. Non trovi casa? Immigrati. Le liste d’attesa sono infinite? Immigrati. C’è criminalità? Immigrati.

Il tuo datore di lavoro ti paga una miseria da quindici anni? Stranamente di lui parliamo molto meno. Ma il razzismo fa comodo anche a un’altra corrente politica, perché trasformare ogni problema sociale in una questione esclusivamente identitaria permette di sentirsi progressisti senza dover necessariamente mettere mano ai rapporti economici che producono lo sfruttamento. Cambiare il vocabolario è molto più facile che cambiare un contratto nazionale. Organizzare una conferenza sulla diversità è molto più semplice che mandare cinquanta ispettori del lavoro nei campi alle cinque del mattino. Pubblicare una fotografia multietnica nel bilancio aziendale è molto più elegante che domandarsi chi abbia raccolto i pomodori serviti nella mensa della stessa azienda.

Il prezzo che non vogliamo vedere

(cdd20)

E poi il razzismo fa comodo anche a noi, a quelli buoni, a quelli che non sfrutterebbero mai nessuno. Siamo quelli che al supermercato confrontano due bottiglie di passata e scelgono quella da ottantanove centesimi invece di quella da un euro e cinquanta perché, in fondo, «sono tutte uguali». Forse no. Perché dietro un prezzo impossibile qualche volta esiste una matematica impossibile. Se una filiera deve coltivare, raccogliere, selezionare, confezionare, trasportare, distribuire e vendere un prodotto lasciando un margine economico a tutti, ma noi pretendiamo di pagare quel prodotto meno di una bottiglia d’acqua comprata in autostrada, qualcuno quella differenza dovrà mettercela.

E generalmente non è quello seduto nell’ufficio con l’aria condizionata. È quello in fondo alla catena, quello che non può protestare, quello che non parla bene italiano, quello che magari ha paura di perdere i documenti, quello che se perde il lavoro rischia di perdere anche il posto dove dormire. E qualche volta la cronaca arriva a ricordarci brutalmente fino a che punto possano diventare degradati questi rapporti. Il mese scorso El País ha raccontato il caso di un lavoratore pakistano impiegato nell’agricoltura italiana: giornate fino a dodici ore, periodi senza stipendio, venti persone in un’abitazione pensata per quattro, pochi euro l’ora e minacce.

Il 1° giugno 2026 quattro braccianti agricoli, tre afghani e un pakistano, sono stati uccisi e bruciati vivi dentro un minivan ad Amendolara, in Calabria. Nelle prime fasi dell’inchiesta gli investigatori hanno preso in considerazione anche il caporalato e il controllo del lavoro nei campi, pur senza escludere altre piste. Dalle carte dell’indagine è emerso inoltre che alcune delle vittime vivevano in condizioni di sovraffollamento estremo: secondo una delle ricostruzioni, dieci persone dividevano una stanza. Dopo quella strage il governo ha annunciato una campagna straordinaria di ispezioni nel comparto agricolo su tutto il territorio nazionale per l’estate 2026.

La domanda che ci fa più male

Ecco perché forse dovremmo cambiare domanda. Invece di chiederci ossessivamente se siamo razzisti, dovremmo chiederci quanto sfruttamento siamo disposti a tollerare finché garantisce la nostra comodità. Perché l’essere umano possiede un talento straordinario: prima sfrutta qualcuno, poi inventa una teoria per spiegare perché quella persona meritasse di essere sfruttata. È accaduto continuamente. Lo schiavo era inferiore. Il colonizzato era selvaggio. La donna era troppo fragile per certe responsabilità. L’operaio era ignorante. Il povero era pigro. L’immigrato contemporaneo diventa clandestino, invasore, irregolare, diverso. Prima nasce il rapporto di forza, dopo arriva l’ideologia a sistemare i mobili. Per questo sostenere semplicemente che «il problema è il razzismo» rischia, paradossalmente, di diventare una gigantesca assoluzione collettiva, perché ci permette di credere che sarebbe sufficiente smettere di essere razzisti per risolvere tutto. Magari.

Sarebbe persino semplice: un po’ di educazione nelle scuole, campagne pubblicitarie, bambini di colori diversi che si tengono per mano, una musica commovente, il logo del ministero e siamo a posto. Il problema è che potremmo diventare una società perfettamente inclusiva e continuare a sfruttare magnificamente gli esseri umani. Potremmo chiamarli tutti fratelli e pagarli tre euro l’ora. Potremmo mettere la bandiera arcobaleno sul furgone del caporale e potremmo stampare BLACK LIVES MATTER sulla cassetta di pomodori raccolta da un uomo che, dopo dodici ore sotto il sole, torna a dormire in un posto senza acqua corrente. Sarebbe una sintesi quasi perfetta del nostro tempo.

Non è questione di razza è questione di forza

La storia dell’umanità non è soltanto una lunga battaglia tra bianchi e neri. È soprattutto una lunghissima battaglia tra chi può e chi non può, tra chi possiede e chi dipende, tra chi decide il prezzo e chi deve accettarlo, tra chi può permettersi di dire «mi licenzio» e chi sa che pronunciando quelle due parole domani potrebbe non mangiare. Il colore della pelle è stato uno dei pretesti più efficaci che abbiamo inventato, ma non è stato l’unico e probabilmente non sarà nemmeno l’ultimo. Domani potrebbe essere la cittadinanza, il passaporto, il reddito, il livello d’istruzione, la provenienza geografica. Potrebbe persino essere il rapporto fra esseri umani e una nuova classe di lavoratori governata dagli algoritmi, valutata da piattaforme e licenziata automaticamente da un software. Cambieremo etichetta. La piramide potrebbe restare perfettamente al suo posto.

La vera domanda del 2026

(S.K.)

E allora dovremmo smetterla di domandarci soltanto se siamo razzisti e cominciare a farci una domanda infinitamente più scomoda: perché, nel 2026, continuiamo ad avere bisogno di uomini che raccolgono pomodori sotto quaranta gradi vivendo in baracche affinché una parte del nostro sistema economico rimanga sostenibile? Chi guadagna, chi controlla, chi compra, chi sa perfettamente cosa accade e volta la testa dall’altra parte? Chi considera più importante che il pomodoro arrivi sullo scaffale al prezzo giusto piuttosto che chiedersi quanto sia costato davvero, in termini umani, portarcelo? E soprattutto proviamo a immaginare una cosa.

Se domani quei lavoratori fossero tutti bianchi, italiani, cattolici, nati a Firenze e chiamati Francesco, Matteo e Lorenzo, ma continuassero a lavorare dodici ore al giorno per pochi euro e a dormire senza acqua corrente, diventerebbe improvvisamente tutto accettabile? Spoiler: no. Il problema non è soltanto che sono neri. Il problema è che sono deboli. E abbiamo costruito una società che continua ad avere bisogno di qualcuno abbastanza debole da poter essere sfruttato. Poi gli diamo un colore, così possiamo litigare su quello e dimenticarci della catena.

Pubblicato il: 16 Settembre 2026
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