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“Oggi” nasce il cinema e il moralismo di “oggi” giudica Visconti

Oggi nasce il cinema

Il cinema: immagini dal film
Il cinema d’autore si riconosce anche dalle immagini

Oggi, 22 marzo, nel 1895 i fratelli Auguste e Louis Lumiere proiettavano privatamente il loro primo film su pellicola, girato alcuni giorni prima con il “cinematographe”, un apparecchio da loro brevettato che funzionava da macchina da presa e proiettore. Nasce il cinema. Sono passati 128 anni e quello che sembrava un esercizio tecnico è diventata una straordinaria forma d’arte. Certo non fu accettata subito come tale, ma la genialità e poesia di alcuni registi ha contribuito affinchè ciò accadesse. Uno di questi è senz’altro il Maestro Visconti , una delle figure che hanno maggiormente segnato la scena cinematografica e teatrale del ’900 italiano. In occasione di questo compleanno del Cinema, dedico a lui la mia recensione del film che più ho amato nella mia vita, oggi ingiustamente contestato.

Il capolavoro di Visconti messo in discussione dal moralismo dei nostri giorni

Nel 1971 Luchino Visconti realizzò uno dei suoi film migliori: Morte a Venezia. Una storia fondata sulla bellezza.Tratto dall’omonimo romanzo breve che Thomas Mann scrisse nel 1912, Morte a Venezia è il secondo capitolo della trilogia tedesca realizzata da Visconti dopo La caduta degli dei e prima di Ludwig. Avrebbe dovuto seguire anche un  quarto film, La montagna incantata, sempre tratto da un altro famoso romanzo di Thomas Mann, che il regista però non è mai riuscito a realizzare.

Sin dai primi fotogrammi in cui dalla nebbia fuoriesce il piroscafo che porta il protagonista nella città della laguna, si capisce perfettamente dove ci voglia condurre il regista: in un viaggio onorico e decadente all’interno della mente di  un uomo malato tanto quanto la città che lo sta accogliendo.  Visconti, figlio del mittelnovecento, Thomas Mann e Gustav Mahler, invece a cavallo tra i due secoli, sono tutti immersi in un’epoca in cui la musica, la poesia , la letteratura si seguivano in religioso silenzio. L’ambientazione in declino che offriva la Venezia del  primo decennio dello scorso secolo, ma anche la Venezia degli anni ’70 che non era certo quella di oggi, rimessa a lucido per le folle oceaniche di turisti, consentono a Visconti di addentrarsi  nell’analisi del rapporto fra arte e bellezza.  Visconti non può non essere attratto dalla meditazione sulla bellezza, e se questa scaturirsca solo o meno dalla purezza.

Il tema della purezza diventa scabroso

Bjorn Andresen sul set di Morte a Venezia

E infatti all’interno del film, come del resto anche del testo di Thomas Mann, il tema della purezza diventa scabroso. In quella trobida Venezia del 1910 l’inquieto compositore Gustav von Aschenbach nell’hotel dove alloggia incontra un giovane adolescente (nel libro di Mann è invece poco più di un bimbo) per cui perde la testa. Se la visione del bellissimo Tadzio, della sua grazia quasi sovrannaturale, dapprima sembrano solo entusiasmarlo, poi lo costringeranno a fare i conti con la sua triste condizione di uomo e di artista. 

Il compositore tedesco improvvisamente ha la presa di coscienza di non essere nulla e nessuno. Ma Gustav von Aschenbach è Thomas Mann stesso, con la sua crisi di identità sessuale e non solo. Per Mann se il mondo borghese significa vitalità, quello dell’arte, al contrario, è raffinatezza ma anche decadenza che conduce alla morte. Mann come Visconti sono chiari nel messaggio del contrasto tra arte e vita, due cerchi inconciliabili. La bellezza concreta e reale della vita sopravvive, l’artista invece perisce.

Lo scenario di Venezia perfetto per le scelte estetiche di Visconti

Lo scenario di Venezia che piano piano muore sotto il morbo del colera è perfetto per quelle ben precise scelte estetiche di Visconti, che come in altri film si compiace di quel decadente intrinso di male.  Il film è pieno di temi forti e scottanti : il fallimento degli ideali artistici, la vecchiaia, l’ambiguità del genio capace di ammettere anche la depravazione. Morte a Venezia è la morte di un sogno, di un ideale mai raggiunto, di una verità sfiorata e non potuta cogliere, nè tantomeno godere, ma è anche la morte della città stessa.

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La città lagunare che il wagneriano Thomas Mann ha certamente desunto dalle torbide atmosfere del “Tristano” (composto a Venezia), qui appare marcia come lo sono la vecchiaia e chi si trucca per nasconderla e per piacere a un ragazzino.  La malinconia di tutto ciò è acuita dalla nebbia livida che avvolge l’orizzonte, dal fasto decadente di un Grand Hotel alla fine della Belle époque e dalle note struggenti dell’Adagetto tratto dall 5° sinfonia di Mahler scritto dal compositore  per la morte della figlioletta proprio come accade al protagonista del film. Un adagetto il cui protagonismo compensa ampiamente i lunghi silenzi che costituiscono l’ossatura del film.

L’ossessione del protagonista

Il morbo mortale e taciuto di Venezia, sta dentro il protagonista la cui ricerca di appagamento di bellezza? di amore? di verità? diventa ossessione divoratrice. Gli sguardi seduttivi regalati da Tadzio che portano a quei  pensieri riflessi solo negli occhi di Dirk Bogarde, non bastano più. Il sentimento diventa sempre più scoperto per sè e per l’altro. Il protagonista arriva al patetico pedinamento per le sporche calli di Venezia dove pur cercando di non farsi vedere si aspetta inconsciamente di essere scoperto.

Lo dice la dichiarazione fin troppo rivelatrice: “Tu non devi mai sorridere così a nessuno. Ti amo”. Ma vinto dalla bellezza respingente di Tadzio, Gustav von Aschenbach muore su di una spiaggia al tramonto, abbagliato dall’ultima, angelica visione del giovane che, con un gesto salvifico, gli indica un orizzonte che non ci è dato di conoscere. Tadzio dio del sole, della bellezza, ma soprattutto angelo della morte, come affermò Luchino Visconti: “Posare gli occhi sulla bellezza, è posare gli occhi sulla morte”.

Morte a Venezia è formalmente un’opera di alto livello

Da un punto di vista strutturale il film si muove tra presente e vari flashback sul passato di Aschenbach, come la scena del funerale della figlia, tragedia che, come già accennato, ha segnato anche la vita di Mahler. Morte a Venezia è formalmente un’opera di alto livello, caratterizzata anche dalla fotografia di Pasquale De Santis, dalle scenografie di Ferdinando Scarfiotti e i costumi di Piero Tosi e in cui è evidente la maniacale attenzione al dettaglio che hanno sempre segnato non solo il cinema, ma anche il teatro di Visconti. Al tempo stesso si avverte lo stesso contrasto tra arte perfetta e imperfetta, apollineo e dionisiaco. Ed è quel dionisiaco che oggi, nell’era della rivalsa dei diritti, che dietro un finto liberalismo nasconde uno spietato moralismo, dà fastidio.

Quanto di più sbagliato!

Qualcuno osa dire che quest ‘opera di straordinaria poetica sia una volgare esaltazione della pederastia. Quanto di più sbagliato! Coloro che accusano di ciò Morte a Venezia non hanno capito nulla. Morte a Venezia resta un capolavoro del cinema. La sua grandezza sta nell’affascinante atmosfera apocalittica in cui è immerso e soprattutto nei suoi silenzi, nelle figure mute di Silvana Mangano e Marisa Berenson, nella  strenua eleganza delle immagini che sembrano dei dipinti, nella scelta del commento musicale (non solo Gustav Mahler, ma anche  Franz Lehár, Modest Petrovič Musorgskij, Ludwig van Beethoven). Il  sorriso enigmatico e conturbante di Bjorn Andersen (Tadzio) è un valore aggiunto.

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