L’arte della vanità

Tra speculazione e illusione del valore, la vera bellezza premia i visionari e non i grandi patrimoni
Questo articolo avrà un seguito e una sua completezza altrove, sul prossimo numero di SWITCH STYLE che consiglio ovviamente ai lettori più sofisticati di non perdere. Il mercato dell’arte contemporanea è in realtà un grande Theatrum Vanitatis, nel quale il prezzo di un’opera d’arte non coincide quasi mai con il suo valore reale. Oggi perciò assistiamo, comodamente seduti in una platea mediatica, a un paradosso economico e culturale, ovvero mentre i capitali inseguono le mode volatili, la vera arte viene invece intercettata da chi possiede sensibilità e intuito e non necessariamente grandi patrimoni. Ecco come la speculazione, coadiuvata da una certa miopia politica, sta cambiando il nostro modo di collezionare la bellezza. Esiste quindi una sorta di inganno, d’illusione del valore perché mentre il mercato dell’arte sembra premiare i ricchi in realtà favorisce i visionari.
Tra opere effimere e assenza di mecenatismo
Siamo soliti ritenere l’arte – e spesso lo è – una sorta di rivelazione spirituale o una testimonianza storica. Eppure, non tutta l’arte nasce per essere immortale. Anche tra quelle antiche, del Medioevo ma soprattutto del Rinascimento e del Barocco, molte opere d’arte di altissimo profilo, di grande livello, di straordinari maestri, nascono per essere effimere. Basti pensare a molte creazioni di Leonardo da Vinci e di altri, delle quali noi oggi non abbiamo più alcuna traccia se non le cronache dell’epoca.
Molte opere contemporanee si limitano a documentare la realtà quotidiana, spesso traducendo la cronaca spicciola – di basso conio come una certa politica – con una superficialità disarmante e con poca capacità intuitive, diventando in tal maniera opache riproduzioni del nostro tempo, istantanee destinate a sbiadire non appena muta il palinsesto televisivo o il feed dei social network. Quest’assenza di respiro dipende anche dal contesto nel quale gli artisti agiscono. La politica – specialmente quella italiana – sembra aver dimenticato il proprio ruolo di mecenate, tra le altre virtù ormai desuete e obliate. Le istituzioni non favoriscono quasi più l’arte né incentivano gli investimenti nella cultura, lasciando gli artisti e i luoghi deputati quali le gallerie orfani d’una visione strategica a lungo termine.
Il cinismo delle aste e l’illusione del valore

In questo iato istituzionale s’inserisce allora il mercato, regolato da una legge cinica quanto semplice: il prezzo di un’opera equivale solo alla capacità di spesa dell’acquirente, mai al suo valore intrinseco e così il mercato dell’arte diviene forse l’unico luogo al mondo dove perdere denaro è un esercizio che soltanto un’élite può permettersi, un gioco d’azzardo finanziario dove pochissimi guadagnano e i molti che ci rimettono scelgono il silenzio, preferendo tacere per vergogna piuttosto che ammettere il cattivo affare.
Prigionieri di questo implacabile meccanismo, gli investitori convinti dai “pifferai magici” del mercato acquistano firme del momento, per poi ritrovarsi in possesso di opere che diventano obsolete nel giro di pochi anni. Questo crollo dell’interesse abbatte rapidamente i prezzi e azzera i capitali, anche perché molti degli artisti oggi più quotati e celebrati dalle riviste patinate di settore sono destinati all’oblio della polvere d’archivio. Altri artisti contemporanei invece, non diventeranno mai obsoleti e certamente “invecchieranno” bene, come dell’ottimo brandy.
La grande arte e l’intuito dei collezionisti

Parliamo quindi della “grande Arte”, quella che ha superato il feroce vaglio del tempo: i maestri della prima metà del Novecento, le visioni del Surrealismo, i classici moderni e quelli che già sono classici contemporanei. Infine bisogna avere il coraggio, certamente scomodo, di affermare che raramente la ricchezza finanziaria cammina di pari passo con la lungimiranza estetica. Chi oggi dispone di enormi capitali spesso non ha però gli strumenti culturali per intuire dove risieda l’eccellenza nel campo dell’arte, comprando così opere mediocri di artisti modesti, sostenuti artificialmente da un mercato iperalimentato dal marketing e da una speculazione fine a sé stessa.
La vera controtendenza è invece silenziosa. Le opere di reale valore, antiche o contemporanee che siano, vengono spesso acquisite da persone meno abbienti ma infinitamente più intelligenti, intuitive e sofisticate; collezionisti che rifiutano di seguire come pecore le mode fugaci del qui ed ora. Oggi, chi compra la “buona arte” è egli stesso un artista. È qualcuno che sceglie di ragionare con il cuore, con l’anima e con lo spirito, usando la mente per decodificare il mondo che ci circonda e lasciando il portafoglio laggiù, lontano, sullo sfondo, perché la bellezza, quella vera, non si compra: si riconosce e basta.
Le immagini
Alberto Savinio – Marcia nuziale 1931, opera del pittore e scrittore surrealista italiano Alberto Savinio (pseudonimo di Andrea Francesco Alberto de Chirico, fratello di Giorgio de Chirico). Collezione privata. Fonte immagine: Corriere.it
Ubaldo Oppi – Donna alla finestra 1921, pittore italiano, fra i maggiori e primi del movimento artistico “Novecento” a Milano, inoltre à considerato uno dei maggiori esponenti del “Realismo magico”. Fonte immagine: Wikipedia
Frank Frazetta – The Death Dealer 1973, pittore americano di famiglia italiana, il più noto tra i pittori di genere fantastico del secondo novecento statunitense e poi mondiale, vanta oggi quotazioni altissime sul mercato internazionale. Il Death Dealer è stato adottato ufficialmente come mascotte dal III Corpo d’Armata dell’Esercito degli Stati Uniti.

Scrittore d’Arte


