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Il declino cognitivo digitale si chiama Brain Rot

Come l’intelligenza artificiale rischia di perdere la bussola

Brain Rot non è una moda e non è una provocazione intellettuale, ma potrebbe apparire come una nevrosi silenziosa, una specie di cortocircuito mentale che ha origine dal sovraccarico digitale e, come un ladro in una casa, si inserisce nelle nostre menti di umani ma anche nei sistemi di intelligenza artificiale. Già definire intelligenza un semplice ma gigantesco contenitore di tutto e del tutto, vero o falso che sia, è un eufemismo.

Brain rot - che dire?
Che dire?

Brain Rot (letteralmente marciume cerebrale) definisce quella che è una lenta agonia del cervello, dovuta all’abuso frenetico e sostanzialmente compulsivo di contenuti spesso superficiali, riveduti, corretti e riassemblati, ma anche reinterpretati nelle spirali inattendibili o quasi dei social network. Non si tratta più di un fatto umano, ma questo degrado si è infiltrato mischiandosi come polenta nei dati, nelle reti neurali, nei modelli linguistici. Quello che ne scaturisce è un risultato. E il risultato è allarmante.

Il lato oscuro dell’intelligenza artificiale

Oggi, nell’Anno Domini 2025, il brain rot è acclarato e si mostra con una fisionomia di inquietante deterioramento cognitivo. Il grave, però, è che la cura non c’è al momento e il danno appare irreversibile. Quando l’AI si espone ed è inerme al continuo, mastodontico flusso di contenuti, testi, fake, invenzioni fantasiose, testi fatti per acchiappare clic e like privi di senso e di profondità, la capacità di apprendere — che si traduce in input-output — si sgretola e perde di valore.

Purtroppo la conferma arriva dalle università di Texas ad Austin e Purdue: non è una opinione del nostro giornale, ma uno studio approfondito che dice che oggi le risposte AI diventano incoerenti, mentre i passaggi logici si disperdono e non distinguono più. Non esiste la competenza critica. Tutto questo suona tragicomico rispetto a sistemi globali realizzati con il compito di apprendere e che invece perdono la bussola come umani, ma umani non sono, che si definiscono intelligenza, ma intelligenza non è. Siamo sommersi da un mare di cyber-spazzatura, più che soffocati da un mare di plastica.

La qualità dei dati è la vera posta in gioco

È un segnale forte e chiaro: i dati con cui nutriamo questi sistemi sono risolutivi, decisivi, e la posta in gioco è molto alta. Se l’AI rischia il brain rot, lo rischiamo anche noi in un ciclo non virtuoso ma inevitabile. Oggi siamo immersi in un insieme di informazioni piegate, ma soprattutto impiegate alla logica del consumismo veloce, immediato e usa e getta.

La conseguenza appare sempre più inevitabile e tangibile: concentrazione, pensiero critico, spessore e valore dell’apprendimento rischiano di decantare lentamente sul fondo della nostra incoscienza. Qui non si tratta solo di tecnologia. Qui si tratta della nostra civiltà, della nostra cultura, della nostra educazione.

Il domani prossimo venturo, visto che lo ieri non esiste più, ci impone di porre la massima attenzione sulla qualità del digitale. È tutto da fare subito, è tutto urgente e riguarda il presente e il futuro della nostra esperienza cognitiva. Non basta migliorare gli algoritmi o ripulire i database. Serve una nuova filosofia digitale, una presa di coscienza collettiva.

Pubblicato il: 29 Ottobre 2025
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