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Ssst, parla il coach (o l’allenatore, il trainer)

Parla il coach, è proprio il caso di dirlo, anzi di scriverlo, perché queste 2.863 parole sono state redatte dal nostro Direttore, che nella sua pluridecennale attività di giornalista, è stato e lo è tuttora coach, anche dei giornalisti.  È importante per chi fa o vorrebbe fare “i mestieri” descritti sotto, leggere e tenere a mente quanto scritto da Alberto Lori.

Coach: Dan Peterson
Dan Peterson rappresenta nell’immaginario collettivo la figura “icona” del Coach

Ssst, parla il coach

In ogni comparto della società̀ attuale, se si vuole ottenere risultati, è necessaria una comunicazione efficace, convincente e, quanto è più possibile, empatica. Qualunque comunicazione verbale tra individui o davanti a più̀ individui, ha almeno quattro finalità̀ primarie:

Intrattenere (a scopo di divertimento);

Informare (un’idea, un messaggio, un progetto);

Attivare (motivare all’azione);

Impressionare (per suscitare una reazione)

Queste quattro motivazioni coinvolgono anche l’allenatore sportivo, sia egli un coach di una società̀ di calcio, di basket, di pallavolo, baseball, rugby e via dicendo. L’allenatore, tra i suoi compiti, ha anche quelli, non solo di comunicare in maniera persuasiva e motivazionale con i propri giocatori per farli rendere al meglio, ma anche con la società̀ di appartenenza e, a causa dell’invadenza dei microfoni delle radio e delle telecamere delle televisioni, soprattutto, sui campi di calcio, con i media.

Il coach ha il compito di “attivare” i giocatori e fronteggiare ogni evenienza

Di certo, il coach non ha il compito primario d’intrattenere, ma senza dubbio ha quello di “attivare” i suoi giocatori, di “impressionarli” per farli reagire e di “informare” il pubblico degli appassionati tramite i taccuini e i microfoni messi a disposizione ai giornalisti. Benché́ le tecniche da applicare nella comunicazione dell’allenatore siano più̀ o meno le stesse di qualunque altro comunicatore che usi l’empatia per trasmettere il suo punto di vista, non sarà̀ male andare ad approfondire soprattutto i tre aspetti principali della “comunicazione”: comunicazione con sé stessi, interpersonale e in pubblico.

Cominciamo con ciò̀ che procura maggiore ansia e preoccupazione ai nostri allenatori: la conferenza stampa, non tanto quella del giorno prima della partita, quanto quella immediatamente dopo. Il confronto con i giornalisti, specialmente dopo un match andato a finire male è sempre qualcosa che si vorrebbe evitare, conoscendo la talvolta insopportabile acrimonia unita all’esasperante e puntigliosa ricerca del difetto da parte di certi esponenti della cronaca sportiva con l’unico scopo di fare cadere in contraddizione il proprio interlocutore.

Tre gli elementi essenziali per fronteggiare ogni evenienza

Sono tre innanzitutto gli elementi da prendere in considerazione per fronteggiare ogni evenienza:

• essere coscienti delle nostre reazioni comportamentali quando capita di trovarci sotto pressione;

• sapere come allenarci a reagire positivamente;

• sapere come trasformare la critica in un punto positivo a nostro favore.

Capisco che possa essere stressante dover rispondere davanti a una telecamera che t’inquadra persino l’ugola, a un microfono spinto in bocca o a una selva di taccuini e registratori piazzati sotto il naso. Bisogna sapere mantenere la calma, fare finta per quanto possibile, per chi ha la psicosi del microfono o della telecamera, che non esistono né microfoni né telecamere e guardare diritto in faccia l’intervistatore. In ogni caso, consentimi di rivolgermi in maniera diretta a te, allenatore, con un tu più̀ familiare. Ti consiglio, per quanto tu possa sentirti irritato, di non fare il duro e di non fissare l’obiettivo della telecamera. L’effetto psicologico che ne trarresti da parte dei telespettatori è soltanto quello di apparire spavaldo e arrogante.

Ripeto: è molto meglio guardare in faccia gli interlocutori presenti davanti a te, piuttosto che quelli che non vedi. Pur sentendoti sotto pressione, cerca di mantenere una calma professionale in ogni circostanza. Limitati con la gestualità̀ e, se sei seduto in un salotto televisivo, non accavallare e scavallare le gambe in continuazione. Davanti a una telecamera gesti e posture in movimento sono amplificati a dismisura e faresti la figura della marionetta. Con un linguaggio semplice e chiaro (non ricorrere al “dialetto”, mi raccomando, a meno che non voglia commentare con una battuta sdrammatizzante), comunica messaggi positivi. Le tue parole devono trasmettere competenza e fiducia. Lascia che dal tuo comportamento traspaiano le tue doti di leader della squadra.

To lead: Il coach deve sapere “guidare”

To lead, sai bene, significa guidare ed è un leader non soltanto chi è in grado di guidare la propria squadra verso il successo, ma anche chi sa guidare sé stesso verso i migliori risultati e sa gestire le proprie emozioni, le pressioni, lo stress. Nei rapporti con i mass media è bene sempre seguire precise linee guida per non trovarsi indifesi contro le domande più̀ insidiose. Se già̀ sai che il contatto con la stampa sarà̀ inevitabile, sarà̀ bene anticipare le possibili domande e obiezioni con risposte adeguate. È anche il caso di preparare eventuali prove a supporto di quel che dirai.

Sarà poi meglio decidere a priori i messaggi chiave che intendi trasmettere. Nel momento in cui sei entrato in contatto con la stampa, evita qualsiasi atteggiamento difensivo. Ricorda che il linguaggio del tuo corpo (postura, mimica, gestualità̀, sguardo) può̀ trasmettere stati d’animo negativi e con ciò contraddire il senso del tuo discorso positivo. Presta molta attenzione alle tue reazioni. Come ho suggerito di evitare atteggiamenti difensivi, allo stesso modo ti consiglio di tenerti lontano da comportamenti arroganti o di piaggeria.

Se ti trovi sotto attacco, cerca di autocontrollarti e di mantenere il sorriso sulle labbra. Nei limiti del possibile mantieni una postura aperta, non con le braccia conserte, pugni chiusi o con le mani in tasca, ma che dimostri analogicamente la tua disponibilità̀ al dialogo. Rispondi alle obiezioni reali senza tergiversare o cambiare discorso. Parti sempre dall’idea che la tua posizione, come quella del tuo antagonista, non è assoluta ma relativa, e che vedere le cose anche da altri punti di vista rappresenta un’opportunità̀ e non una resa.

Riflessione e non perdere la calma

Considera, poi, che ammettere i propri punti deboli e, quindi, volersi migliorare non è un modo di scaricare le proprie responsabilità̀, ma, al contrario, dimostra che lavori per la comunità̀ e non per affermare te stesso. Non rispondere mai a domande assurde, non perdere la calma. Al contrario, devi mantenere un atteggiamento calmo, riflessivo, positivo e devi saperti allenare per questo. Ogni giorno, qualunque sia la nostra occupazione professionale, dobbiamo pronunciare discorsi per dare direttive, istruzioni, informare oppure fare relazioni. Qualunque sia il motivo per il quale è necessario parlare in pubblico, c’è qualcosa che va oltre le mere parole ed è il tono con il quale esse sono pronunciate.

L’allenamento nel public speaking

Coach: Public Speaking
Public Speaking

Certo, non è facile essere naturali davanti a un pubblico, ma l’allenamento nel public speaking ti porterà̀ a guadagnare sempre più̀ fiducia in te stesso. In questo modo sarà̀ ogni volta più facile, proponendo i toni della conversazione, far sì̀ che il rapport tra te e il pubblico si crei più̀ rapidamente e si mantenga più̀ a lungo con soddisfazione da entrambe le parti. Riuscirai a generare passione e interesse in misura diretta- mente proporzionale all’ardore che metterai nelle tue parole. Non soffocare i tuoi sentimenti più̀ sinceri; non rendere meno intenso il tuo entusiasmo, lascia scoprire ai tuoi ascoltatori quanto l’argomento ti appassiona, e avrai la loro intera attenzione.

Uno degli aspetti più̀ vibranti di una presentazione è il dibattito finale, equiparabile, se vogliamo, alla conferenza stampa, prima e dopo la partita.

Il dibattito finale è un’opportunità, un punto di forza

Come anticipavo poche righe più̀ sopra, si tratta, di due situazioni diverse, specie se la seconda conferenza viene dopo una sconfitta. Nel dibattito il pubblico diventa a sua volta protagonista al pari dell’intervistato. Il dibattito presenta, da un lato, molteplici vantaggi come: precisare il messaggio se non fosse stato sufficientemente chiaro; dare la possibilità̀ all’intervistato di rinforzare e consolidare i punti chiave; liberare gli ascoltatori delle loro perplessità̀; infine, se l’intervistato è fornito di abile dialettica, incrementare il rapporto con i singoli rappresentanti del pubblico (i cronisti). È altrettanto certo, tuttavia, che il dibattito presenta dei rischi per l’oratore improvvisato o alle prime armi.

Ci potrebbero essere domande oppure obiezioni alle quali è difficile dare una risposta; potrebbero esserci interventi da parte di qualcuno del pubblico particolarmente lunghi e fuorvianti. La valutazione sull’uditorio deve essere fatta nei momenti iniziali della conferenza. È nel momento del settaggio, della configurazione del pubblico, che l’oratore crea la base del rapport. Non è richiesto il ricorso ai poteri paranormali per compiere una lettura del pensiero degli ascoltatori. Ciò̀ aiuterebbe, ma non è indispensabile. È sufficiente anticipare quelle che potrebbero essere le obiezioni dei cronisti per avere la certezza che saranno cancellate definitivamente dalla testa degli ascoltatori.

Per esempio, se nella partita in discussione ci fossero state sviste arbitrali che hanno provocato episodi a favore della propria squadra o anche a sfavore, l’abilità del tecnico sta tutta nel giocare d’anticipo e riconoscere che, durante la partita, ci sono stati episodi che hanno favorito la sua squadra oppure, nel caso opposto, che l’hanno sfavorita, ma dare la colpa all’arbitro della sconfitta significa perdere di vista le vere ragioni della mancata vittoria, ovvero, l’avere sbagliato partita. Non credo, se sei stato esauriente nello spiegare il tuo punto di vista, che ci sarà̀ cronista che ritornerà̀ sull’argomento.

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Si risponde così

E veniamo a come rispondere, specialmente se la domanda che ti viene posta è piuttosto articolata. Gira la testa verso il tuo interlocutore, mostrando, in questo modo, che lo ascolti con attenzione. Mostrati interessato e piacevolmente grato per la domanda. Una volta ascoltati i termini della questione, ripetila a te stesso utilizzando le parole chiave usate dal tuo interlocutore. Un atteggiamento del genere ha un duplice scopo: far intendere all’interlocutore che l’hai capito e che sei dalla sua parte. Inoltre, ti permette di guadagnare un po’ di tempo per raccogliere i pensieri per la risposta più̀ idonea. Il riassumere la domanda ti dà anche l’opportunità̀ di eliminare eventuali aspetti negativi oppure ostili, nel caso in cui una persona particolarmente dissenziente nell’uditorio avesse l’intenzione di metterti in difficoltà.

Come gestire il dissenso

E veniamo al sempre deprecato dissenso che devi essere in grado di gestire senza uscirne con le ossa rotte. Può̀ sempre esserci nel corso di una conferenza qualcuno che, per principio, non è d’accordo con te. Costui gode della tua antipatia, ma non puoi mandarglielo a dire davanti ai microfoni e alle telecamere. Ricorda sempre che non devi mai colpire la persona ma, caso mai, il suo atteggiamento. So che vorresti dirgli in faccia che è una… (metti pure tu l’epiteto che preferisci), ma non puoi farlo e, anche se sarebbe meno grave, non puoi dirgli neppure che i suoi articoli sono di… (stesso epiteto scelto prima).

Un aspetto della comunicazione è proprio la gestione del dissenso. Non aspettarti che tutto ciò̀ che dici possa essere sempre accettato in toto dai tuoi ascoltatori. Qualcuno potrebbe non essere d’accordo con te e presentarti una serie di obiezioni. Lo abbiamo già̀ detto, ma non fa male ogni tanto ripeterci. Non entrare in conflitto con chi solleva critiche. Ci potrebbero essere tante ragioni per il suo atteggiamento. Non ha capito bene la tesi proposta e, forse, non l’abbiamo spiegata bene; la tesi contrasta con ciò̀ che crede lui oppure, semplicemente, non la considera valida. Qualunque sia la sua motivazione bisogna cercare di mettersi dal suo punto di vista ed esaminare la questione a 360 gradi.

Certo, può̀ sempre esserci tra i cronisti qualcuno che per principio è in disaccordo con te. Il miglior modo di costruire il rapport con un dissenziente è entrare in sintonia con lui a livello fisico e utilizzare il suo stesso modo di esprimersi. Prendi la sua obiezione e capovolgine la polarità̀. Certo dipende anche dalla personalità̀ di ciascuno. Se sei Mourinho, puoi anche fregartene di placare o appianare il dissenso del cronista di turno.

Un esempio di gestione del dissenso

Hai discusso fino a quel momento nel tentativo di spiegare le ragioni per le quali non hai fatto giocare gli stessi uomini del centrocampo della squadra vittoriosa della domenica precedente, ma il cronista ti attacca, accusandoti di fare troppo turn over con l’ovvio risultato (per lui) della sconfitta, inopinata e senza discussione. Che cosa fai? Lo investi dicendogli che è soltanto un ignorante e che è meglio per lui tacere? No. Gli dai ragione e lo lasci libero di esprimere il suo pensiero. Aggiungerai soltanto: “Ed è per questo che ti suggerisco di ascoltarmi quando parlo. Vedo i ragazzi allenarsi durante la settimana. Oggi li ho visti un po’ stanchi e ho preferito giocare con i rincalzi.

Stasera ha perso la squadra, perché́ è mancato il gioco, non perché́ hanno giocato le riserve”. Attento a non usare la carezza, già̀ citata, del “hai ragione” facendola seguire dall’avversativa “ma”, “però”, “no”, “tuttavia”. Psicologicamente si rivelerebbe controproducente. Poi usare l’avversativa solo in questo caso: “Forse lo riterrai sbagliato, però, talvolta cambio i giocatori per dare una scossa all’intera squadra e ai giocatori che sostituisco”. Come pensi che reagirà̀ il dissenziente? Solo per il gusto di smentirti, ti darà ragione. Non so se lo giudicherai opportuno, maForse non ci crederai, però… sono tutte piccole formule che in fondo ti aiutano a gestire qualunque forma di dissenso.

La congruenza dei tre criteri comunicazionali

C’è un aspetto da considerare con attenzione se vuoi che la tua comunicazione sia efficace e convincente: la congruenza dei tre criteri comunicazionali. Mi spiego meglio. Ciascuno di noi per conversare con il proprio interlocutore o con un uditorio usa le parole, ovvero, le informazioni che intende dare, il paraverbale o, meglio, l’espressività̀ delle parole usate attraverso le varie tonalità̀ della voce e, infine, il linguaggio non verbale del corpo fatto di mimica, gestualità̀, postura, sguardi, ecc. Con una avvertenza: le parole dette sono effetto della mente conscia, mentre paraverbale e non verbale sono effetti della mente inconscia.

Che cosa vuol dire rendere congruenti questi tre elementi? Il grande Trapattoni, nella sua esperienza al Bayern di Monaco, l’ha reso benissimo. La sua reazione alla domanda di un giornalista, nonostante l’uso del tedesco non proprio di Goethe, è stata straordinariamente efficace: parole, paraverbale, linguaggio del corpo erano perfettamente coerenti e, in questo modo, non l’ha mandata a dire, non tanto al malcapitato cronista, quanto alla squadra cui le parole erano dirette. Con questo che cosa voglio dire? Che è meglio sparare a zero? Certamente no. Il significato è un altro.

I tre criteri devono trovare coerenza tra loro e impedire che il linguaggio non verbale, inconscio, vada a contraddire quello verbale, conscio, altrimenti la comunicazione espressa è inefficace. Ti faccio un semplice esempio: la tua squadra ha vinto grazie a un rigore palesemente inventato dall’arbitro. Un cronista te lo fa notare e tu rispondi che alla fine del campionato i vantaggi e gli svantaggi si equivalgono. Niente da eccepire come discorso, ma come lo esprimi? In maniera brusca, seccata, con un linguaggio non verbale che manifesta la tua voglia di attacco e non quella dell’abbassamento di toni.

Il discorso motivazionale

Non posso chiudere questo articolo sulla comunicazione dell’allenatore sportivo senza almeno un accenno al discorso motivazionale alla squadra. Uno degli aspetti fondamentali della comunicazione interpersonale, da trasferire in quella dell’allenatore/atleta, è l’ascolto attivo. Soltanto attraverso l’ascolto attivo del linguaggio e del vocabolario proposti, dell’aspetto paraverbale e di quello analogico del linguaggio del corpo, l’atleta, ma anche l’allenatore stesso, comprende la persona con la quale si sta confrontando.

Comunicazione, etimologicamente parlando, deriva dall’aggettivo latino communis, che significa “mettere in comune qualcosa”. Ecco, quindi, che con comunicazione si fa riferimento a un binomio inscindibile parlante/ascoltatore, termini che non possono prescindere l’uno dall’altro. Nel senso che non può̀ esserci ascoltatore se non c’è qualcuno che comunichi qualcosa. Ecco ancora che, se un messaggio deve essere trasmesso, questo messaggio otterrà̀ il risultato di essere ricevuto e apprezzato dal secondo termine del binomio quanto più̀ esso è reso in termini empatici, sintonici, coinvolgenti. Da ciò̀ si comprende come nella comunicazione si privilegi il destinatario del messaggio.

Ruoli diversi, ma sempre di coach si tratta

Altrettanto ovvio che, come avviene nel public speaking, quanto più̀ il coach si esprime ai componenti della squadra con passione, vitalità̀, entusiasmo, dimostrando di credere a ciò̀ che dice, tanto più̀ susciterà̀ attenzione da parte dei suoi giocatori. L’allenatore è una figura d’importanza capitale nel gioco di squadra. È il tramite con la società̀, ma nei confronti dei singoli atleti della compagine assume vari ruoli:

 ◦ insegnante, nel senso di condurre i singoli componenti di una squadra ad apprendere i movimenti da compiere in partita secondo il modulo previsto, ma anche nuove competenze se si tratta di adattare l’atleta a un ruolo diverso, se occorre;

trainer, nel senso di “allenare” squadra e singoli per ottenere il meglio dal gioco di squadra, ma anche in quello di pianificare gli obiettivi che s’intende raggiungere e si vogliono trasmettere alla squadra;

motivatore: deve essere in grado in ogni momento di stimolare i propri giocatori, facendo leva sulle loro caratteristiche caratteriali e di personalità̀;

coach: come stratega della formazione deve essere in grado, partendo dall’unicità̀ dell’individuo, da un lato di valorizzare le qualità̀ di ciascun atleta, dall’altro, visto che ha a che fare con ragazzi che molto spesso sono acerbi e non hanno raggiunto la piena maturità̀, di migliorare ed espandere le potenzialità̀ del singolo a beneficio non solo personale, ma dell’intera squadra di appartenenza;

leader: il titolare della conduzione tecnica della squadra è il vero leader della squadra, la guida, l’uomo carismatico che deve indicare le linee guida alla compagine, che impone la disciplina, che gestisce con equanimità̀ i momenti di difficoltà e che carica i suoi uomini perché́ rispettino la squadra avversaria ma non ne abbiano mai timore.

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