Nark Eye: attaccare l’infortunio avversario fa bene

Attaccare l’infortunio avversario fa bene.
Non è una crudeltà sportiva: obbliga l’allenatore avversario a fare spazio a un giocatore meno dotato ma sano. Nessuno pensa mai a questo aspetto che ricalca esattamente il famoso «ascensore sociale» del mondo lavorativo. Se pensiamo sempre che un talento zoppo valga più di un onesto giocatore al 100% non avremo mai quello scambio e quelle opportunità che fanno crescere tutto.
Inoltre: cos’è la strategia? Attaccare un difetto di squadra o di singolo.
E io da allenatore, giocatore o «Nark Eye» (vedi articoli precedenti “L’esempio del calcio” – “L’analista occulto”) non ho nessun dovere di distinguere tra un difetto «fisso» e uno temporaneo (cioè un infortunio fisico). Se hanno il sole sugli occhi li sfiderò con dei palloni alti, giusto?
E allora giù di esempi pratici: se so che il loro mediano ha la spalla destra infiammata cercherò di farlo placcare spesso da quel lato (rugby), se è una guardia (basket) vedrò di forzargli la stoppata sopra quel deltoide indurito, idem nella pallanuoto o nel calcio per il portiere.
Attenzione massima: non ho detto di ferirlo vigliaccamente, ho detto di consumare, accentuare, fino a quando l’allenatore avversario dovrà spendere un cambio e mettere dentro una riserva.
Dal “pensiero veloce” al “pensiero lento”
Sul “pensiero veloce” e l’impressione immediata – capisco – questo atteggiamento psico-tattico può suonare molto violento, ma parliamo esattamente del contrario.
Passiamo al “pensiero lento” e a una spiccia analisi del ricasco.
Gli allenatori “imparano” a mettere in campo una squadra in salute, facendo filtrare un messaggio di opportunità a favore di chi è leggermente meno dotato, quasi tutti infatti abbiamo esordito nei seniores perché qualcun altro non stava bene (nel mio caso ci è voluta un’epidemia, o meglio, i “due metri” italiani giocavano tutti a basket e gli stranieri costavano troppo).
I giocatori dall’ego ipertrofico si umanizzano, e questo è altamente istruttivo nei settori giovanili, perché i concetti di squadra, unità etc. non “passano” se sono in forma di predica sermonale, ma vanno a segno formativo quando entrano nella percezione fisica. Come la foto del fuoco o la scottatura.
La squadra che ha in campo un regista parzialmente infortunato deve adattare il tipo di difesa a protezione di un arto prezioso, rivedendo la disposizione in campo, ma anche il linguaggio gestuale, per “mascherare” in due sensi, quello visivo (impedire che se ne accorgano) e spaziale (li pressiamo a destra in modo che spostino il gioco dal lato opposto e “girino intorno” al nostro mediano).
Ed è anche interessante per chi commenta (esempio: «Carter non ha ancora fatto un calcio lungo, forse ha la gamba malmessa, vediamo insieme se gli avversari lo sfideranno su questo punto»).
Davvero, la cattiveria è un’altra cosa.

Autore TV, Scrittore, Atleta


