Globe Today's

Notizie quotidiane internazionali

L’importanza di Franco Basaglia tra progresso e accoglienza

Basaglia: Manicomio Trieste
Basaglia al manicomio di Trieste

Ci sono date da ricordare. Nomi come quello di Franco Basaglia, medico psichiatra. Né Manzoni, né Chopin e neppure Walt Disney. Qui si ricorda un anniversario che è quello della scienza e della coscienza.

Il concetto di follia e di ragione per Basaglia

“La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’essere. Aprire l’Istituzione non è aprire una porta, ma la nostra testa di fronte a “questo” malato”. Queste le parole di Franco Basaglia, medico psichiatra, che già nei primi anni Sessanta si opponeva ai canoni della psichiatria tradizionale.

I manicomi

A partire dal XV secolo esistevano in Italia gli ospedali psichiatrici, che nel 1904 furono regolati con il nome di “manicomi” o “frenocomi”.  Dentro questi luoghi c’era tutto il carico dei loro terribili orpelli: fili spinati, cinghie di cuoio, camicie di forza, celle di isolamento, carcerieri, whisky, cloroformio e paraldeide. Ma soprattutto c’erano i matti, gli alienati, con la loro follia da confinare, da contenere. Perchè la malattia mentale era (e forse lo è ancora) uno scandalo sociale. Quei malati venivano considerati come cose, non come persone. E quindi erano “cose” da lavare, da vestire, da legare e fustigare. All’interno dei manicomi per altro vi erano rinchiusi anche disabili gravi e gravissimi, disadattati sociali, emarginati. C’era perfino chi nasceva in manicomio e vi trascorreva tutta la vita. Il ricovero, quasi sempre deciso da altri, era obbligatorio e spesso durava fino alla morte, in quanto non esistevano stimoli o soluzioni alternative.

Franco Basaglia

Ma per fortuna c’era anche chi si sentiva divorare da tutto questo e sognava una rivoluzione del sistema, Franco Basaglia. Il medico nel 1972 aveva ricevuto da un collega svizzero un questionario che chiedeva di descrivere un’organizzazione ideale dei servizi psichiatrici per un’ipotetica città di 100mila abitanti. Basaglia rispose  che non gli interessava costruire un’utopia astratta, che sarebbe stata solo il riflesso dell’ideologia dominante, gli interessava invece capire, sperimentare quali spazi fossero realizzabili nel concreto dove lavorava. Per lui ogni mondo perfetto, in questo senso utopico, era un inganno ideologico che può coprire l’accettazione dello status quo. “La speranza è un falso messia” rilasciò in un’intervista radiofonica” soltanto nella lotta noi possiamo pensare di cambiare qualcosa di reale, una lotta in cui uno possa vedere quello che è il futuro, quello reale di una situazione che cambia”.

Il giorno dopo Moro

Basaglia lottò e la sua ricoluzione culturale esplose il 10 maggio 1978. Era il giorno dopo in cui fu ritrovato il corpo di Aldo Moro, e direttamente dalla Commissione Igiene e Sanità del Senato dell’epoca (presieduta dal Sen. Ossicini) riunita in sede legislativa, quindi senza passaggi in Aula, venne approvata la legge n. 180/78 che sarà poi conosciuta come “Legge Basaglia”, dal nome dello psichiatra che più di tutti si era fatto promotore dei termini di quella norma.

Basaglia dimostrò che si può assistere persone “folli” in un altro modo. Aprirono i cancelli, i pazienti furono lasciati liberi di passeggiare, di consumare i pasti all’aperto, di lavorare. Si iniziò a prestare attenzione alle condizioni di vita degli internati, ai loro bisogni e si organizzarono assemblee di reparto e assemblee plenarie. Insomma a coloro che erano considerati irrecuperabili e pericolosi socialmente veniva restituita dignità. La Legge 180/1978 riconobbe finalmente i malati psichici come persone a tutti gli effetti , vietando di fatto le nuove ammissioni in manicomio e sancendo che non si costruissero più ospedali psichiatrici. Iniziò così la lunga agonia di queste strutture che si è (almeno formalmente) conclusa solo nei primi anni 2000.

Progresso VS accoglienza

Ovviamente tutto questo cambiamento comportò anche un grosso sforzo. Nonché l’assunzione di una importante componente di rischio, da parte dei professionisti che contribuirono a realizzare la chiusura dei manicomi. Il medico, come ogni operatore ospedaliero, doveva mettere in discussione tutto il pregresso e  volgersi  verso l’accoglienza, l’ascolto, il sentire l’altro, solo questo avrebbe portato a un reale cambiamento che avrebbe rappresentato l’avvio effettivo della riabilitazione psichiatrica.

Tutto ciò portò ad utilizzare al meglio le conoscenze, le ricerche scientifiche e culturali per “abbracciare il paziente” in un percorso terapeutico che tenesse  conto degli aspetti biologici (ovvero fisiologici), di quelli psichici (le emozioni, i vissuti e l’esperienza soggettiva) e di quelli sociali (interazioni, relazioni). Un approccio in cui la relazione terapeutica avvenga nel rispetto, nell’accettazione e nell’ascolto dell’altro non tanto come malato, ma in primis come persona.

Ma Basaglia non aveva ancora vinto e lo sapeva bene. Il suo progetto è stato realizzato solo in parte, ma a lui si deve il grande riconoscimento di aver segnato una svolta nel mondo dell’assistenza ai pazienti psichiatrici. Una cesura con il passato dalla quale non si può che andare avanti sulla strada della dignità.  Basaglia, in controtendenza rispetto a buona parte della classe medica del tempo, non aprì solo le porte dell’Istituzione, ma le nostre teste di fronte a “questo” malato.

Pubblicato il: 11 Marzo 2022
Verificato da MonsterInsights