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Edita Broglio, il realismo magico tra storia e opere

Nel XX secolo l’intellettuale/artista lettone, diresse la storica collana Valori Plastici per la prestigiosa casa editrice Hoepli, fondata nel 1872, che purtroppo nel marzo 2026 ha chiuso i battenti. Ennesima perdita per il mondo culturale italiano

Edita Broglio -

 Per la partecipazione alla XXXVIII Edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino 2026, che si tiene dal 14 al 18 maggio presso il Lingotto Fiere, è stato selezionato, tra gli altri, un saggio realizzato in due volumi di oltre trecento pagine ciascuno, che parla esclusivamente dell’arte e della vita di pittrici, scultrici, ceramiste, fotografe, mosaiciste vissute sin dalle epoche più remote del mondo antico greco e romano fino ai nostri giorni. Lo hanno realizzato due storiche dell’arte che da sempre sono affascinate dalla creatività delle donne, sebbene esse ancora oggi compaiano solo raramente nei manuali della storia dell’arte ufficiale.

Rdita Broglio - Female art in History (saggio selezionato per il Salone Internazionale del Libro di Torino 2026)
Female art in History (saggio selezionato per il Salone Internazionale del Libro di Torino 2026)

Tra le numerose storie trattate nei volumi si narra quella di un’artista che segnò il Novecento non solo per la sua creatività nelle arti visive, come la pittura e il mosaico, ma diresse insieme al marito, il noto intellettuale (nonché anch’egli pittore) Mario Broglio, la storica collana Valori Plastici della prestigiosa casa editrice Hoepli. Ma chi fu, in realtà, Edita Broglio? Di origine lèttone, rimase attiva quasi sempre in Italia promuovendo la corrente artistica del Realismo Magico, un genere non solo artistico ma anche letterario che ha segnato la storia dell’arte nel Novecento.

edita Broglio - Edita Broglio (Foto degli anni ‘10 del Novecento)
Edita Broglio (Foto degli anni ‘10 del Novecento)

Il Realismo Magico tra arte e letteratura

Al tempo di Edita, però, il termine Realismo Magico suscitò una certa confusione nell’interpretazione dell’arte stessa della pittrice, come del resto all’interno di tutta la cerchia di coloro che fecero parte di questa corrente: il motivo fu che il movimento letterario a cui si attribuisce il termine realismo magico è quello a cui appartengono le opere di grandi letterati come Gabriel García Márquez, che può essere considerato il pioniere di questo genere letterario con la sua memorabile opera Cent’anni di solitudine, a cui seguono Borges, Kafka o, per l’Italia, Italo Calvino con Il barone rampante o Dino Buzzati con Il deserto dei tartari, per citare qualche esempio.

Questo genere narrativo tratta una tematica intrisa di magia, di mistero, d’inverosimiglianza. In arte visiva, invece, il termine Realismo Magico fu utilizzato per la prima volta dal pittore e critico d’arte Franz Roh, nel 1925, per descrivere uno stile realistico ma estraniante, preciso, nitido e minuziosamente definito che in Germania (Roh era tedesco) caratterizzava l’arte della Nuova Oggettività.

Con il termine realismo magico egli intendeva raffigurare “come la realtà di ogni giorno a volte possa sembrare diversa da come è”. La sua idea di Realismo Magico non aveva nulla a che fare con il superamento del reale da parte del fantastico, cioè la prevalenza dell’irreale sulla realtà, come avvenne in Márquez e negli altri narratori. Semplicemente, Roh aveva utilizzato erroneamente un termine già in uso per definire un’altra corrente letteraria già esistente, tant’è che egli stesso si scusò per questo in uno scritto degli anni Cinquanta in cui chiariva che il termine “magico” “non era inteso in senso religioso/psicologico né etnologico”. Ad ogni modo, alla Nuova Oggettività si ispiravano quelle correnti europee speranzose di un ritorno all’ordine che regolasse la società dei primi anni Venti.

Mario Broglio, Autoritratto, 1934, Galleria d’Arte Moderna, Roma

Valori Plastici e il ritorno all’ordine

Tali correnti erano Novecento, Valori Plastici e la pittura metafisica di De Chirico, Savinio, Carrà, della scuola romana di Scipione Mafai e così via, di cui la pittrice Edita Broglio fu protagonista, soprattutto all’interno della rivista Valori Plastici che ella portò avanti assieme al suo ideatore, nonché marito, Mario Broglio, con l’obiettivo di diffondere le idee estetiche della pittura metafisica e delle correnti d’avanguardia europea.

Nuova Oggettività e correnti europee del Realismo Magico

Sulla scia della Nuova Oggettività tedesca, che propugnava l’abbandono del soggettivismo espressionista ritenuto eccessivo per tornare a una realtà quotidiana più legata all’ordine, si crearono due correnti: la prima, verista, a cui appartennero artisti come Käthe Kollwitz, George Grosz, Otto Dix e molti altri; la seconda, quella classica, fu definita proprio da Roh Realismo Magico, creando l’ossimoro con il realismo magico già esistente, che però era di stampo in qualche modo “kafkiano”. L’ideale di un ritorno all’ordine trovò spazio in Valori Plastici: la rivista nacque a Roma nel 1918 e si diffuse fino al 1922. Il ritorno all’ordine venne associato a un neoclassicismo e alla pittura realista: lo stesso De Chirico, con la sua monumentalità, ribadì tale concetto.

Fu dopo la breve vita di Valori Plastici che la coppia mise in piedi quella che divenne la storica, omonima, collana della casa editrice Hoepli, pubblicando opere fondamentali come il Piero della Francesca di Roberto Longhi e il Giotto di Carrà. Broglio espose sue opere alla II e III Quadriennale di Roma, tra il 1935 e il ’39; la XXV Biennale di Venezia gli dedicò una mostra postuma, presentata da Carlo Carrà, nel 1950. Il suo stile pittorico è sicuramente di qualità inferiore rispetto alle opere di sua moglie, però manifesta una ricerca di levigata limpidezza della materia pittorica, oltre a un rigore nella raffigurazione assai comuni a molte parti stilistiche che riguardano la pittura di Edita, la quale, tra l’altro, spesso interveniva nei suoi dipinti. Mario Broglio, in qualità di giornalista, collaborò anche a Il giornale del mattino, nella redazione di Bologna, e a Il Tempo.

La formazione di Edita e il “periodo incandescente”

I due si erano conosciuti nel 1917 a Roma e avevano stretto da subito un intenso sodalizio sentimentale e artistico. In realtà il nome completo di lei era Edita Walterowna von Zur Muehlen ed era nata nel 1886 a Smiltene, vicino a Riga, da famiglia aristocratica. All’inizio del XX secolo la giovane approvava il movimento rivoluzionario russo e a diciotto anni era crocerossina a Riga; però, con la rivoluzione del 1905, per salvare suo padre, che era proprietario terriero e discendente dai Cavalieri dell’Ordine Teutonico, quindi malvisto dai rivoluzionari, Edita fuggì insieme a lui a Könisberg, in Germania, abbandonando la Lettonia.

La rivoluzione russa, infatti, dava la caccia ai ceti favoriti dagli zar. Così, ella frequentò l’Accademia di Belle Arti di Könisberg ma poi, cinque anni dopo, si trasferì a Parigi, dove trascorreva il tempo al Louvre a copiare i capolavori dell’antichità mentre respirava l’aria parigina, fervida di attività innovative delle avanguardie postimpressioniste, cubiste, futuriste, dei fauves e così via.

Gli esordi pittorici e il “periodo incandescente”

Gli esordi pittorici che Edita stessa, in seguito, definì “periodo incandescente” sono caratterizzati dallo studio di Cézanne, come dimostrano le opere di quel periodo Paese incandescente, Montagna incandescente, Paesaggio in salita e L’albero: si tratta soprattutto di studi sulla luce. Nel 1913 e nel 1914 Edita partecipò alle mostre della Secessione romana insieme con artisti di varie tendenze, ma tutte in chiara opposizione all’accademismo; le opere che la pittrice espose nel 1913 furono: Mezzodì, Via Sistina e un ritratto. Nel 1914 si presentò con un disegno, quattro paesaggi e Giocatore di tennis.

Il periodo incandescente durò sino al 1916, ma Edita era consapevole che il suo percorso sarebbe stato un altro perché si sentiva attratta dalla grande pittura italiana del Trecento e Quattrocento, da Giotto fino a Piero della Francesca; era affascinata dalla prospettiva, dalle forme eleganti e precise delle grandi epoche del passato. Mario diventerà il suo compagno nella vita e partner nella pittura: si sposeranno nel 1927. Quando Broglio attuò Valori Plastici, Edita vi aderì insieme a Carrà, Savinio, De Chirico, Morandi.

Gli anni Venti e Trenta: nuove poetiche e influenze

Fu proprio Carlo Carrà a raccontare che, nel 1917, Mario Broglio andò a trovarlo a Milano manifestandogli il proposito di “creare una rivista che fosse il punto d’incontro della corrente più viva che in arte andava rivelandosi in Italia”. Infatti, saranno gli anni Venti quelli in cui Edita elaborerà la sua nuova poetica, distante dal suo precedente “periodo incandescente”, e nasceranno le sue opere più famose come Gomitoli del 1927, Bottiglie del 1927, Uova fresche del 1928, Pane del 1928 ed altre. Alla maniera di Morandi, ma con una pennellata più fluida e delicata, ora i protagonisti dei dipinti di Edita sono gli oggetti tradizionali, con la loro fisicità (anche un po’ metafisica), silenziosa, atemporale e meditativa.

I successivi anni Trenta furono rivelatori di grandi cambiamenti nella creatività di Edita, perché proprio ad allora risale il suo rapporto artistico e d’amicizia con la coppia Raphaël/Mafai, e ciò apportò varie modifiche nel pensiero artistico della Broglio. In quel periodo la coppia Scipione Mafai ed Antonietta Raphaël aveva lo studio/abitazione in via Cavour 335, a Roma, e il loro atelier divenne un luogo di ritrovo per intellettuali e artisti soprattutto di stampo espressionista, da Ungaretti a Leonardo Sinisgalli, a Enrico Falqui e altri noti intellettuali del tempo.

La Scuola di via Cavour e le influenze espressioniste

Nell’immagine qui sopra sono affiancate due opere: la prima è intitolata Il ponte degli angeli, risale al 1930 e fu realizzata da Scipione Mafai; la seconda porta il titolo Fiori e la Broglio la dipinse nel medesimo anno. A quel tempo la coppia Mario/Edita frequentava anche l’osteria dei Fratelli Menghi, meta abituale per gli incontri tra registi, scrittori, poeti e il mondo intellettuale; il gruppo di pittori della cerchia di Mafai cominciava a farsi strada, tanto che il celebre storico dell’arte Roberto Longhi, nel 1931, lo definì “Scuola di via Cavour”; in effetti il gruppo si distingueva dalla Scuola Romana proprio per il suo spiccato espressionismo. In questi anni la produzione di Edita non fu particolarmente intensa poiché si dedicò particolarmente allo studio dei classici trecentisti; nonostante ciò, la pittrice continuò a frequentare assiduamente l’ambito della Scuola di via Cavour.

La maturità artistica e il pieno Realismo Magico

Certamente le opere della pittrice che risultano successive agli anni Trenta mostrano tutta la sua enigmaticità, come l’autoritratto del 1938, intitolato Ritratto di una signora (o Testa su fondo di tarsia), che evidenzia uno sguardo indagatore. Negli anni a venire Edita raffigura gli oggetti sommessamente, con delicatezza, concreti ma fuori del tempo; oramai ha trovato la sua direzione creativa e stilistica, quella che finalmente culmina nel Realismo Magico con La Matassa del 1947 e con Cereali (1948), oltre a vari altri suoi dipinti, disegni e mosaici in cui gli oggetti raggiungono la perfezione formale in un’atmosfera che rimane quasi sospesa.

Edita Broglio. Serie: Ore del giorno, Alba, Olio su tavola, 1957

Quando il marito muore, nel 1948, la pittrice si ritira in Toscana, nella loro casa di San Michele in Moriano, vicino a Lucca, luogo di meditazione profonda dove rimane fino al 1955. Ormai ha acquisito le massime nozioni tecniche, attinte anche dagli studi sugli antichi maestri come Giotto, Piero della Francesca e gli altri Trecentisti. Adesso ha finalmente raggiunto la “seconda fase” della sua arte: dipinge, così, la serie delle 4 Ore del giorno. Si tratta di opere realizzate dal vero e in piccolo formato.

Il soggetto raffigura una nave a vele spiegate, posizionata all’attracco, piccole barche ormeggiate, un caseggiato e la torre campanaria del villaggio: sullo sfondo, in lontananza, un monte. Qui Edita vuole rappresentare il vero eterno, assoluto e intensamente meditato. Ecco, ora il suo Realismo Magico è raggiunto. L’artista in questi anni rivisita l’esperienza russa dei suoi esordi, la ricerca verso l’Astrattismo di Vasilij Kandinskij; riprende anche varie letture dei suoi tempi giovanili, come Dostoevskij.

Gli anni Cinquanta e Sessanta: varianti, luce e sperimentazioni

Edita rimane in quel luogo di ispirazione e meditazione, a San Michele in Moriano, fino al 1955 e poi si trasferisce a Roma dove, per qualche tempo, manderà avanti le edizioni della casa editrice Hoepli per Valori Plastici, prima di cederne il marchio. Nel 1957 Giuseppe Ungaretti scrive il testo di presentazione per la mostra personale di Edita Broglio alla Galleria del Vantaggio, di Roma. In quegli anni la pittrice realizza anche Sinfonia cromatica in varie versioni: vivace, andante, allegro e moderato (1951); inoltre dipinge le due opere A ciel coperto e A ciel sereno (1954). La stessa inquadratura viene rivisitata in più varianti per realizzare uno studio della luce e del colore.

Sperimentazioni cromatiche e opere mature

La stessa caratteristica è presente in vari altri lavori di fine anni Cinquanta e in quelli degli anni Sessanta. Anche nel mosaico Edita Broglio raggiunge la medesima intensità. Un esempio fra tutti è costituito da quello che ritrae Giorgio De Chirico, del 1968. La fotografia e le riproduzioni sono conservate nel *Fondo Valori La fotografia e le riproduzioni sono conservate nel Fondo Valori Plastici ospitato presso l’archivio storico della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma. Nel 1959 la pittrice è presente alla Quadriennale romana; nel 1967 espone a Firenze, alla mostra Arte italiana, 1915-1935 curata da Carlo Ludovico Ragghianti. Nel 1974 (quasi novantenne) si lascia convincere a mettere ordine nell’archivio di Valori Plastici. Muore a Roma il 19 gennaio 1977 e viene seppellita al Testaccio.

Purtroppo, a distanza di quasi cinquant’anni dalla morte della sua fondatrice, la prestigiosa casa editrice Hoepli ha chiuso definitivamente i battenti (nel marzo del 2026) segnando, così, la fine di una storica ed importante istituzione culturale italiana. Speriamo che qualcuno si svegli e comprenda che il nostro patrimonio storico/letterario non può essere sprecato scialbamente e intervenga qualche istituzione adeguata.

Per approfondire le notizie sull’artista si rimanda al Volume II del saggio storico Female art in history. L’arte femminile nella storia. Dall’antichità all’epoca contemporanea, di Irene Manente e Anna Rita Delucca, Edizioni Youcanprint, Lecce 2025, presente presso Padiglione 2 Stand F118-G117.

Pubblicato il: 14 Maggio 2026
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