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Il vero messaggio della Cometa 3I/ATLAS (2)

Scienza, apertura mentale e pseudoscienza

Oggi, infatti, molti sono convinti che la sua essenza consista nell’apertura mentale e nella capacità di pensare fuori dagli schemi. Da qui la falsa convinzione che ci possa riuscire anche una persona estranea a quella che viene chiamata “la scienza ufficiale”, il che ha dato una forte spinta alla diffusione della pseudoscienza.

Ciò si deve in parte alla vicenda (perlopiù ritenuta emblematica, ma in realtà unica e probabilmente irripetibile) di Albert Einstein, “lo” scienziato per eccellenza. Come sappiamo, infatti, quando egli propose la sua teoria della relatività, destinata a cambiare radicalmente la fisica e il mondo intero, era un semplice impiegato dell’Ufficio Brevetti di Berna. Inoltre, le sue stravaganze hanno reso popolare l’immagine dello scienziato come una sorta di genio pazzo.

Ma a ciò ha contribuito molto anche la moderna filosofia della scienza. Aveva già cominciato Popper, per il quale le ipotesi scientifiche devono essere il più possibile “audaci”, perché ciò le espone maggiormente alla possibilità di falsificarle.

Ma la responsabilità principale è degli epistemologi di impostazione analitica (purtroppo dominante in tutto il mondo anglosassone), i quali hanno una spiccata tendenza a confondere la scienza (che in genere non conoscono) con la fantascienza, prendendo seriamente anche le idee più assurde solo perché logicamente possibili.

La cometa interstellare 3I/ATLAS
La cometa interstellare 3I/ATLAS

Genio, laboratorio e metodo scientifico

Ora, è vero che il genio va spesso insieme a un po’ di follia, ma soltanto un po’. Essere fuori dagli schemi non significa essere fuori dalla realtà, perché le teorie scientifiche servono proprio a spiegare la realtà. Ne segue che la scienza può progredire grazie a persone stravaganti, ma non grazie a idee stravaganti, anche se a prima vista alcune possono sembrare tali.

Non è certo un caso che sia Popper sia i filosofi analitici antirealisti, pur avendo posizioni molto diverse, hanno in comune la svalutazione del metodo sperimentale, giudicato incapace di stabilire in modo definitivo se una teoria è vera, benché la storia della scienza dimostri il contrario.

Così come non è certo un caso (benché quasi nessuno lo sappia) che Einstein, da tutti considerato il teorico “puro” per eccellenza, quando studiava fisica all’università passava quasi tutto il suo tempo in laboratorio, al punto da essere frequentemente rimproverato perché non seguiva abbastanza le lezioni. Se negli anni successivi è riuscito a fare quel che ha fatto è stato solo perché il laboratorio ormai ce l’aveva tutto in testa, al punto che era in grado di prevedere l’esito degli esperimenti senza bisogno di eseguirli realmente.

Perciò non è affatto vero che tutte le ipotesi meritano di essere prese in considerazione: quelle chiaramente contrarie ai fatti non lo meritano. Molti, tra cui Loeb, obiettano: “Ma perché no? In fondo cosa ci costa?” La verità, però, è che ci costa moltissimo. Ci costa anzitutto in termini economici, perché le osservazioni e gli esperimenti costano. E costano anche gli studi puramente teorici, perché i ricercatori non lavorano gratis e fargli sprecare tempo significa sprecare denaro.

Il costo culturale e scientifico delle idee stravaganti

(Attenzione! Questo non ha nulla a che vedere col giustissimo principio, che ho sempre difeso, anche su queste pagine, per cui non bisogna sostenere solo la ricerca applicata, ma anche quella cosiddetta “di base”, cioè disinteressata. Anche quest’ultima, infatti, deve essere svolta seguendo le indicazioni della realtà e non contro di esse.)

Il costo più grave, tuttavia, è quello che paghiamo a livello culturale. Anzitutto perché così si diffondono idee sballate. Ma soprattutto perché così si perdono di vista gli aspetti più interessanti, dato che la realtà ha sempre molta più fantasia di noi. In particolare, nel caso di 3I/ATLAS c’è davvero un nesso con la vita extraterrestre, ma è assai diverso da quello immaginato da Avi Loeb, anche nella versione da lui proposta come prima alternativa.

Se la cometa non fosse un’astronave nel senso letterale potrebbe infatti trasportare ugualmente dei “passeggeri”: non esseri complessi e men che meno intelligenti, ma qualcosa come i batteri o i loro analoghi extraterrestri.

Fra l’Ottocento e il Novecento prima i fisici William Kelvin e Hermann Von Helmholtz, poi il chimico Svante Arrhenius e infine gli astronomi Fred Hoyle e Chandra Wickramasinghe hanno addirittura sostenuto che la vita, in forma di microrganismi, potrebbe diffondersi in tutto l’universo all’interno delle nubi di polvere interstellare e, appunto, delle comete.

Panspermia e possibilità interstellari

Di questa teoria, detta “panspermia”, non si è però mai trovata nessuna prova. Inoltre, essa non fa che spostare il problema dell’origine della vita dai pianeti allo spazio, dove sembra ancor più difficile da risolvere. Sembra perciò da escludere che questo sia il modo normale in cui la vita si diffonde. Potrebbe però essere un modo eccezionale. Che ora, forse, potrebbe apparirci un po’ meno eccezionale.

È già da qualche decennio che sapevamo che pezzi della crosta di un pianeta possono essere sbalzati nello spazio dall’impatto di qualche grande meteorite, diventando così meteoriti a loro volta. Frammenti della superficie di Marte sono stati scoperti in Antartide e nulla esclude che siano caduti anche su altri pianeti, così come nulla esclude che lo stesso abbiano fatto frammenti della superficie terrestre.

E sapevamo anche, soprattutto grazie agli studi della tedesca Gerda Horneck, che alcuni batteri potrebbero resistere all’interno di questi frammenti nel vuoto spaziale perfino per milioni di anni.

Di conseguenza, si riteneva possibile che la vita passasse da un pianeta all’altro, ma solo all’interno del Sistema Solare. Fino a pochi anni fa, infatti, non era mai stato scoperto nei nostri paraggi nessun corpo celeste proveniente dal suo esterno e si riteneva che oggetti del genere fossero rarissimi. Poi, però, grazie ai progressi della tecnologia, nel giro di appena otto anni ne abbiamo già avvistati tre: prima l’asteroide 1I/’Oumuamua nel 2017, quindi la cometa 2I/Borisov nel 2019 e ora, nel 2025, appunto la cometa 3I/ATLAS.

È vero che in quest’ottica i “veicoli interstellari” dei batteri non sarebbero le comete, ma gli asteroidi, di cui finora conosciamo un solo rappresentante: ’Oumuamua.

Nuove possibilità per la vita nell’universo

È vero che il numero degli asteroidi è in generale molto inferiore a quello delle comete e che quello degli asteroidi provenienti dalla superficie di un pianeta è ancora più piccolo. Ed è vero, infine, che la probabilità che uno di questi oggetti possa cadere su un pianeta adatto alla vita è molto piccola.

Tuttavia, come diceva Agatha Christie, una coincidenza è solo una coincidenza, due coincidenze sono solo due coincidenze, ma tre fanno un indizio. E in questo caso l’indizio ci dice che, per quanto improbabile, è tuttavia almeno possibile che la vita passi non solo da un pianeta all’altro, ma anche da un sistema stellare all’altro. Ciò apre scenari nuovi, finora imprevedibili, ma anche problematici.

Così come non possiamo più escludere che la vita sia giunta sulla Terra da un altro sistema stellare, infatti, non possiamo più nemmeno escludere che sia giunta su un altro sistema dalla Terra. Perciò, se dovessimo scoprire tracce di vita su un pianeta extrasolare, come potremmo essere sicuri che sia davvero frutto di un’origine indipendente e non un’altra diramazione della nostra?

Queste sono le cose che 3I/ATLAS è venuta a dirci e di cui dovremmo discutere, non la cattiva fantascienza ammannitaci da Avi Loeb. E mi sembrano questioni non solo molto più sensate, ma anche molto più affascinanti.

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Pubblicato il: 4 Gennaio 2026
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