Sanremo 2026 il rito collettivo
Più di un Festival, ancora una storia italiana

Sanremo non è semplicemente un evento musicale. Sanremo è un rito collettivo che attraversa il tempo. Nato nel dopoguerra, mentre l’Italia cercava di ricostruire non soltanto le città ma anche la propria identità, il Festival ha accompagnato decenni di trasformazioni: sociali, culturali, estetiche, persino politiche. Cambiano le epoche, mutano i linguaggi, si alternano mode e generazioni, ma una costante resta immutata: la centralità della canzone italiana. Si dice spesso che Sanremo sia diventato soprattutto uno show televisivo. È vero. Ma è solo una parte della verità.
Perché il Festival è oggi un grande spettacolo, certamente, ma continua a essere – prima di tutto – un formidabile amplificatore musicale. Cantautorato, pop, urban, contaminazioni: la nostra musica trova ancora lì il suo palcoscenico più simbolico. Sanremo, in fondo, resta Sanremo.

Misura e riconoscibilità
Dal 24 al 28 febbraio 2026, il Teatro Ariston accoglierà la 76ª edizione del Festival sotto la guida di Carlo Conti, affiancato da Laura Pausini. Una scelta che comunica equilibrio. Non una coppia costruita per stupire, ma un’alleanza che parla di esperienza, autorevolezza e continuità. Laura Pausini, il cui legame con Sanremo appartiene ormai alla storia della musica italiana, porta in conduzione una dimensione internazionale naturale, mai forzata. Carlo Conti, dal canto suo, prosegue un racconto televisivo che privilegia ritmo, chiarezza e leggibilità. Sanremo ritrova così una direzione precisa: ordinata, riconoscibile, solida.
La canzone resta il centro
Il cast dei Campioni disegna una mappa ampia e trasversale, capace di riflettere la pluralità della scena musicale contemporanea. Ritorni storici, voci consolidate, nuove sensibilità pop e urban convivono in un equilibrio che evita l’effetto ammassamento e privilegia la narrazione. Parallelamente, il circuito delle Nuove Proposte conferma la funzione originaria del Festival: il passaggio generazionale.
Da Sanremo Giovani e Area Sanremo emergono artisti che non rappresentano semplicemente il “nuovo”, ma il continuo rinnovarsi del linguaggio musicale italiano. Un ricambio che non interrompe la tradizione, ma la rigenera.
Sanremo oltre il palco
Chi frequenta Sanremo lo sa bene: il Festival non vive soltanto sul palco. Vive nei corridoi, nei backstage, nelle interviste, nelle attese. Vive negli eventi collaterali, nelle conversazioni notturne, nei volti tesi prima dell’esibizione. Vive in quella particolare atmosfera che, ogni anno, trasforma la città ligure in un microcosmo creativo dove convivono musica, televisione, industria, costume. Sanremo non è solo trasmissione. È ecosistema.
Uno specchio che continua a rifletterci
Dopo oltre settant’anni, Sanremo continua a svolgere una funzione rara: riflettere l’Italia mentre cambia. Cambiano le sonorità, mutano le estetiche, si ridefiniscono le carriere. Ma il Festival resta uno dei pochi luoghi capaci di mettere in dialogo memoria e contemporaneità, tradizione e mutazione, nostalgia e futuro. Perché Sanremo non racconta soltanto la musica italiana. Racconta, ogni volta, qualcosa di noi.
Non cambia e ci appartiene
Sanremo non smette di cambiare. E non smette mai di appartenerci. Anche chi dichiara di non seguirlo, prima o poi, ci passa accanto. Una serata distratta, un frammento ascoltato per caso, una canzone che filtra da un’altra stanza. Perché Sanremo, più che un evento, è diventato un’abitudine culturale, un punto fermo del nostro immaginario collettivo.
Un’Italia senza Sanremo appare quasi difficile da pensare. E mentre il Paese si racconta al mondo attraverso grandi appuntamenti e scenari internazionali, il Festival continua a occupare un luogo simbolico unico: quello della memoria condivisa, capace di rinnovarsi senza recidere le proprie radici. Forse è proprio questa la sua forza più autentica. Mutare, senza mai smettere di essere riconoscibile.

attore, speaker e Cultural Writer


