Le posture di Jacques Tati
Jacques Tati
Non voglio passare per esperta di cinema francese né intasare la pagina con informazioni che ho preso da uno dei mille siti dedicati al regista, attore, produttore e comico francese Jacques Tati.
È una figura che conosco poco e di «taglio simpatico», perché grazie a mio papà ho passato molti mesi da bambina in Francia.
Il «Signor Hulot» di Tati è una sagoma simpatica, un po’ impedita, alto, elegante un po’ goffo, positivo e simpatico. Viene citato spesso, si vede nei telegiornali, un po’ come Charlie Chaplin o Stanlio e Ollio insomma.

Ma ho saputo da Luca Tramontin che Tati è stato uno dei grandi promotori del messaggio posturale nel cinema, uno che insieme a Harold Loyd, Buster Keaton (che ammirava molto) e Charlie Chaplin appunto, ha capito che il personaggio si caratterizza più per le movenze che per il viso.
“Se metto i piedi con le punte in fuori cammino alla Charlot”. Ecco un esempio banale di come le posture siano spesso più immediate delle espressioni del viso.
La nonna francofona di Luca e il gioco di gambe di Tati
La nonna francofona che ha allevato Luca a sceneggiati e ironia glielo faceva sorbire a tutte le dosi possibile in anni da proiettore e bobine, al punto che (forse complice la somiglianza) il «piccolo Luca» lo associava a Dario Fo, altro grande «comico-fisico».
«Un buon comico è un buon gioco di gambe» ha detto Tati, infatti il suo celebre Signor Hulot camminava sulle punte, spedito, distratto, con le gambe lunghe, e frenava di colpo quando veniva disturbato dalle persone normali che sembrava ignorare felicemente. Al punto che inquadrando solo questo «gioco di gambe» si capiva che era lui.
Le “Impressions Sportives” di Jacques Tati
A ripensarci bene Tati era diventato famoso con «Impressions Sportives», una serie di imitazioni gestuali di tennis, calcio, etc. (il portiere)
«Mon Oncle» racconta la follia igienista anzitempo, ma ancora di più la sbornia tecnologica che nasconde l’impedimento fisico. Una casa fatta apposta che è un vero personaggio, i coniugi Harpel sono grassi, goffi, si fanno rinchiudere per sbaglio dai macchinari che hanno pagato caro.
Madame Harpel a un certo punto dice: «È tutto così pratico, tutto comunica», ma non è vero, la storia dei loro corpi lo dice chiaro, fanno pena per via posturale.
Daki, il cane è l’elemento fisico, disturbatore, quello ancora in possesso del corpo, fa danni ed è l’unico felice. Figurarsi se non piaceva a Luca e a sua nonna Bia.
Come SPORT CRIME, Tati prendeva per i ruoli specifici persone che facevano quel lavoro nella vita. Voleva i corpi e i movimenti giusti, e per le espressioni del viso pazienza (fino a un certo punto, perché casomai li ritraeva di taglio o faceva rifare 20 volte).
Il ballo finale di Playtime
Il ballo finale di «Playtime» è robotico, impedito, rigido, medio borghese con un senso di “baccalà che si tiene buono il sindaco” che ho ritrovato in «Imitation of Life» dei REM, con quei sorrisi stampati e odiosi pieni di falsità.
Saputo tutto questo mi fa un certo effetto rivedere in rete le immagini di Tati a Cannes, sulla stessa Croisette che in un certo senso ci ricollega.

Credo siamo l’unica produzione nella quale si fa riscaldamento prima delle scene, sento spesso Nico e Luca Tramontin dire: «Uno arrabbiato non tiene gli addominali così», oppure «non sembri uno che esce da allenamento». E aggiustano le gambe degli attori, o degli sportivi.




