Jean Luc Godard: “ciao” alla vita e una grande eredità
Jean Luc Godard

“Godard cambiò tutte le regole”, racconta Bertolucci, “il suo linguaggio era oltraggioso, veloce, leggero. […] Ci disse che esistevano altri modi di raccontare una storia”.
Creatore assieme a François Truffaut, Claude Chabrol, Jacques Rivette ed Éric Rohmer della Nouvelle Vague. Dal suo primo film À bout de souffle (Fino all’ultimo respiro) del 1960 caratterizzò tutte le pellicole successive di un montaggio estremamente complesso, in contrasto con la naturalezza dell’ambientazione. Il racconto, talvolta frenetico, porta avanti un gioco ricercato e studiato tra realismo e teatralità. Godard usò solo la luce naturale, non aveva un copione e la colonna sonora aveva tagli improvvisi. Nei film di Godard si può “sentire l’immagine e guardare il suono”, come disse lui stesso in una lunga intervista del 1980.
Voleva stimolare l’attenzione
Godard voleva stimolare l’attenzione degli spettatori e per farlo decostruì la narrazione. Il passaggio da generi diversi, l’alternarsi del colore e del bianco e nero, il mix tra cultura considerata alta e bassa senza distinzioni – in À bout de souffle, ad esempio, ci sono riferimenti ai polizieschi americani e al tempo stesso a Mozart e a Lenin.
Godard mise in scena l’impensabile. Ruppe la quarta parete, il muro immaginario che divide la platea dalla scena, dando la possibilità agli attori di guardare in camera per cercare lo sguardo degli spettatori. D’altronde, come disse Anna Karina, musa e moglie del regista francese, mancata nel 2019: “Nei film di Godard bisognava più essere che interpretare”.

Godard non ebbe paura di dichiarare la finzione cinematografica e così il cinema si emancipò dalla convenzione che voleva il pubblico come uno spettatore passivo di una storia a lui estranea rendendolo protagonista, imponendogli una presa di posizione, un pensiero.
La responsabilità è del pubblico secondo Godard
“Il pubblico ha la responsabilità di ciò che viene proiettato nelle sale […] io per primo mi sento responsabile di quello che vedo”, sono queste le parole di Godard. Il cineasta ha infatti sempre rivendicato una libertà stilistica che, non solo le case di produzione, ma anche il pubblico, troppo spesso non hanno voluto e non vogliono tuttora concedere al linguaggio cinematografico. Non era assolutamente ligio ad una sceneggiatura anzi procedeva in senso contrario. Nel 1961 scrive:” Nessuno dei miei film dipende da una sceneggiatura, solo da un’idea buttata giù in tre o quattro pagine. Ogni giorno elaboro i dettagli della scena e stabilisco come girarla”.
Gli attori scelti da Godard erano parte di questo progetto rivoluzionario: alcuni erano professionisti, altri furono presi dalla strada, l’importante era rendere la sceneggiatura un oggetto in continua evoluzione.
Le donne furono il perno su cui ruotava la sua poetica: amate, odiate, compatite, il regista costruì le figure femminili delle sue storie. “Mi identifico più con i personaggi femminili che con quelli maschili, sin dal mio primo film”, rivelò in un’intervista.
Nei suoi film è rappresentata la complessa realtà delle donne
Tra i meriti del cinema di Jean Luc Godard c’è quello di aver rappresentato la complessa realtà delle donne agli inizi degli anni Sessanta. Tramite pellicole come La donna è donna (Une femme est une femme), Questa è la mia vita(Vivre sa vie) o Due o tre cose che so di lei (2 ou 3 choses que je sais d’elle), il regista parigino ha mostrato sul grande schermo una nuova figura femminile, intenta a contrastare i retaggi della società patriarcale che avevano invece ingabbiato la generazione precedente.
La critica divide la produzione artistica di Godard in tre periodi

La critica divide la produzione artistica di Jean Luc Godard in tre periodi. Il primo è quello che va dal 1960 al 1967, caratterizzato dalla nascita del un nuovo linguaggio narrativo che diede vita alla Nouvelle vague, di cui À bout de souffle è il manifesto.
Il secondo periodo,dal 1968 al 1972, è invece contrassegnato dalla lotta politica e dalla contestazione, a cui Godard partecipò attivamente aderendo all’ideologia marxista. Nel 1969 il regista fondò con altri colleghi il gruppo Dziga Vertov, la cui filosofia era il rifiuto del ruolo gerarchico del regista, che veniva considerato retaggio di una visione autoritaria e reazionaria. Decisero così di dare vita a un cinema che fosse reale espressione di un lavoro collettivo e non emanazione della volontà del singolo. Tra le pellicole di quel periodo, molto criticate dal punto di vista stilistico, si annovera il film commissionato dalla Rai ma poi rifiutato, Lotte in Italia, centrato sulle riflessioni politiche e private di una giovane militante.
Il terzo periodo della produzione artistica di Godard, inizia poi nel 1975. In questa ultima fase della sua produzione il regista si è concentrato sul privato e sui rapporti familiari, senza abbandonare mai la ricerca stilistica che ha caratterizzato la sua poetica.
Ci ha lasciato il 13 settembre
Il grande regista franco svizzero ci ha lasciati due giorni fa, il 13 settembre. “Non era malato, era semplicemente esausto” per questo, come ha raccontato un amico di famiglia a Liberation, ha scelto ancora una volta la libertà andandosene volontariamente attraverso il suicidio assistito.



