”Il Mondo deve sapere” di Michela Murgia
Alessandro, con le sue recensioni di libri e film (le recensioni di Alessandro), esordisce oggi scrivendo di una grande autrice: Michela Murgia. Il titolo del suo libro, “Il Mondo deve sapere”, ha coinvolto profondamente l’autore, che, pur essendo ancora molto giovane, ha solo 26 anni, ha affermato a sé stesso, ancor prima di terminarne la lettura: “Avrei voluto leggere questo libro cinque anni fa, perché in questo modo mi sarei sentito meno solo’’.

Il mondo deve sapere
Facendo un passo indietro, si può dire che ‘Il mondo deve sapere’ è un romanzo del 2006 che trae ispirazione dal Blog dell’autrice stessa, e racconta in chiave ironico/satirica la situazione in cui si è trovata mentre lavorava come telefonista/venditrice per una succursale di un noto marchio di aspirapolveri. Paga da fame, l’indottrinamento da parte dei superiori per diventare ‘vincenti’ nella vita, mancanza di empatia nei confronti dei potenziali clienti che vengono considerati alla stregua di tonni da pescare nel mare. Spietata competizione con i colleghi, che vengono visti come avversari e non come compagni di viaggio. Michela Murgia fa un racconto leggero ma spietato, in cui cerca soprattutto di trasmettere il senso di fastidio e di disapprovazione nei confronti di un contesto che, a suo giudizio, non faceva il bene di nessuno, neppure dell’azienda stessa.
Esperienze di lavoro di questo tipo sono -purtroppo- all’ordine del giorno, e per quanto ci siano realtà lavorative più costruttive, dove la cooperazione è un punto di forza e non una debolezza, è altrettanto vero che sono troppe le persone costrette a lavorare nelle condizioni descritte dal libro. (e, a volte, ancora peggiori).
Le verità nascoste
Per quanto l’esperienza alienante e mortificante di Michela possa essere circoscritta ad un contesto particolare, quello dei call center e delle aziende piramidali, il libro racconta verità che possiamo trovare in tanti, forse troppi, ambienti di lavoro. Una questione che non è solo lavorativa, ma anche sociale. Vogliamo una società ipercompetitiva, tesa solo e unicamente alla crescita e al profitto, dove l’uomo è isolato in sé stesso, o vogliamo un mondo che ci faccia sentire umani, unici ma parte di un gruppo, originali ma uniti e connessi gli uni agli altri, parte di una comunità viva e edificante?
Sembra non esserci più alcuna domanda da porsi leggendo il libro, dove il capitalismo più sfrenato e l’alienazione del lavoratore sembrano aver avuto la meglio su tutto; ma per chi ha avuto l’opportunità di confrontarsi con i contesti lavorativi più variegati -dalle cooperative sociali al settore del turismo, e a tanti altri- si può credere che questa domanda non possa avere ancora una risposta definitiva.
Ma è una domanda che tutti dovremmo porci ogni volta che accettiamo condizioni di lavoro e di vita che non riteniamo giuste. Sta a noi cittadini e alla nostra coscienza capire cosa vogliamo che diventi il mondo del lavoro, nel presente e nel futuro. Sta a noi dire ‘no’ quando qualcosa ci umilia o ci fa allontanare dalla nostra umanità. Anche e soprattutto se siamo giovani e ne abbiamo la possibilità, dobbiamo avere il coraggio di capire che accettare passivamente contesti lavorativi e/o sociali che ci vengono calati dall’alto ci porta in una spirale in cui la dignità del singolo lavoratore varrà sempre di meno.
Il lavoro e la felicità
Sono passati ormai 18 anni dalla pubblicazione del primo romanzo di Michela Murgia, ma il mondo del lavoro non è poi così cambiato e per questo potremmo ancora dire molto alle giovani generazioni.
Il romanzo si conclude quando Michela decide che per lei quello che aveva visto in quel posto di lavoro era abbastanza ed era arrivato il momento di cercare nuove opportunità, più in linea con la sua idea di felicità e umanità.
Cerchiamo di non dimenticarci mai che il nostro scopo su questa terra è di essere felici e umani, anche – e non nonostante – sul posto di lavoro.



