Il Maggiolino: il plagio di Ferdinand Porsche e gli italiani
Davvero mitico “Il Maggiolino”

Chi non ha mai desiderato di averne uno? Il mitico Maggiolino tedesco costruito dagli italiani. Sì! Proprio così. Senza di loro non esisterebbe il Maggiolino così come la città di Wolfsburg. Ma in che modo gli italiani sono entrati nella storia di questa vettura? Bisognerebbe partire dal 1934, quando Ferdinand Porsche presentò il progetto, per giungere fino al 2023, quando a Puebla in Messico fu prodotto l’ultimo Maggiolino. La vettura più longeva nella storia dell’automobilismo mondiale: 21.594.464 esemplari in 89 anni.
Un innominabile della II^ guerra mondiale, voleva per la “sua gente” una vettura comoda, economica, resistente e affidabile. Vennero presentati numerosi modelli anche da case automobilistiche di prestigio, come Opel e Ford, ma solo una convinse pienamente: la “Käfer” – il Maggiolino. Il primo esemplare lo assemblò Ferdinand Porsche in una officina di Zuffenhausen, a Stoccarda (dove ora ha sede la Porsche che tutto il mondo conosce). Al “baffetto” (l’innominabile) piacque così tanto che diede incarico di costruire una nuova città dove avrebbe avuto sede lo stabilimento automobilistico. Nel 1933 l’organizzazione dei lavoratori (Arbeitsfront) in Germania creò un’associazione ricreativa denominandola Kdf (Kraft durch Freude: La forza della gioia), incaricata di lanciare il progetto “Auto del popolo” (tradotto letteralmente: Volkswagen). La città per la costruzione degli stabilimenti divenne Stadt des KdF-Wagens (Città delle auto della Forza attraverso la Gioia). La stessa città oggi conosciuta come Wolfsburg.
Ma cosa c’entrano gli Italiani?
Nel 1938 un accordo tra Mussolini ed Hitler (purtroppo per non ingrovigliarci, dobbiamo fare dei nomi che volenti o nolenti sono ormai parte della storia) prevedeva l’invio di lavoratori italiani in Germania. Giunsero così oltre 20.000 italiani destinati alla costruzione della attuale Wolfsburg e della fabbrica automobilistica in seguito chiamata Volkswagen. Quasi tutti gli italiani erano la forza motore della catena di montaggio e quindi dell’assemblaggio dei Maggiolini, e della costruzione della città stessa, che divenne un modello di vita per i teutonici. Gli italiani stessi che lavorano al progetto godono di uno stile di vita elevato e questo attira altra manodopera anche da altri paesi europei e persino dal Marocco. Oggi questo seme italiano nell’automotive tedesco è ancora ben radicato con la presenza ai vertici della casa automobilistica tedesca di un’italiana (ve ne racconteremo a breve).
Bancarotta, truffa o involontaria inadempienza?
La realizzazione di questa vettura fu anche uno dei primi crack-truffa della storia. L’automobile avrebbe dovuto costare 990 Reichsmark, ma al tempo non erano in molti a potersi permettere un esborso di tale entità, pur non essendo una cifra proibitiva anche per la classe operaia. Così si decise di adottare un piano di risparmio per l’acquisto della Kdf-Wagen (Auto della forza attraverso la gioia – così era chiamato il primo Maggiolino o Käfer). Il piano prevedeva (siamo nel maggio del 1938) di versare 5 marchi a settimana fino al raggiungimento della quota di 750 marchi; raggiunta tale soglia si entrava nella lista di attesa per la consegna delle auto prevista a partire da agosto del 1940… ma le vetture si fecero attendere.
Il 1° settembre del 1939 con l’invasione della Polonia il futuro delle industrie tedesche furono costrette a convertire in aziende belliche e così anche la primordiale fabbrica Volkswagen abbandonò provvisoriamente il prosieguo del progetto iniziale per dar vita alla Kubelwagen, Schwimmwagen e alla Kommandeurwagen (ovvero le vetture usate in ambito militare dall’esercito nazista). Le vetture militari erano comunque basate sulla meccanica dei Maggiolini e pertanto non tutto il lavoro svolto fino ad allora, si perse. Quando, il 7 maggio del 1945, il terzo Reich si arrese, la Germania era un paese distrutto, ma non tutto era andato perso: tra Natale e Capodanno dello stesso anno si realizzzarono oltre 50 vetture destinate alla commercializzazione popolare. Rinacque così la Typ 1 – il nome tecnico del famoso Maggiolino.
In 350.000 per la Käfer
Alla fine del periodo bellico, i risparmiatori desiderosi di mettersi al volante di una Käfer erano circa 350.000, che nel frattempo avevano foraggiato le casse della Volkswagen così come le azioni belliche, avendo versato nel tempo quasi 300 milioni di marchi. Ma nelle casse della casa automobilistica non brillava un “Pfennig” (centesimo di Marco Tedesco). In una operazione di marketing offrirono uno sconto di 600 Marchi (la vettura nel dopoguerra aveva un costo di mercato di 3.600 Marchi) ai nominativi della lista di attesa: ne approfittarono però solo un terzo degli aventi diritto.
Maggiolino? Il primo plagio del dopoguerra

“Sembra” che Ferdinand Porsche al tempo fu “imbeccato” da Hitler nello scopiazzare il progetto “Tatra”. La Tatra era una azienda automobilistica ceca che aveva realizzato il prototipo della V570. Questo prototipo piacque così tanto al Führer che “invito’” Porsche a “ispirarsi senza limiti” e senza timori di ritorsioni da parte della Tatra: la Cecoslovacchia al tempo era occupata dai nazisti e pertanto… Nel 1961 comunque Tatra intentò una causa di risarcimento e ricevette un indennizzo di 3 milioni di Marchi Tedeschi da Volkswagen. Ma da dove ci si poteva rendere conto del plagio? Si sarebbe dovuto smontare un motore per capirne le differenze e trovare le somiglianze, o.…? Niente affatto. Perché oltre al motore posteriore e al raffreddamento ad aria, la struttura tubolare faceva del Maggiolino il gemello del V570. Basta osservare i modelli.
Käfer: lo “scarafaggio” amato anche dai Beatles

Il termine “Käfer” con cui è conosciuto il celebre Maggiolino significa letteralmente “scarafaggio”. Sì. Proprio come Beatles, il celebre gruppo inglese. Sulla copertina dell’LP Abbey Road, per caso o per voluta decisione, appare un Maggiolino bianco parcheggiato per metà sul marciapiede (all’epoca, siamo nel 1969, era non era sanzionabile). Il Maggiolino in questione era di un residente nella strada e mai avrebbe potuto immaginare che quella sua vettura “avrebbe fatto” il giro del mondo. Come tutte le auto un po’ datate venne data in permuta per l’acquisto di una nuova vettura e, esposta in una concessionaria per poter essere rivenduta come “usato garantito”.
Il numero di targa, ben visibile sulla copertina del disco dei Beatles, non passò inosservato ad un estimatore del gruppo londinese, che acquistò la vettura per poche migliaia di Sterline per poi rivenderla all’asta dove se la aggiudicò a suon di milioni di Marchi Tedeschi la Volkswagen di Wolfsburg. La casa automobilistica tedesca, che tiene la vettura nel proprio museo dell’auto, ha riportato, anni fa, il Maggiolino ad Abbey Road e, parcheggiandola correttamente, nello stesso posto, ha utilizzato l’immagine per una campagna pubblicitaria basata sulla tecnologia del Park Assist. Geniale.
E ancora… ma cosa c’entrano gli Italiani?

Come accennato poco sopra, una curiosità che inorgoglisce gli abitanti dello Stivale: Daniela Cavallo. Chi è? Nata a Wolfsburg, figlia di immigrati Calabresi arrivati tra i 20.000 di cui sopra negli anni ’60, Daniela è in Volkswagen dal 1994. Il padre le aveva sempre detto che la VW era il miglior datore di lavoro che potesse esistere e già da ragazzina “decise” che ne avrebbe scalato i vertici. Oggi Daniela Cavallo, è Presidente del General and Group Works Council della VW, rappresentando 650.000 lavoratori. Pensate si sia accontentata di un “posticino” così? Niente affatto. Con tenacia e conoscenza Daniela è entrata a far parte del Supervisory Board VW – Consiglio di Amministrazione – e del Comitato esecutivo. I Media tedeschi la definiscono una “figura carismatica, dai toni pacati ma decisi” e il quotidiano tedesco Handesblatt l’ha eletta “Donna onesta ed efficace”.



