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I nuovi inquisitori della dea Scienza

Sulla paura del dubbio e l’arroganza del certo

Scienza- giudici in tribunale
Giudici che giudicano(G. Johnson)

Una volta erano le tonache a sventolare nei tribunali dell’Inquisizione. Oggi, invece, sventolano i camici bianchi. Cambiano i paramenti, non la liturgia: la fede cieca ha solo cambiato nome, e si fa chiamare “scienza ufficiale”. Eppure, il meccanismo è sempre lo stesso: chi osa guardare oltre il confine del dogma viene ammonito, ridicolizzato o bollato come eretico.

Da Galileo in poi, la storia del pensiero umano è un continuo alternarsi di scoperte e scomuniche. Ma se nel Seicento il peccato era dubitare della verità rivelata, oggi il peccato è dubitare della verità certificata. La nuova Inquisizione non brucia più i corpi, ma le reputazioni; non impone la penitenza, ma la derisione pubblica — vedesi l’alzata di scudi del mainstream a proposito della conferenza stampa in Senato “Majorana Pelizza: è ora di agire”. L’eresia contemporanea è credere che la realtà non finisca dove arriva il microscopio.

La scienza come religione di Stato

Il problema è che la scienza, da metodo libero e aperto, si è trasformata in religione di Stato. I suoi fedeli si autoproclamano “difensori della razionalità”, ma spesso confondono il pensiero critico con il pregiudizio sistematico. Si aggrappano al principio di riproducibilità come a un rosario, ignorando che esistono fenomeni — la coscienza, l’intuizione, l’esperienza estetica — che non si lasciano riprodurre a comando, eppure esistono eccome e appartengono a tutti.

Come si replica un atto di consapevolezza? Come si misura un’intuizione? Eppure, ogni progresso scientifico è nato da un’intuizione. Quando Ettore Majorana, mente visionaria e inquieta, intuì la simmetria tra materia e antimateria, non aveva strumenti per dimostrarla. Ma la storia gli ha dato ragione. Lo stesso accadde a David Bohm, deriso per la sua idea di un ordine implicato nella realtà; e a Penrose e Faggin, oggi tra i pochi a indagare con rigore il legame tra coscienza e informazione.

Il dogma accademico e la morte della curiosità

La parola “pseudoscienza” è diventata una clava comoda: la si agita contro chiunque osi porre domande fuori dal catechismo accademico. È il modo più semplice per non pensare. Non serve confutare, basta etichettare. Si salva così la rispettabilità del dogma, ma si uccide la curiosità, che è l’unico vero motore della conoscenza. Ciò che i nuovi inquisitori non comprendono è che la scienza non è il tempio della certezza, ma l’officina del dubbio. Galileo stesso non cercava verità eterne, ma metodi per interrogare la natura senza intermediari. Oggi invece abbiamo sostituito il telescopio con l’algoritmo e la libertà con il protocollo. Eppure, ogni volta che un ricercatore osa guardare dove gli strumenti non arrivano — nei misteri della coscienza, dell’informazione o dell’universo quantico — c’è sempre qualcuno pronto a gridare all’eresia.

Il mistero come fondamento della conoscenza

Il paradosso è evidente: più la scienza scopre la propria ignoranza, più alcuni suoi adepti si fanno arroganti — ricordate i virologistar? È il sintomo di una paura profonda: la paura del mistero. Accettare che la realtà sia più vasta di ciò che possiamo misurare significa riconoscere che non siamo padroni del mondo, ma partecipi di un ordine più grande. Un ordine che forse — come suggeriva lo stesso Majorana — è informazione pura, coscienza che si manifesta in forme molteplici.

La vera pseudoscienza, allora, non è quella che osa cercare, ma quella che smette di farlo. Non è chi esplora, ma chi nega per partito preso. Perché ogni volta che qualcuno pronuncia la frase “questo non può esistere”, la storia della scienza si incarica di smentirlo.

Max Planck, padre della fisica quantistica, scriveva che “una nuova verità scientifica non trionfa convincendo gli avversari, ma quando gli avversari muoiono e cresce una nuova generazione che la conosce”. Ecco, forse è questa la speranza: che cresca una generazione capace di sostituire il dogma con il dubbio, la derisione con la ricerca, la paura con la meraviglia. Perché la vera scienza non è quella che chiude, ma quella che ascolta.

Pubblicato il: 30 Ottobre 2025
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