Contaminazione di arti al festival OV di San Giminiano

Contaminazione di arti
Certo contaminazione, ma non nel senso di introduzione di agenti patogeni per creare un danno, ma l’esatto contrario. Contaminazione di arti è intesa come “fusione” di elementi di diversa provenienza che ricreano e propongono un’altra opera. Francesca Camponero ha assistito “Orizzonti Verticali – Arti sceniche in cantiere è si è emozionata. Una contaminazione che ha prodotto “un’ottima operazione artistica”.
Arte come esaltazione del talento
Se l’Arte è qualsiasi forma di attività dell’uomo come riprova o esaltazione del suo talento inventivo e della sua capacità espressiva, se ne deduce che non bisogna fare distinzione alcuna tra una forma d’arte e un’altra. Qualsiasi complesso di tecniche e metodi concernenti una realizzazione autonoma o un’applicazione pratica nel campo dell’operare può essere arte. Ian Danskin, un artista freelance statunitense autore di brevi video divulgativi pubblicati su Youtube, afferma che non abbiamo delle definizioni pronte per quanto riguarda i generi artistici, ma abbiamo, più comodamente, una serie di punti di riferimento che ci aiutano a orientarci.
Cosa possa essere considerato arte e cosa no, oltre che un tema estesamente dibattuto da secoli in ambito accademico, è diventato nella modernità argomento di discussioni trasversali e feconde anche tra non addetti e persone prive di conoscenze e studi specifici, ma c’è sempre qualcosa che non sbaglia mai: l’emozione. Se un’opera emoziona, ci lascia qualcosa dopo che l’abbiamo, vista, sentita o toccata, bè indiscutibilmente eravamo davanti ad un’opera d’arte.
“Orizzonti Verticali – Arti sceniche in cantiere”
Questo ampio preambolo mi porta a illustrare quanto visto ed ammirato giorni fa alla X edizione del festival “Orizzonti Verticali – Arti sceniche in cantiere” diretto da Tuccio Guicciardini e Patrizia de Bari, a cura della Compagnia Giardino Chiuso e Fondazione Fabbrica Europa, che è letteralmente un viaggio nella bellezza tanto delle arti performative, quanto di quelle offerte dalla natura del luogo in quanto si attua nella straordinaria location di San Giminiano. Questa X edizione che si è svolta dal 25 al 27 agosto 2022 portava il titolo “Horti conclusi – Visioni prospettiche”, una tre giorni di teatro, danza, incontri, performance, installazioni di cui una in particolare merita di essere illustrata e portata ad esempio di quella che potremo definire contaminazione di arti.
T.R.I.P.O.F.O.B.I.A.

Venerdì 26 agosto alle ore 20 al vecchio cinema di San Giminiano, adesso proprietà di Galleria Continua, la compagnia di danza contemporanea IVONA, fondata nel 2019 da Pablo Girolami, ha proposto in prima regionale T.R.I.P.O.F.O.B.I.A. uno spettacolo all’interno di una grande instalazione in alluminio dello scultore inglese Antony Gormley. Frame II, questo il titolo dell’opera, è una struttura corpo – spazio dalle dimensioni di una casa, composta da telai di alluminio interconnessi, concepita per essere vista dalla platea e dalla balconata del vecchio cinema, oggi trasformato in galleria. Per Gormley materiali come ferro, alluminio sono essenziali in quanto ci vengono forniti dalla nostra madre terra. Materiali che si esprimono nel loro magnetismo e la loro gravità e che l’artista usa per celebrarne ogni qualità. Straordinariamente versatili, ferro ed alluminio forniscono quella geometria che ci riporta all’habitat del costruito.
Frame II “il guscio”

Ed ecco che Frame II nella performance di IVONA diventa improvvisamente il guscio per due figure umane, due danzatori, che vivono ed esplorano quello che può sembrare così freddo e che invece via via prende vitalità con loro. Girolami insieme al danzatore Guilherme Leal, riescono così a costruire un particolarissimo lavoro che ci porta nei meandri della costruzione di Gormley. Con T.R.I.P.O.F.O.B.I.A scelgono di accettare la sfida e di prendersi gioco di lei, trasformandosi in veri e propri parassiti che si insinuano nelle sue gallerie. Sono due Corpi che si incanalano negli schemi ai quali questa fobia fa riferimento. Muovendosi realizzando attraverso il corpo forme geometriche alternate e precise, si districano tra i grovigli degli elementi “altri” (in questo caso le barre di alluminio), con quell’istinto animale che scelgono di rappresentare attraverso la loro danza.
Come una danza butoh
Il pubblico appena entra li trova immobili e rimarranno così a lungo. I loro movimenti partono lenti da ogni più piccola parte del loro corpo, sembra di assistere ad una danza butoh. Si muovono con circospezione ed abiltà misurando ogni movimento tra le parti vuote della scultura, insinuandosi fra le figure geometriche che unite fra loro creano spazi, uscite. Il loro è un gioco anche perverso al limite del masochismo. Si applicano l’uno l’altro delle ventose di plastica che lasciano segni sulla pelle. Vogliono creare paura, angoscia, anche nel pubblico, che con loro vive del disagio che prende campo. La loro fobia diventa quella di chi li guarda che comunque non può che riscontrarne la grande tecnica della loro gestione del corpo. Un corpo che si misura fino allo stremo, un corpo che però alla fine, con un bacio omosessuale, decide per la libertà.
Il lavoro di IVONA emoziona senz’altro ed ecco che senza dubbio possiamo considerarlo un’ ottima operazione artistica.



