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Antonin Artaud. L’intervista immaginaria nel giorno di van Gogh

L’intervista immaginaria a Antonin Artaud

Treccani definisce Antonin Artaud: scrittore, regista e attore francese aderente al surrealismo, se ne allontanò per frequentare la scuola di Ch. Dullin, esordendo come attore all’Atelier. Nato nel 1896 a Marsiglia, mori nel 1948. Di solito abbiamo scritto dei personaggi importanti raccontandoli. Questa è invece un’intervista palesemente immaginaria, ma sicuramente possibile.

Parigi liberata

Ieri, 24 agosto 1944 Parigi è stata liberata, finalmente c’è stata la resa della guarnigione tedesca dopo gli scontri iniziati il 19 agosto con gli insorti locali e le truppe degli Alleati sono arrivate in città. Tutti esultiamo, è finito tutto, forse potremo ricominciare a vivere. Era tanto tempo che avevo chiesto al mio caporedattore se potevo intervistare Antonin Artaud e finalmente oggi che era di buon umore mi ha dato il suo ok. Qui a La Dépêche de Toulouse al momento siamo ancora chiusi, ma non abbiamo mai smesso di lavorare opponendoci in tutti i modi al nazismo. “Prova a chiamare l’ospedale e senti se ti concedono l’intervista, poi vedremo quando pubblicarla” mi ha detto ed io mi sono subito attivata.

Antonin Artaud

Antonin Artaud si trova alla clinica del dottor Gaston Ferdière a Rodez dallo scorso anno, prenderò un treno e mi recherò da lui. Sono molto emozionata perchè ho letto tante cose sul suo conto: un grande artista, certo, ma con un carattere non facile. Chissà come mi accoglierà e se mi accoglierà quando sarò lì. Speriamo bene…

Antonin Artaud - Panchina e clinica
Gaston Ferdière e Antonin Artaud alla clinica di Rodez

Attraverso il grosso corridoio della clinica con un certo timore. Un’infermiera mi accompagna in un grosso stanzone. È lì che che avvengono i colloqui. Mi dicono di aspettare che vanno a prendere il paziente. Sentire parlare del grande Artaud come di un” paziente” mi suona strano e mi addolora. Mi siedo. Le mie mani sono sudate, le asciugo passandomele frettolosamente sulla gonna e attendo.

Dopo cinque minuti ecco entrare un altro infermiere che tiene sotto braccio il “paziente” che cammina piano con gli occhi rivolti a terra. “Andiamo bene, penso io, non ha neanche voglia di guardarmi in faccia”. Ma appena si siede davanti a me Artaud alza lo sguardo, tira fuori dalla tasca del pigiama un mozzicone di sigaretta e mi dice:” Le dispiace se fumo?”. “No, no” rispondo io impacciata ma felice, ho capito che è ben intenzionato per l’intervista. Tiro fuori carta e penna e comincio.

L’intervista

Maestro, intanto la ringrazio per avermi ricevuta e adesso le chiedo: come deve essere per lei uno spettacolo affinchè il pubblico esca soddisfatto da teatro per quello che ha visto?

Il teatro francese da quattro secoli aveva totalmente dimenticato quel linguaggio fisico di cui ha bisogno. Era urgente ritrovarlo. L’effetto decorativo ha una sua valenza, ma è sotto questo effetto che sta la lingua universale, quella capace di dare voce alle masse. Lei mi parla di soddifazione del pubblico quando esce da teatro, ma io le rispondo che lo spettatore dovrà provareangoscia quando esce da teatro, sì proprio così, deve uscire tormentato. Uno spettacolo sarà ben riuscito se avrà scosso chi lo guarda. Lo spettatore deve rimanere sconvolto dal dinamismo interno dello spettacolo che si svolgerà sotto i suoi occhi. E tale dinamismo sarà in diretta relazione con le angosce e le preoccupazioni di tutta la sua vita. Tale è la fatalità che noi evochiamo, e lo spettacolo sarà questa stessa fatalità.

L’illusione che cerchiamo di suscitare non si fonderà sulla maggiore o minore verosimiglianza dell’azione, ma sulla forza comunicativa e la realtà di questa azione. Ogni spettacolo diventerà in questo modo una sorta di avvenimento. Bisogna che lo spettatore abbia la sensazione che davanti a lui si rappresenta una scena della sua stessa esistenza, una scena veramente capitale. Il pubblico deve avere un’adesione intima e profonda con quanto vede. Questo è il teatro per me, e chi viene a vedere i miei spettacoli sa di venire a sottoporsi ad una vera e propria operazione, dove non solo è in gioco il suo spirito, ma i suoi sensi e la sua carne.

Per raggiungere un effetto del genere cosa deve fare l’attore?

L’attore per prima cosa non deve limitarsi a fare un personaggio, ma viverlo nella sua pelle. Ma l’attore non ha in mano il teatro come non lo ha il testo. È importante tenere presente che il teatro custodisce la nozione di un altro linguaggio che utilizza sì il testo, ma anche la luce, il gesto, il movimento, il rumore. È il Verbo, la parola segreta che nessuna lingua può tradurre. Ed è, in un certo qual modo, la lingua perduta dopo la caduta di Babele, e questo verbo non è solo sulla bocca dell’attore. È il regista ad avere in mano tutto. La sua figura è paragonabile a quella di uno sciamano, detentore di un sapere superiore.

Lei spesso si è paragonato a Van Gogh, cosa ritrova di lui in sè stesso?

Io non mi sono mai paragonato a Van Gogh, ho soltanto perorato la sua causa. Van Gogh era malato ed anche io sono malato, se no non mi troverei qui. Sono perfettamente conscio di avere dei disturbi mentali. Li ho avuti fin da quando ero bambino. È stata la meningite. Lei sa meglio di me che il disturbo mentale è causa di sdoppiamenti di personalità. Io so e ammetto la mia impotenza nei confronti della comprensione della realtà, fagocitata da un timore di debolezza razionale da parte mia. Una debolezza che viene accentuata artificialmente dai problemi di competitività spietata insiti nel sistema. Ma se io ammetto di essere malato non accetto però la mia debolezza. Lei lo sa a cosa sono sottoposto continuamente?

Alla terapia elettroconvulsivante, l’elettroshock, cara signorina, e l’elettroshock mi riduce alla disperazione, porta via la mia memoria, annichilisce la mia mente e il mio cuore, mi trasforma in qualcuno che è assente e che conosce di essere assente, e si vede per settimane ad inseguire il suo essere, come un uomo morto a fianco di uno vivo che non è più sé stesso, ma che insiste che l’uomo morto sia presente anche se non può più rientrare in esso. Van Gogh prendeva il vero a pretesto per parlare di sé stesso e del suo mondo interiore tormentato, il colore era simbolo delle sue passioni, così come il tratto contorto e dinamico delle sue pennellate dense e pastose simboleggiava la sua tensione esistenziale, io faccio lo stesso col mio teatro. Ecco forse la similitudine che lei cercava.

Le faccio un’ultima domanda non la voglio stacare troppo. Cosa pensa del mondo di oggi, quello degli intellettuali con cui si relaziona?

Viviamo in un mondo di propaganda. La propaganda è la prostituzione dell’azione e per me e per la gioventù, gli intellettuali che fanno letteratura di propaganda sono cadaveri perduti per la forza della loro propria azione. Cosa vuol dire essere degli intellettuali? Si può essere istruiti senza essere veramente colti. L’istruzione è un vestito. La parola istruzione significa che una persona si è rivestita di conoscenze. È una vernice, la cui prensenza non implica necessariamente il fatto di aver assimilato quelle conoscenze. La parola cultura, di contro, significa che la terra, l’humus profondo dell’uomo, è stata dissodata. La gente pensa di sapere quando non sa nulla.

Vede io, ad esempio, più di 10 anni fa, nel 1931, ho avuto modo di conoscere il teatro balinese. Fu una folgorazione, quell’ incontro mi ha cambiato la vita. Da quell’antico modo espressivo, fatto di gesti morbidi e allo stesso tempo sincopati, ho tratto grandi spunti per il mio teatro. Secondo lei perchè il mio si chiama “Teatro della crudeltà”? Non certo perché presento atti crudeli o violenti, la mia crudeltà va intesa come appetito di vita, rigore cosmico, necessità implacabile. La mia crudeltà è una forza che minaccia l’ordine delle cose umane. Gli intellettuali si alleano alla forza politica illudendosi talvolta di orientarla. Come posso avere a che fare con loro?…

Antonin Artaud - Ritratto
Antonin Artud ritratto da Denise Colomb (Parigi 1947)

Via i fogli di appunti e la penna

A questo punto metto via i miei fogli di appunti e la penna. Tendo la mano ad Artaud per salutarlo e ringraziarlo, ma lui fa finta di non vedere il mio gesto e invece alza la sua mano per chiamare l’infermiere che lo riporti in stanza. Mi guarda un attimo negli occhi, colgo quel guizzo che non ha nulla che fare con la pazzia. I suoi sono occhi di un uomo intelligente che ha capito tutto del mondo, forse troppo, e solo per questo si trova lì. I personaggi scomodi non sono amati dalla società. Lo vedo allontanarsi piano, con lo stesso passo con cui era arrivato, il suo braccio come prima si poggia a quello dell’infermiere. Io resto sola in quella grande stanza dai muri bianchi, ho la certezza che non lo rivedrò mai più vivo.