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“Vittoria”. Un nome e un destino. Dalla penna di Barbara Fiorio

Barbara Fiorio

Vittoria è un nome e un destino. Quello della protagonista del romanzo di Barbara Fiorio. Vittoria di nome dunque e di fatto, come risultante della sua battaglia contro le avversità riservatele dalla vita.

Barbara Fiorio

Barbara Fiorio si è occupata a lungo di promozione teatrale anche per grossi teatri (tra cui, a Genova il Margherita e il Politeama Genovese) ed è stata portavoce del Presidente della Provincia del capoluogo ligure. Ha scritto diversi romanzi di successo (per Feltrinelli, Mondadori e altri), alcuni tradotti in tedesco e spagnolo. Oggi tiene consulenze e laboratori di comunicazione e scrittura.

Tutto questo in attesa che il 26 settembre prossimo, esca la riproposizione del suo primo e divertentissimo libro “C’era una svolta” che, sono certa, otterrà nuovamente immediato consenso dalla critica e dai lettori.

Io, nella mia rubrica Il Segnalibro, ho intervistato lo scorso mese Stefano Conti, oggi mi rivolgo a Barbara attraverso “Vittoria”, il romanzo che mi ha permesso di incontrare una donna sensibile, ironica e vera per la quale, senza neanche accorgermene, ho fatto il tifo da subito.

Conosciamo Vittoria

Con “Vittoria” hai dato voce a una donna reale, colpita dagli affetti e dalla crisi lavorativa. Ci racconti qualcosa di lei e del suo saper guardare dentro le persone?

Vittoria ha 46 anni, è una fotografa in piena crisi creativa, senza un lavoro e lasciata dal compagno che amava, che ama ancora quando la incontriamo noi, e che pensava fosse il compagno per tutta la vita, mentre dopo pochi anni di convivenza ha suo malgrado assistito impotente a una trasformazione di lui in qualcosa che lei non riconosce più e subìto il suo abbandono.

A gestire questo lutto emotivo non la aiuta di certo essere disoccupata e non riuscire più a fotografare.

Disorientata da tutto questo, Vittoria fatica a rimettersi in sesto, pur volendolo. È una donna che vuole tornare a stare bene e che vuole tornare a essere se stessa (che poi, diciamolo, è la stessa cosa).
Per fortuna è una donna ironica, con più risorse di quanto si riconosca, ha un buffo gatto e soprattutto alcuni amici preziosi, in un libro in cui forse proprio l’amicizia è il tema principale, che le staranno accanto in questa sua ricostruzione.
Una ricostruzione che passerà attraverso ancora qualche colpo basso, come la fatica di trovare un lavoro sulla soglia dei cinquant’anni, di sentirsi dire che non è adeguata, che ha sbagliato scelte professionali, o di sentirsi chiedere di lavorare gratis, cosa che purtroppo accade molto spesso in ambito artistico (e non solo).
Ma Vittoria è anche una persona empatica, le basta poco per intuire le persone e, un po’ per caso e un po’ per gioco, comincerà a leggere i tarocchi alla gente, senza crederci mai, azzeccandoci sempre. Questa sua capacità di comprendere le persone con pochi sguardi la aiuterà non solo ad avere qualche entrata economica ma, soprattutto, ad aprire la porta al mondo, a chi ha problemi diversi dai suoi, o anche a chi ha lo stesso suo problema. E ritrovarsi, pian piano.

Un nome e un dato di fatto

Come è nata l’idea di scrivere questo libro dove il nome della protagonista si trasforma in un dato di fatto?

Una protagonista così non potevo che chiamarla Vittoria, come buon auspicio. Avevo voglia di raccontare la sua storia, la storia di molte donne (ma anche uomini) che vivono la difficoltà di ritrovarsi senza un lavoro, in Italia, e lei a Genova, a quasi cinquant’anni, che subiscono amori usa e getta in cui loro hanno, invece, investito davvero, che vanno a sbattere contro difficoltà subdole, sottili e affilate. Avevo voglia di raccontare una storia dove il lieto fine arriva grazie alla tenacia di chi non si lascia andare anche quando crede di non farcela proprio più, e Vittoria lo crederà più volte, e grazie alle persone che ci stanno intorno, che ci vogliono bene, che ci nutrono e che tifano per noi ricordandoci chi siamo, cosa siamo, quanto valiamo. Avevo voglia di raccontare una storia sul valore che decidiamo di darci.

 Il gatto e gli scrittori

Vittoria ha un gatto che si chiama Sugo e che adora. Molti scrittori, da Hemingway a Dickens, hanno intrecciato la loro penna alla coda di uno o più gatti, qual è il tuo rapporto con questo animale?


A Vittoria ho dato il mio gatto, che nella realtà si chiama Brodo e che in questo momento è spalmato sulla mia scrivania, dietro il computer. Vedo spuntare la coda da una parte e il muso dall’altra. Ho gatti da quasi trent’anni, mi hanno sempre fatto una gran compagnia e regalato moltissime risate. Ho avuto anche altri animali che ho amato molto ma quelli con cui preferisco convivere restano i gatti: fanno branco, sono eleganti e buffi, pulitissimi, orgogliosi, affettuosi e autonomi. Io sono pigra, se un gatto mi chiedesse di portarlo fuori tre volte al giorno per andare a fare i bisogni fuori di casa gli insegnerei ad aprire e chiudere la porta senza fare rumore. E vivo al secondo piano, accanto a una strada urbana ad alta densità di circolazione.

I gatti sanno essere molto presenti (davvero molto) senza disturbare (quasi mai), forse anche per questo sono l’animale perfetto per chi scrive.

Gli scrittori pigri

Vittoria crea un gruppo online per fotografi. Inevitabile pensare al tuo gruppo di Scrittori Pigri, un’iniziativa davvero interessante. Ce ne puoi parlare?


Con piacere. Da alcuni anni tengo dei laboratori online di scrittura, il Gruppo di Supporto Scrittori Pigri (il GSSP). Fratello del Gruppo di Supporto Fotografi Pigri di Sara Lando, il GSSP si è consolidato nel tempo, a metà settembre parte la nona edizione. Ogni anno, due volte all’anno, porto in un forum online, riservato agli iscritti, una cinquantina di Scrittori Pigri per un laboratorio di tre mesi sulla scrittura narrativa.

Quello di settembre è dedicato alla costruzione di un romanzo, quello di gennaio alle tecniche narrative. Si crea un vero e proprio gruppo di supporto, si abbandonano i social per godersi la compagnia e il confronto costante di persone accomunate dall’interesse per la scrittura e la lettura, persone di età diverse, città diverse, professionalità diverse, tutte sotto nickname.

Il laboratorio libero

Ogni settimana assegno un’esercitazione e degli approfondimenti e ognuno, durante il laboratorio, può entrare e uscire dal forum quando vuole, nei giorni in cui vuole, starci per quanto tempo vuole. È tutto scritto, si può decidere in libertà come frequentarlo. Ma non per questo si perde il senso di comunità, anzi: le risposte arrivano, le battute vengono fatte, gli aiuti spuntano, i suggerimenti compaiono e le risate durano giorni.
Perché io faccio lavorare tanto ma sempre con la leggerezza che permette anche i momenti di svago.


Forse anche per questo molti Scrittori Pigri sono recidivi e tornano a fare pure lo stesso GSSP.
Il talento non lo si insegna, o ce l’hai o magari la tua vocazione è un’altra, ma le tecniche si possono imparare e la consapevolezza è il mio obiettivo principale: aiutare ad avere consapevolezza della propria scrittura porta ad averne maggiore padronanza. E in tutto questo s’impara a leggere diversamente la narrativa.

I Progetti futuri

Dopo le fatiche del Premio Andersen quali sono i tuoi progetti futuri?

Per il Premio e Festival Andersen di Sestri Levante il mio apporto è stato di altra natura rispetto alla narrativa: ogni tanto torno alle mie origini e collaboro con alcune realtà per quanto riguarda la comunicazione.

Lavorare per l’Andersen è stato un privilegio e una bellissima avventura, che mi piacerebbe sicuramente ripetere, ma il grosso del mio impegno, durante l’anno, va nei laboratori di scrittura, sia il GSSP sia quelli che tengo dal vivo dove mi chiamano, e, quando sono ispirata, nella scrittura.

Il primo libro

Ho diversi progetti in corso ma quello più immediato, cui tengo moltissimo, è la ripubblicazione di C’era una svolta, il mio primo libro, una raccolta di fiabe classiche che ho raccontato restando fedele alle originali, che non tutti conoscono, ma mantenendo la mia cifra ironica che le mostra sotto una luce un po’ diversa da quella del tipico incanto fiabesco.

La prima edizione è del 2009: dieci anni sono un bel traguardo che valeva la pena festeggiare.

Per l’occasione avrà una veste nuovissima, più che una ripubblicazione sarà una riedizione: quattro fiabe classiche in più, la mia prima fiaba scritta quando avevo quasi nove anni e sei illustratori che hanno fatto nuovi disegni apposta per questa edizione.

Anzi, sette illustratori: anche mio papà ha partecipato, illustrando proprio la mia prima fiaba. Uscirà all’inizio dell’autunno per Morellini e, fidatevi, sarà un libro che vi farà ridere di gusto.

C’è qualcosa che vorresti dire e che non ti ho chiesto (alla Marzullo) per chiudere quest’intervista?

Sì, certo: grazie. Grazie per questa intervista e grazie a chi ha avuto voglia di leggerla!