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Tirchio non perché genovese. Perché lo sono dentro

Tirchio, pensieroso e assorto. Carlo Denei

Tirchio è un appellativo che si abbina quasi automaticamente ai genovesi, che invece non lo sono, ma sono parsimoniosi. Nel nostro caso il soggetto tirchio del titolo è Carlo Denei, che conosciamo benissimo anche in questa intervista, ma soprattutto per tutte le avventure chi ci ha raccontato qui sulle nostre pagine del giornale. Oggi dopo una “sosta” programmata, riprende la penna e ci racconta alcuni episodi tratti dal suo libro “Secolo, focaccia e fantasia”. Bene cominciamo… anzi ricominciamo a divertirci!

Tirchio

Vi dirò, a me non piace che la gente pensi che io sia tirchio. Io voglio che non ci siano dubbi: sono tirchio!

Durante i miei spettacoli di cabaret, spesso mostro il portafoglio al pubblico e chiedo: “Sapete cos’è questo?” Alla risposta scontata della gente io spiego che stanno sbagliando e replico: “No, signori, questa è una casa di riposo per banconote”. Poi racconto che il codice segreto del mio bancomat non ho voluto saperlo neppure io, per non rischiare che mi venga la voglia di usarlo.

Però sono generoso

Però sono generoso! Fin da ragazzino lo ero. Soldi non ne davo a nessuno, elemosina manco a parlarne, ma aiuti manuali, tantissimi. La mia specialità era spingere macchine in panne, oppure aiutare la gente ad attraversare la strada. La facevo attraversare a tutti, anche a quelli che mi chiedevano l’elemosina. Li convincevo dicendo: “Dai, di là passa più gente!”

Anni fa avevo pure scritto una canzone sulla mia tirchieria e in un passaggio spiegavo che dentro il portafoglio io… ho i ragni… ma non spendo neanche quelli.

Quando persi il bancomat

Una volta, dopo aver perso il bancomat, decisi di provare a vivere senza usare denaro.

. Rimasi sette settimane senza Bancomat e senza soldi. Ibernato. Bellissimo. Non pagai niente. Mi staccarono: gas, telefono, luce e per la prima volta vidi il maledetto disco del contatore dell’Enel fermo! E sì, perché a volte mi capitava di andarlo a guardare, di notte, e quello girava lo stesso!

Per fortuna ora il contatore col disco lo stanno abolendo e non ce l’ha quasi più nessuno, ma una delle torture più crudeli del recente passato era osservarlo girare mentre andava la centrifuga della lavatrice: girava alla stessa velocità del cestello! Una battuta comica che mi venne in mente in quel periodo è questa: “Noi genovesi, in caso di suicidio, non usiamo il gas, no. Usiamo la luce: accendiamo la luce in tutte le stanze e poi ci lasciamo morire d’infarto davanti al disco del contatore che gira come un frullino.”

Quando ero bambino in casa mia si rideva e si scherzava, ma quando partiva la centrifuga scendeva il silenzio. Sarà per questo che ancora oggi la biancheria mi viene pulitissima a mano! Sono un artigiano del bianco.

La canzone a cui accennavo prima

La canzone a cui accennavo prima finiva con questi versi:

E quando sono al bar con gli amici ed è il momento di pagare il conto

io faccio sempre il finto tonto o mi soffermo lì a guardar le paste

le briosce col velo bianco e ci scherzo, dico che è droga

E rido, e scherzo… e intanto paga un altro...

Per risparmiare avevo smesso anche con le sigarette. Le mie. Fumavo solo quelle degli amici. E fumavo tanto, eh! Fumavo come un… tirchio!

Tirchio da 7 generazioni

Comunque, il fatto d’essere genovese non ha nulla a che vedere con la tirchieria. La genovesità, casomai, è un aggravante.

Io sono tirchio di famiglia, da sette generazioni. A casa mia, non si spendeva e non si gettava via nulla, neanche la spazzatura.

La grande parsimoniosa della nostra famiglia è mia madre: risparmia soprattutto con le telefonate ed è una pioniera dei messaggini SMS, li ha inventati lei negli anni ’80. Sono messaggi fatti con gli squilli, praticamente in alfabeto morse e li usa ancora oggi. Da quando s’è sposata mia sorella loro due, al telefono, invece di parlarsi si squillano. La loro conversazione tipo è questa: mia sorella fa uno squillo e mia madre glielo rifà per dirle che ha capito. A quel punto mia sorella fa due squilli che vuol dire: “Mamma vengo a mangiare su da te”. Oppure tre squilli che significa: “Mamma, vengo a mangiare da te con mio marito e la bambina”. Al ché mia madre fa quattro squilli che vuol dire “T’attacchi al tram!”

La regina del risparmio

La mia tirchieria, quella di mia madre o dei miei parenti prossimi non ha nulla a che vedere, però, con quella di mia moglie, Laura.

Ci fosse ancora Govi, lui stesso si toglierebbe il cappello lasciandole il posto da protagonista nella commedia “Pignasecca e Pignaverde”. Sì, capisco che qualcuno potrebbe pensare che non amo mia moglie: ma non è così. Dopo tanti anni, sono innamorato come il primo giorno di quella dolcissima fanciulla dal visetto acqua e sapone, proprio nel senso di “senza trucco”, perché i trucchi costano. Col passare degli anni lei è diventata addirittura più affascinante e amo ancora guardare quei suoi meravigliosi occhi grandi, quei suoi bei capelli lunghi e quel suo impareggiabile braccio corto. In quello non la batte nessuno.

Lo “shopping figurato”

Devo ammettere che, come tutte le donne, c’è un periodo dell’anno in cui si scatena con lo shopping: quando ci sono i saldi.

Dovreste vedere con che ritmo passa da un negozio all’altro, esce da uno, entra nell’altro. Entra, esce, esce, entra e non compra niente! Mia moglie è campionessa mondiale di “Shopping figurato”.

Il suo vestito più bello non so neanche quanti anni abbia. Di sicuro non l’ha preso dai cinesi, perché quando l’ha comprato, a Genova non c’erano ancora. Credo e temo che l’abbia acquistato dai Fenici. Le rare volte in cui mia moglie fa un acquisto, con la scusa che è piccolina, si serve nel reparto “Bambino” e se ne esce con giacchette di Hello Kitty, o con l’immagine di Violetta. Il problema è che, se poi non usa le scarpe coi tacchi, vista da dietro dimostra sei anni.  

 L’assistente sociale

Difatti, qualche mese fa mentre ero per strada con lei e non la tenevo per mano, è arrivata un’assistente sociale e me la voleva togliere!

Le ho detto: “Guardi che c’è un errore, questa è mia moglie!” Lei è rimasta basita: “Sua moglie… col grembiule dell’asilo?” E io: “E certo, era in saldo!”

Aggiungo solo un aneddoto; una sera a letto, al buio sotto le lenzuola, mi pareva avesse indossato le calze col reggicalze. Niente da fare: erano le ghette, con gli automatici della Chicco.

Pure lei, come mia madre, ama risparmiare sul telefono. Ad esempio con me ha la tariffa cosiddetta “You and me” mentre con tutti gli altri ha la tariffa “You and Stop” e non chiama nessuno.

Mia moglie è cliente Tim, ma fa talmente poco traffico che la scorsa settimana la Tim le ha mandato un messaggio, con scritto “Passa a Vodafone!”

Parsimonia si, ma fino a un certo punto

Insomma, può essere bello avere al proprio fianco una donna parsimoniosa; purtroppo però la parsimoniosa che ho al mio fianco… mi sfianca.

Tanto per fare un altro esempio, risparmia sulla luce al punto che a casa nostra sembra di vivere nel Medioevo. Quando arriva l’ora di cena, ossia il tramonto, finché scorge ancora un barlume, dice: “Sì, resisto, posso farcela!” Una sera eravamo in cucina e stavamo apparecchiando la tavola avvolti nelle tenebre, con gli occhi come due gufi e ad un certo punto dice: “Mah… Accendo?” Non credevo alle mie orecchie. Per un attimo ho temuto un attacco di demenza senile galoppante. Le ho detto: “Ma no, cara, non farlo! Prendo la madonnina fosforescente e resistiamo altri due minuti!”

Soddisfatta o rimborsata?

Mia moglie è l’unica donna vedente che prepara la cena col metodo Braille!

Dopo anni di matrimonio, di lei ho scoperto una cosa: nel rapporto di coppia, non le importa essere soddisfatta: preferisce essere rimborsata!  Vorrei concludere questo capitoletto sulla parsimonia con un pensiero che non ho inventato io, ma è un detto popolare che ho sempre sentito e credo sia vero.

Pare che in Italia ci siano dei tirchi più tirchi dei genovesi: sono i basso piemontesi… Che poi da una ricerca si è scoperto che i basso piemontesi non sono altro che genovesi ritiratisi nell’entroterra quando hanno scoperto che l’aria di mare mette appetito.