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The Whale, ancora una volta Aronofsky racconta il disagio del corpo

The Whale: un corpo da 300 kg.
Un corpo da 300 kg.

The Whale, la balena. Una recensione di un film il cui protagonista è un uomo che pesa 300 chili. Dice l’autrice che è un film ricchissimo di elementi che si incastrano alla perfezione. Un regista discusso, ma con 3 nomination all’Oscar 2023 e non solo. Cerchiamo di capirne il senso e godiamoci (?!) il film.

The Whale

I temi centrali delle pellicole del regista newyorkese Darren Aronofsky si sono sempre focalizzati su toni surreali, psicologici, melodrammatici nonchè inquietanti. Del resto, cosa non trascurabile, Aronofsky si è laureato all’Università di Harvard in antropologia sociale. La sua ultima pellicola, The Whale, presentata in concorso al Festival di Venezia e in corsa ai premi Oscar 2023 con 3 nomination, è l’ultima conferma delle sue scelte.

Il dramma teatrale di Samuel D. Hunter fonte di ispirazione

È stato il dramma teatrale di Samuel D. Hunter, che diventerà anchesceneggiatore della pellicola omonima, ad intrigare da subito il regista proprio perchè all’interno della piece ci sono tutti quegli ingredienti che creano un piatto ricco per i suoi film: l’identità sessuale e la conseguente discriminazione, la perversione della fede, le dipendenze, il valore dell’insegnamento, quello della sincerità, l’egoismo, contrapposto ad insospettabile generosità, la paura della morte, il riscatto. Ma soprattutto c’è ancora una volta, e sempre più prorompente,il tema del rapporto col proprio corpo.

I personaggi dei film di Aronofsky sono ossessionati dal loro corpo. Il corpo è stato il fulcro della narrazione in ‘The Wrestler’ ne ‘Il Cigno Nero’, ed ora lo è in The Whale. Sofferenze del corpo legate a quelle dell’anima. Ma se ne Il Cigno nero si parlava della anoressia spesso indotta ai fini del raggiungemento della perfezione da parte di una ballerina (cosa ahimè molto comune nell’ambiente della danza classica), qui ci troviamo all’estremo opposto.

Un uomo di 300 chili è il protagonista

Il protagonista è un uomo che pesa 300 chili che non deve dimostrare di essere il migliore volteggiando sulle punte, ma a cui basterebbe semplicemente respirare senza affanno, visto che camminare autonomamente non riesce a farlo più da tempo. Ma sia per Nina Sayers, la protagonista de Il cigno nero, che per Charlie, il protagonista di The Whale, il corpo è ingombrante e si fa metafora eespressione visiva di un disagio interiore. Un disagio che il regista riesce a creare anche negli spettatori, come nel caso dell’ultimo film, continuando ad inquadrare quel grosso corpo deforme quasi a  feticizzare ogni rotolo della carne di Brendan Fraser sepolto sotto il gigantesco costume stampato in 3D dal make-up artist Adrien Morot. 

L’estetica del brutto

Quella balena che diventa leggera

Aronofsky sembra compiacersi di quell’Estetica del brutto con la quale il filosofo tedesco Karl Rosenktranz considerava la bruttezza come un momento necessario per l’affermazione del bello. Quel brutto in cui il ripugnante genera quasi piacere più che repulsione. Ci viene da pensare alla poetica di François Rabelais, quella che esplode nella sua opera più nota: Gragantua e Pantagruel, una poetica incentrata sulle funzioni corporee del mangiare, bere e defecare, nella cui ricorsività il critico russo Michail Bachtin legge l’espressione del ciclo vitale di nascita e morte.

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Ed infatti i personaggi di Aronofsky hanno bisogno di morire per poter rinascere o risorgere. Nina Sayers presa dal suo ruolo di Odile si getterà dalla rupe scenica vivendo un suicidio simbolico, un momento di assoluta catarsi che segna la rottura di un’illusione di un’adolescenza che faticava a terminare. Charlie nei suoi ultimi attimi di vita cercherà di alzarsi per andare incontro alla figlia finalmente ritrovata per provargli che quella “balena bianca” la cui morte non serve ad Acab per migliorargli la vita, è invece in grado di migliorare i sentimenti di una ragazzina capricciosa perchè semplicemente infelice.

Quella balena alla fine diventa leggera tanto da sollevarsi da terra per innalzarsi verso il cielo. Una specie di resurrezione in cui si legge il messaggio del film: la vita degli uomini sta in quell’interstizio tra pessimismo e fiducia nel prossimo, cattiveria e accoglienza. Scegliere la verità, anche se fa male, sembra l’unico modo per risolvere il bisogno di riscatto, unica azione salvifica per l’essere umano. La frase «Non hai mai la sensazione che le persone siano incapaci di non prendersi cura degli altri?» pronunciata da Charlie è come quella di Anna Frank nel suo diario: “Nonostante tutto, credo tuttora all’intima bontà dell’uomo”.

The Whale: elementi che si incastrano alla perfezione

Per concludere possiamo quindi affermare che The Whale è un film ricchissimo di elementi che si incastrano alla perfezione. Tutto misurato, pianificato ad hoc per prendere lo spettatore, trascinarlo all’interno di quella casa claustrofobica di cui sembra anche di sentire l’olezzo maleodorante di cibo avariato e vomito, per condurlo fino alla commozione scontata dell’apoteosi catartica. Ma tutte quelle coincidenze, tutte quelle soluzioni sono più teatrali che cinematografiche. Anche la scelta del direttore della fotografia Matthew Libatique verso una bassa illuminazione del set, ottenendo così un digitale slavato, rende faticose le due ore del film. Certamente le prove attoriali sono tutte ottime, soprattutto quella di Brendan Fraser, la cui luce buona degli occhi è la vera resa luministica del film.

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