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Terra dei Fuochi, l’eredità di Roberto Mancini nelle parole di Alessandro Magno

Intervista esclusiva a GlobeToday’s dell’Assistente Capo Coordinatore della Polizia di Stato. Dai primi anni delle indagini sui traffici illeciti di rifiuti al lavoro portato avanti dopo la morte del commissario Roberto Mancini

Terra dei fuochi - una prova nelle mani di Alessandro Magno
Con una prova tangibile della Terra dei Fuochi

Sono trascorsi 12 anni dalla scomparsa prematura del commissario della Polizia di Stato Roberto Mancini. Il suo lavoro sulla Terra dei Fuochi, enorme e rischioso, continua a essere un riferimento per chi si occupa di traffici illeciti di rifiuti. Tra i colleghi che hanno condiviso con lui le prime indagini c’è l’Assistente Capo Coordinatore Alessandro Magno, oggi alla Squadra Mobile di Roma. Magno racconta la sua esperienza e quello che ha visto, ma lo fa a modo suo: un metodo diretto, personale, costruito sull’idea che mostrare e spiegare sia più esplicativo e chiaro rispetto a tante belle parole. Porta con sé materiali e oggetti rappresentativi raccolti negli anni, certo che la memoria rimanga viva anche attraverso la visione degli oggetti. Per questo li espone e li fa toccare.

Il ritratto di Alessandro Magno

Ha vissuto e vive con attaccamento e dedizione la sua professione, sistema mentale molto pratico per poter essere in grado di svolgere indagini complesse che riguardano specialmente le attività illecite delle organizzazioni criminali. Ha incrociato i Casalesi, si occupa di investigazioni ambientali, ha constatato e contrastato la trasformazione camaleontica della criminalità organizzata.

Nel corso della sua carriera ha lavorato con figure talmente importanti per la storia del nostro Paese, per cui non occorre spiegare nulla, ma basta nominarli: Nicola Calipari, Nicolò D’Angelo, Rodolfo Ronconi. Ognuna di queste esperienze ha inevitabilmente segnato il suo percorso. Il suo metodo è concreto, abbiamo scritto sopra. Lo ha dimostrato in molti contesti, anche a Tivoli — dove eravamo presenti — durante un incontro organizzato dall’associazione culturale Lex & Arts, presieduta dall’Avv. Meucci. In quell’occasione ha portato materiali e prove che hanno reso immediatamente riconoscibili i fatti e i pericoli che spesso non sappiamo neppure che esistano, e che pertanto rischiano troppo spesso di restare confinati nell’astratto.

Polizia di Stato – Criminalpol : Alessandro Magno con Nicolò D’Angelo

Il contesto

Fu negli anni ’90 che il commissario Mancini dimostrò, documenti alla mano, il sistema che legava smaltimento illecito dei rifiuti, imprese e criminalità organizzata, ma le sue informative sono ancora attuali, di massima utilità, punto di riferimento ed elementi necessari per indagare su quei fenomeni criminali. E sì, è proprio Alessandro Magno, un nome importante — forse un segno del destino — che allora gli fu più vicino e che oggi continua quotidianamente quel percorso iniziato sul campo, aggiungendo alla sua esperienza diretta la responsabilità del ruolo. Ci ha concesso questa intervista esclusiva, dalle cui risposte si potrà conoscere meglio il lavoro e il valore umano di chi, rischiando la propria vita, protegge tutti noi.

L’intervista

Il rapporto con Roberto Mancini ha inciso certamente sul suo modo di indagare e di leggere i territori: è questa l’eredità più concreta che porta con sé oggi?

Prima di parlare del Comm. Mancini, vorrei ricordare questi giganti che hanno fatto e scritto la storia della criminalità romana. Il dott. Rodolfo Ronconi, napoletano doc, è passato ad altra vita il 19 novembre dello scorso anno. È stato uno dei pezzi da novanta della scuderia Squadra Mobile della Capitale insieme a Nicolò D’Angelo e Nicola Calipari: per noi erano considerati e chiamati con l’appellativo di “capo”. La parola capo, per chi svolge servizi operativi, è la più alta riconoscenza che si possa avere per un superiore gerarchico. La gratitudine per questo uomo è infinita: lui, insieme ad altri dirigenti dello stesso ufficio, ha fatto la storia.

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Impettiti in giacca e cravatta innanzi alle telecamere, ma una volta spenti i riflettori, la metamorfosi: via la cravatta, camicia aperta e polsini sbottonati altezza gomito, sempre al fianco dei loro uomini in caso di bisogno. Tutto questo è soltanto un ricordo, oggi è tutto diverso. Una mattina, Ronconi entra nella sua mega stanza per iniziare il suo lavoro: appena varca la porta del suo ufficio, nota che il divano utilizzato per gli ospiti è occupato da due colleghi che dormono saporitamente. Il capo si dirige verso gli addetti alla segreteria per avere spiegazioni: gli viene detto che i colleghi erano di ritorno da una missione fuori sede, e che stanchi e stremati avevano approfittato di quel divano per recuperare un po’ di sonno. A quel punto, vedendo il proprio ufficio occupato, qualsiasi dirigente avrebbe dato immediatamente ordine di liberarlo, magari anche minacciando di prendere provvedimenti. Ebbene, quella mattina, il capo chiuse la porta e lasciò i suoi uomini a riposare. Questo racconto non è tratto da un film ma da una storia vera.

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Il dott. Nicolò D’Angelo, invece, è considerato un vero e proprio oracolo: un poliziotto dalla punta dei piedi fino all’estremità del capo. La famigerata Banda della Magliana, con lui, non ha avuto vita facile: possiamo dire che grazie a lui, e non solo, oggi è soltanto un ricordo. Voglio ricordare un altro grande capo della Squadra Mobile Capitolina: il dott. Nicola Calipari, Vice Dirigente della Squadra Mobile, ucciso in Iraq durante una missione. Nel 1997 gli viene affidata la dirigenza di un reparto speciale della Polizia di Stato, la Criminalpol, di cui io facevo parte già dal 1993. Dopo qualche giorno mi presentai nella sua stanza per stringergli la mano e farmi conoscere: una volta funzionava così, poi le cose nel tempo sono cambiate.

La stanza era stata tinteggiata da poco, si sentiva ancora l’odore della vernice. In quelle pareti imbiancate mi aspettavo di trovare medaglie e riconoscimenti che la nostra amministrazione conferisce in particolari operazioni di Polizia: su quelle pareti, però, non c’era nulla di tutto questo. La stanza si presentava con una forma quadrata con annesse quattro grandi finestre: oltre alla mega scrivania e sedia in pelle, nella parete alle spalle del Calipari si potevano ammirare due gigantografie del celebre pittore Vincent Van Gogh… uno dei miei artisti preferiti.

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Durante la sua dirigenza, quando passavo davanti alla sua stanza e trovavo la porta aperta, se non era impegnato, lo stuzzicavo chiedendogli se conosceva altre opere dell’artista: era un modo per distoglierlo dalle tante incombenze di lavoro. Era di poche parole, serio, riflessivo, con voce bassa e assorto sempre nei pensieri, un uomo di classe e di cultura. Nei tanti lavori che feci durante la sua dirigenza, il più importante fu quello del sequestro dell’imprenditore Soffiantini, sequestrato e poi successivamente liberato. Sapevo che il Calipari nel tempo era diventato un agente 007: quando fu ucciso, per tutti noi fu un grande dolore. Ricordo il giorno dei suoi funerali nella Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri a Roma. Aver lavorato con lui quando era Dirigente della Criminalpol, per me come per tanti altri colleghi, è stata una grande occasione di crescita. Calipari fu l’ultimo Dirigente della Criminalpol: dopo di lui, quell’ufficio fu sepolto per sempre, e le assurde motivazioni che portarono a questa drastica decisione mi lasciarono senza parole.

Tornando alla sua domanda, lo stile e il metodo del Comm. Mancini nel fare indagini e nel leggere i territori sono unici. L’eredità più concreta che mi è stata lasciata è rivivere le tante ostilità che ha vissuto Mancini fino all’ultimo respiro.

Quando incontra le persone e mostra i reperti che porta con sé, qual è la prima reazione che nota?

La mia compagna di viaggio nelle scuole, università, convegni, è una grossa valigia: all’interno ci sono degli oggetti che, insieme alle slide digitali, fanno capire meglio l’estro degli ecomafiosi nel nascondere la monnezza (in realtà parliamo di rifiuti estremamente pericolosi e carcinogeni). Man mano che scorrono le slide, mostro gli oggetti che si incastrano perfettamente con le immagini: in poco tempo ti trovi in piena Terra dei Fuochi senza doverci andare.

Che cosa rappresentano per lei — un dovere, una responsabilità, un modo per non lasciare che la verità si disperda, o altro?

Per anni e anni si è tentato di sfuggire al nesso di causa tra inquinamento ambientale e insorgenza di neoplasie, ma non solo: sono state attribuite le cause solo ed esclusivamente a stili di vita sbagliati. Finalmente, meglio tardi che mai, è stato dimostrato che se io vivo in un contesto di criticità ambientale, le mie aspettative di vita sono nettamente inferiori. Oltre a questo c’è da chiedersi: se dovessi ammalarmi, quali sono i tempi di attesa per fronteggiare una grave malattia? E la prevenzione? Il mio è un dovere e una responsabilità che però non può essere soltanto mia: è di tutti!

Lei ha incrociato da vicino il sistema dei Casalesi, in anni in cui quel meccanismo sembrava intoccabile. Che cosa l’ha colpita di più di quel modo di controllare il territorio, gli affari e le persone?

Non c’è più la Camorra di una volta! Ovviamente questa vuole essere soltanto una battuta.

La Camorra si è oramai evoluta e i Casalesi appartengono a Cosa Nostra: chiamarli camorristi, per loro, è un’offesa. Il clan campano più spietato della storia si contraddistingue dagli altri clan per la capacità numerica degli affiliati (8.000 soldati) e per la spettacolarizzazione nelle esecuzioni omicidiarie.

Tutto quello che poteva ostacolare gli interessi del clan andava eliminato senza alcuna esitazione. In quei territori la vita sembrava non avere troppa importanza, almeno quella degli altri: anche incrociare lo sguardo con la persona sbagliata poteva diventare una condanna a morte.

Sono tante le testimonianze e informazioni acquisite a Casal di Principe nel periodo dell’indagine sulla Terra dei Fuochi.

Vi racconto un episodio emblematico dell’aura di onnipotenza di cui i Casalesi si sentivano avvolti: in una scuola a Casale, un ragazzo del posto, dopo aver impennato con la sua moto cross davanti alla scuola, si introduceva con il mezzo all’interno del plesso scolastico. Una volta entrato, sempre a cavallo del mezzo, saliva la rampa delle scale fino ad arrivare davanti all’ufficio del preside, sostando con il motore acceso.

Ho citato la Terra dei Fuochi, ma l’aria pestilenziale che si respira in quelle terre non è dovuta soltanto ai roghi, ma anche agli strascichi del clima di terrore lasciato negli anni di dominio assoluto dei Casalesi. Nonostante le cose siano cambiate rispetto al passato, si avverte ancora quella sensazione di paura.

Nel suo lavoro ci sono stati momenti in cui ha visto cose che altri non volevano vedere. Che cosa significa, per un investigatore, continuare comunque quando la verità che ha davanti rischia di restare senza voce?

C’è chi non voleva vedere, chi ha fatto finta di non vedere e chi non ha proprio visto. Se pensavo di poter far luce su questa infamia dopo la morte di Mancini, immaginando di avere tutti i riflettori su di me per raccontare la verità dei fatti, significa che l’esperienza fatta non mi aveva insegnato nulla.

Tra le persone che mi seguono da anni troviamo di tutto: c’è chi ammira e apprezza la mia opera di sensibilizzazione, e chi invece legge o ascolta al solo fine di sapere se quello che dico può compromettere il proprio operato. Insomma, ci sono buoni e cattivi.

Dalle indagini che ha condotto, la Terra dei Fuochi è davvero un fenomeno circoscritto o quel modello si è ormai radicato anche altrove? E in un quadro del genere, quanto conta che i cittadini scelgano di denunciare invece di restare in silenzio?

Che la Terra dei Fuochi sia soltanto la Campania, come detto in più occasioni, è inesatto. La Terra dei Fuochi è un “fenomeno” che interessa tutto lo stivale.

Le faccio io una domanda: che cos’è veramente la Terra dei Fuochi? Faccia attenzione a questa domanda, perché di banale non ha nulla.

Il cittadino è semplicemente sfiduciato. Può avere sicuramente delle colpe e responsabilità, ma non cadiamo nella trappola mediatica che esclude totalmente la responsabilità dei veri colpevoli. A ognuno il suo ruolo e la sua dose di responsabilità.

Il lavoro che porta avanti nasce anche dal segno che Roberto Mancini ha lasciato nella sua vita e nel suo modo di indagare. Che cosa sente di portare con sé oggi, mentre dedica questa intervista proprio a lui?

Questo che le sto dicendo è sicuramente una cosa di cui non me ne vergogno: ho capito e realizzato molto meglio il suo modus operandi dopo la sua morte.

Voglio far capire a chi non ha avuto la mia stessa fortuna che cosa significa fare indagini: le indagini non le fanno soltanto gli investigatori, e la ricerca della verità è in ogni momento della vita, in ogni passo e respiro. Anche investigare sulla nostra vera essenza in questa vita è una ricerca che ognuno di noi dovrebbe fare. Buona vita a tutti.

Pubblicato il: 17 Maggio 2026
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