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Storie di ordinaria routine: andiamo all’IKEA?

Ci sono brand che a nominarli non si fa pubblicità, ma sono entrati a far parte del linguaggio corrente e quotidiano. IKEA è ormai una modalità di vita non più un marchio aziendale

Andiamo all’IKEA?

La meritata giornata di riposo dalle fatiche lavorative comincia con un sole radioso e l’entusiasmo tipico di chi si appresta a vivere un’avventura. “Andiamo all’IKEA,” suggerisce mia moglie, con quell’aria di chi propone una gita fuori porta, non una spedizione nel cuore oscuro del design scandinavo. Ah, l’IKEA: l’ultimo baluardo della civiltà moderna, dove gli eroi del fai-da-te si incamminano con speranza e tornano con istruzioni scritte dagli amanuensi di Ramsete II e una confezione di salsina all’aneto in più. Acconsento, ma già so che me ne pentirò. A nulla valgono le rassicurazioni della coniuge che già in macchina, sventola l’eroico proposito di “entrare e uscire in fretta“, perchè dai, che vuoi che sia, “in fondo ci serve solo un cuscino”.

Ma ahimè, l’IKEA non legge nel cuore degli uomini e donne che osano sfidarla. E così, come in un moderno mito di Sisifo, ci ritroviamo a spingere il nostro carrello attraverso un labirinto di tentazioni disposte con cura maniacale, dove la logica sembra essere stata lasciata al deposito mobili. Entrare in quella bocca di Sarlacc con mia moglie si trasforma sempre in un’epopea che oscilla tra il comico e il tragico, un viaggio che inizia con speranze e sogni e finisce, inesorabilmente, con un carrello pieno di cose di cui non avevamo bisogno.

Le regole di un ecosistema autosufficiente

IKEA:ecosistema
Un eco sistema autosufficiente (J.Gorecki)

Varcarne le porte è come entrare in un altro mondo, un ecosistema autosufficiente dove il tempo e lo spazio seguono regole proprie. Inizia il pellegrinaggio. Il percorso obbligato ci accoglie, un corridoio infinito costellato di ambienti domestici perfettamente curati, che più che invitarci a comprare, sembrano sussurrarci di vivere lì, tra le loro pareti di cartone. Mia moglie, con la determinazione di chi cerca il Graal, si immerge in questa realtà parallela, trascinandomi in un viaggio attraverso sale da pranzo che non useremo mai e camere da letto troppo perfette per essere vere.

Il nostro obiettivo, vi ricordo, era l’acquisto di un cuscino. Ma il colosso scandinavo ha altri piani per noi. Il design democratico ci avvolge, ogni articolo un promemoria che qui, il buon gusto non è un lusso, ma un diritto di tutti. E così, tra un “Forse ci serve” e un “Guarda che carino“, il carrello inizia a riempirsi di oggetti di cui ignoravamo l’esistenza fino a pochi minuti prima.

Entrare in questo tempio del mobile prefabbricato è un po’ come tuffarsi in un girone dantesco, ma con meno poesia e più confusione. L’uomo, nella sua semplicità, pensa: “Vado, prendo, pago e scappo“. La donna, invece, intraprende un viaggio alla Magellano attraverso ogni angolo esposto, come se l’ultimo KOLBJÖRN in saldo potesse realmente cambiare il corso della sua vita. E così, mentre lui sogna il divano di casa, lei valuta le tonalità di blu delle tovaglie.

Qui inizia il bello

Qui inizia il bello: il reparto cuscini lo devi raggiungere! E se non sei un iniziato ai misteri dell’IKEA, se non hai studiato con dedizione le mappe nascoste dei pionieri dell’anno zero o non hai appreso le leggendarie scorciatoie tramandate di padre in figlio dai veterani, sei destinato a un viaggio attraverso ogni singolo reparto che farebbe sembrare Ulisse un vecchietto che porta il cane a passeggio sotto casa. Volevi solo un cuscino? Stai scherzando? La mia dolce metà, con la determinazione di chi è in missione per conto di Dio, conosce le scorciatoie ma se ne guarda bene dal condividerle, e all’insegna del “già che ci siamo” mi fa intraprendere un tour attraverso l’universo dei mobili, dove ogni svolta rivela una nuova tentazione (per lei): “Forse abbiamo bisogno di quella lampada?” ti chiede, come se il tuo parere contasse qualcosa.

K.Kulp

Allora ti ritrovi magicamente trasportato nel regno dei lampadari, lontano anni luce dall’umile cuscino che desideravi. E ogni tentativo di ribellione, ogni speranza di tagliare corto, viene soffocata dalla paura di contraddire la coniuge e dalla fredda logica del percorso unidirezionale: qui, andare controcorrente non è solo malvisto, è praticamente impossibile. Ti ritrovi a seguire il flusso, sospinto dalle masse, un po’ come in un episodio di “Black Mirror” dedicato ai mobili. Una volta entrati, non c’è via di fuga. Volete provare a nuotare controcorrente? Buona fortuna. Neanche il più agile dei salmoni potrebbe farcela, ostacolato da famiglie intere che si muovono in formazione compatta come se stessero difendendo il loro ultimo pezzo di KALLAX. I salmoni che ci hanno coraggiosamente provato giacciono lì, privi di vita, al ristorante, pronti per essere mangiati.

Un viaggio culinario tra la Svezia e l’ignoto

Ristorante che appare come un’oasi nel deserto, mimetizzato tra gli scaffali ricolmi di cose inutili, proprio quando sento di non poterne più, con la salivazione azzerata e la spia della riserva accesa come se avessi percorso tre maratone di New York. Ed eccoci avvolti dagli odori più strani, mentre le gambe cominciano a cedere e la mia adorata moglie mi dice: “Vuoi mangiare già adesso?” Sì, a qualunque costo, anche se sto per lanciarmi in un misterioso viaggio culinario tra la Svezia e l’ignoto. Il salmone, dicevamo? Confezionato in modo tale da far dubitare della sua provenienza acquatica.

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Le polpettine? Mai capito di che animale siano, ma mi piacciono. E il caffè? Annacquato al punto che potrebbe essere confuso con un’acqua aromatizzata. I dolcetti? Così insapori che persino i mattoncini Lego potrebbero offrire una degustazione più avvincente. Ma ogni boccone è un piccolo premio per le fatiche sostenute, una tregua nel bel mezzo della battaglia. Mia moglie sorride, soddisfatta, e per un momento, tutto sembra perfetto. Poi ricordo il cuscino, il nostro El Dorado, e mi rendo conto che, nonostante il carrello già colmo al 75%, non lo abbiamo ancora preso. Il viaggio è tutt’altro che finito.

Mentre le gambe riprendono vita, è inevitabile pensare a tutto ciò che avreste potuto fare invece di vagare senza meta tra scaffali di oggetti dai nomi incomprensibili. Quelle ore, quei giorni trascorsi a cercare di capire la differenza tra ÄNGSJÖN  e ANEBODA, potevano essere dedicati a nobili cause, come imparare una nuova lingua, scrivere un romanzo, piantare un albero o semplicemente, godersi la gioventù.

La democratizzazione del design di IKEA

Nonostante il percorso tortuoso e le sfide esistenziali che l’IKEA ci propone, non possiamo negare un suo innegabile pregio: la democratizzazione del design. In questo vasto mare di pragmatismo scandinavo, c’è qualcosa di rivoluzionario. L’IKEA ha cambiato la nostra cultura di arredo. Una volta veniva il mobiliere a casa tua a prendere le misure, adesso sei tu ad andare lì col metro. E da privilegio di pochi, arredarsi l’intera casa diventa diritto di molti. Ampliando la riflessione, il gigante svedese diventa così metafora della vita stessa: pieno di percorsi obbligati, di scelte che sembrano infinite ma che in realtà sono attentamente guidate da forze invisibili. In questo microcosmo, l’illusione della libertà di scelta si scontra con la realtà di un percorso predeterminato, dove ogni deviazione è un’odissea.

Non sembra vero quando le porte si divaricano e l’aria fresca t’investe di nuovo. Ritorno a casa, è finita? Sei libero? Esci dal negozio esausto, con il portafoglio leggermente più vuoto ma almeno lei è contenta, ha il cuore colmo di quella strana felicità che solo un mobile nuovo sa dare. La tua parte l’hai fatta, su. Già pregusti la cena, il cazzeggio sul divano, Netflix... ma come nel miglior Fantozzi… Manco per idea! L’IKEA è stata perversamente progettata per farti continuare quell’esperienza nefasta fino a oltre il ritorno tra le mura domestiche, perché adesso sei carico di scatole piatte che reclamano a gran voce di essere assemblate.

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La seconda fase

E inizia la seconda fase. Niente Italia-Argentina… si va a vedere il film cecoslovacco.

Mia moglie ha svestito i panni del Führer (nel senso di guida, cosa avevate capito?) ed ora si cimenta nel ruolo di capo ingegnere, dirigendo, foglietto d’istruzioni in geroglifico alla mano, le operazioni con un misto di entusiasmo e frustrazione, insultandomi mentre cerco di distinguere un FLÄRDFULL da un SKÖRPIL.

Dove c***o va questo pezzo?” è il mantra che accompagna le ore che volgono al desìo (con l’orario di cena è abbondantemente passato).

Assieme a ogni mobile in kit con istruzione criptica annessa, c’è una lezione nascosta sull’autosufficienza, sull’apprendere a risolvere problemi, a creare con le proprie mani. C’è qualcosa di profondamente gratificante nel vedere un mobile prendere forma sotto i nostri sforzi.

L’IKEA non vende solo mobili: vende esperienze di crescita personale mascherate da librerie e tavolini. Dopo ore trascorse a interpretare scritture cuneiformi moderne e a chiedersi se “A22” entra veramente in “B13”, ci si ritrova non solo con un mobile, ma con una nuova serie di competenze (e forse qualche parola svedese nuova nel vocabolario, oltre a qualche imprecazione creativa). Nonostante le sfide, non si può fare a meno di ammirare la filosofia dell’IKEA: rendere il design accessibile a tutti.

Questo tempio del fai-da-te ci insegna preziose lezioni di autosufficienza, anche se a volte impariamo il vero significato della frustrazione, armati di chiave a brugola e istruzioni geroglifiche. Ma è proprio in questi momenti di umiltà, mentre ci dibattiamo con un pezzo che sembra appartenere a una navicella spaziale, che troviamo una strana soddisfazione. Sì, forse ci sono volute tre ore per montare quella libreria, ma guardatela: non sta forse in piedi?

La cultura del fai-da-te IKEA

Seduto sul divano, osservo il frutto del nostro lavoro. Chi avrebbe mai pensato che un giorno avremmo potuto arredare un’intera abitazione con gusto e senza ipotecarla? Non possiamo ignorare il contributo alla cultura del fai-da-te. L’IKEA, con la sua promessa di design per tutti e la sua realtà di labirinti e sfide, ci ha messo alla prova, ma anche insegnato. La democrazia del mobile identico a quello comprato dalla coppia di coniugi che ha un fuso orario di mezza giornata rispetto a noi.

Già, il discorso inevitabile sulla globalizzazione, perché con la sua uniformità, ci costringe in un abbraccio monoculturale dove, sia che tu sia a Stoccolma o a Johannesburg, la scelta è la stessa: accettare il dominio dei mobili in kit e delle candele profumate a un prezzo accessibile. La personalizzazione è un lontano ricordo; ogni casa sembra il set di uno showroom, dove la diversità è sacrificata sull’altare dell’efficienza e della convenienza.

L’accessibilità, la sostenibilità: sono valori che, nonostante il cinismo e le battute, apprezzo sinceramente. L’IKEA si impegna verso la svolta green, ci dicono. E chi siamo noi per dubitarne? Dopotutto, ogni volta che ci ritroviamo con una vite in più, possiamo considerarla un regalo: un pezzetto di futuro sostenibile, cortesemente lasciato fuori dalle istruzioni, che va a far mucchio con le centinaia di cacciabrugole che negli anni hanno riempito la cassetta degli attrezzi. Ogni prodotto viene con una lezione inclusa: non importa quanto tu sia intelligente, preparato o paziente, ci sarà sempre un coso informe di legno che ti sfiderà fino all’ultimo. E mentre sei lì, sudato e sconfitto, a guardare quel pezzo che proprio non vuole saperne di adattarsi, capisci che la vera umiltà non sta nell’accettare la resa, ma nell’essere pronti a cercare aiuto su YouTube.

Non è solo un negozio di mobili

Ikea: ambiente interno
Non è solo un negozio di mobili

No, non è solo un negozio di mobili. È un luogo di prova, un campo di battaglia tra uomo, donna e mobile in kit. E per ogni momento di frustrazione, c’è la dolce vittoria di sedersi su una sedia che non si è ancora sgretolata sotto il nostro peso. Ecco cos’è: un misto di design, sfide esistenziali, cibo discutibile e omologazione, con schiere di famiglie simili a stormi di uccelli migratori armate di metro a nastro e speranze.

In questo viaggio, l’IKEA ci svela una verità: che in fondo, nonostante le nostre resistenze, siamo tutti un po’ come quei mobili in kit. Complessi, pieni di potenziale, ma alla fine del giorno, assemblati secondo istruzioni che sembrano scritte in una lingua che stentiamo a comprendere. E forse, proprio come dopo aver montato quel mobile, ciò che ci resta è un misto di soddisfazione e la sottile sensazione che qualcosa, in quei passaggi, sia andato storto.

Un microcosmo della società moderna

Il tutto potrebbe essere visto come un microcosmo della società moderna: efficiente, omologato, e un po’ senza anima. Ma ammettiamolo, nonostante le frustrazioni e le riflessioni esistenziali che può provocare, c’è sempre quel piccolo brivido di trionfo quando, tornati a casa, quel mobile viene montato correttamente. E, se non altro, possiamo sempre consolarci con una scorta extra di candele alla vaniglia e polpettine surgelate, che ti si ripropongono fino al caffè del mattino dopo. E così, mentre cerchi di navigare in questo mare di opzioni, in questo labirinto di legno prefabbricato e luci soffuse, ti ritrovi a riflettere.

Forse è uno specchio della nostra esistenza, un luogo dove la ricerca di un semplice cuscino diventa un viaggio nell’anima, una riflessione sulla globalizzazione, sull’omologazione, sulla ricerca di significato in un mondo dove tutto è già stato prefabbricato per noi. Infine, l’IKEA ci insegna l’umiltà. Ogni volta che ci confrontiamo con un foglio di istruzioni, con un pezzo che sembra non voler mai andare al proprio posto, siamo ricordati della nostra fallibilità, del fatto che, nonostante la tecnologia e i progressi, ci sono ancora sfide semplici, basilari, che ci mettono alla prova.

È un luogo dove la critica alla globalizzazione e all’omologazione si scontra con l’apprezzamento per l’accessibilità e l’innovazione. Dove la maledizione di un percorso obbligato diventa l’occasione per una scoperta inaspettata, dove la sfida di un mobile in kit diventa una piccola vittoria personale. E forse, proprio in questo complesso intreccio di emozioni e riflessioni, risiede il vero fascino dell’IKEA: un luogo che, nonostante tutto, continua a richiamarci, nella promessa di trasformare i nostri spazi, e forse, in qualche modo, anche noi stessi.

Il richiamo della “FIKA” lo spazio relax svedese

E così, nonostante le mie proteste e i giuramenti che ogni visita sarà l’ultima, so nel profondo che quando mia moglie pronuncerà le fatidiche parole, “Dobbiamo tornare all’IKEA“, io sarò lì, pronto per un’altra avventura. “Davvero?” potreste chiedermi, increduli di fronte a tale masochismo domestico. Ebbene sì, e vi spiego anche il perché.

L’ultima volta, mentre trascinavo i piedi verso l’uscita, il cuore pesante di shopping e il portafoglio leggero di euro, i miei occhi hanno intravisto una novità: uno spazio relax, un’oasi dove rifugiarsi con un caffè e una torta, in perfetto stile svedese. “Fika“, lo chiamano. Un nome che suona quasi come una promessa, un invito malizioso che sembra sussurrare: “Vieni, rilassati, dimentica le ore perse tra questi corridoi infiniti“.

E qui sta il paradosso della situazione: un luogo così accogliente, così astutamente pensato per sedurre e confortare, posizionato proprio vicino all’uscita. Perché, mi domando, proporre un momento di relax solo quando la battaglia è già stata combattuta, quando l’unico pensiero che ti attraversa la mente è la fuga verso la libertà?

La “Fika”, con il suo richiamo quasi irresistibile, sembra un ultimo, disperato tentativo dell’IKEA di farmela piacere. Ma, cari signori svedesi, nonostante i vostri sforzi, nonostante la tentazione che sembra chiamare il mio nome con un’eco di sirena, vi dico: non mi avrete mai. O almeno, così mi piace pensare, fino alla prossima volta che mia moglie, con un sorriso, mi dirà: “C’è una nuova promozione sulle SMÅGÖRA che sarebbero perfette per il soggiorno“. E io, sconfitto ma segretamente compiaciuto, seguirò il richiamo dell’avventura, sognando già la mia prossima “Fika” all’uscita.

From London
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