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Se non fai la Call non sei Cool

Il mappamondo c’è da sempre, ma se non fai la call non sei cool

“Se non fai la call non sei cool”, ovvero come gli anglicismi inquinano la lingua italiana, è una provocazione voluta. Giusto per ragionare e giusto per non far passare inosservata una considerazione dell’Accademia della Crusca. Se non fai la call va bene, ma se non fai attenzione alla lingua con cui ti esprimi, anche la scuola del domani può andare in crisi.

Se non fai la call non sei cool

Lungi da noi ostacolare il progresso o metterci di traverso rispetto al nuovo che avanza ma, in alcuni casi, è opportuno notare come la misura rischi di colmarsi.

Lo ha recentemente notato l’Accademia della Crusca, più volte intervenuta sull’argomento, richiamando le criticità degli anglicismi i quali, sempre più prepotentemente, dilagano nella lingua di Dante rovinandone, diciamolo pure, quegli aspetti più sottili che permettono di inquadrare al meglio un determinato argomento.

Se non fai così non sei cool

Proviamo a vedere alcuni esempi di vocaboli e i loro corrispondenti italiani:

Brand – Marchio; Meeting – Riunione; Question Time – Interrogazione/i parlamentare/i; News – Notizia; Coach – Allenatore; Loch down – Blocco; Manager – Dirigente; Team – Squadra; Flat Tax – Tassa Piatta; Smart Working – Lavoro intelligente; Ok – Va bene.

Potremmo allungare la lista con svariate altre pagine, ma è chiaro come esista un corrispondente italiano per ogni termine inglese, mentre talvolta, non esiste il termine inglese per tradurre quello in italiano.

Il mondo degli affari parla inglese

Se da un punto di vista commerciale questa intrusione è comprensibile poiché, negli affari, il mondo intero parla, almeno per ora, inglese, sulle questioni prettamente linguistiche o che esulano dal business è più difficile comprendere la direzione che hanno preso gli eventi.

Sarebbe come aspettarci, ad esempio, che alla Camera dei Comuni o al Congresso si parlasse di “interrogazione parlamentare”.

L’inglese è più “fico e esotico

Certo, esprimersi in inglese è più “fico”, più “esotico”, dà un tocco di internazionalità, peccato però che gli italiani siano tra le persone che meno conoscono questa lingua cercando tuttavia di imitarla con zelo.

Carosone cantava “Tu vuò fa l’Americano” ponendo allegramente l’accento su questo punto già nel ’56. Ma, canzonette a parte, la questione è molto più profonda.

La lingua è il riassunto di una civiltà

La lingua può definirsi il “riassunto” di una civiltà. Pur modificandosi, fondendosi, adattandosi ai tempi e alle situazioni, rappresenta comunque un continuum temporale che lega al passato.

La civiltà Occidentale è nata da Atene e Roma.

Certo, anche loro sono state influenzate da altre civiltà, tutte comunque sorte nel bacino del Mediterraneo e anche se sembra anacronistico “tirare fuori gente morta e sepolta millenni fa”, è chiaro come il loro “bagaglio culturale” sia stato comunque trasmesso identificandosi anche nella odierna forma espressiva.

Ciò conferisce al linguaggio una flessibilità che permette maggiore aderenza alla realtà. Il fatto di usare termini (o peggio acronimi) spesso in una lingua meno ricca, rischia di semplificare eccessivamente il concetto e quindi limitarne l’efficacia descrittiva e, soprattutto, comprensiva.

Non basta dire “si” /”no” bisogna dimostrare, argomentare, informare e la lingua italiana si presta magnificamente a questo compito grazie alla civiltà plurimillenaria da cui deriva.

È poco?

Forse, ma abbastanza per non cadere in una sorta di “orwelliana neolingua”. Si ha sempre da imparare dagli altri ma, parimenti, si ha sempre qualcosa da insegnare.

Crediamo che la ricchezza di una lingua vada preservata, migliorata, integrata, ma mai depressa in favore di soluzioni più “semplici” anche se più “veloci”. Sul lungo periodo la semplificazione porta alla regressione.

Non c’è dubbio che l’inglese sia pratico e parlato ovunque ma, a livello di “lingua parlata”, è noto che sia lo spagnolo ad avere il primo posto nel mondo e, volendo gettare un’occhiata ad un futuro forse immediato, anche il cinese…

Le lingue composite

Cercando proprio il “pelo nell’uovo” vi sono poi lingue “composite” come l’Esperanto e l’Indo, dove realmente sono rappresentate tutte le civiltà contemporanee, anche se si tratta di un qualcosa di “artificiale” e non siano in voga.

Che la Crusca non abbia torto a voler conservare l’Italiano in questa “torre di Babele”?