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Sarajevo oggi è “ricostruita e viva”. Racconto ed emozioni

Tra il passato e il futuro

Sarajevo è oggi la capitale della Bosnia ed Erzegovina. Ma come si dice nelle favole (qui è improprio): c’era una volta la Jugoslavia. Poi una terribile guerra che iniziò nel 1992 ed ebbe fine nel 1995, divise questo popolo in più stati. Oggi i segni di un’altra pagina drammatica della storia europea ci sono ancora, ma come leggeremo alla fine, Sarajevo è “ricostruita e viva”. Ce lo scrive, come sempre Alessandro e il suo cuore grande.

Da Spalato a Sarajevo

Scendo gli scalini del bus nell’autostazione di Sarajevo dopo un viaggio stancante iniziato da Spalato. Il confine croato-bosniaco mi ha tenuto fermo più del dovuto a causa di un poliziotto dall’espressione poco amichevole che mi ha subissato di domande sui perché del mio spostamento tra le due nazioni. Appena entrato in Bosnia, poi, è accaduto di assistere ad uno spettacolo, a modo suo, stupefacente. Il magistrale susseguirsi di colline, a volte brulle, altre verdi e rigogliose, con un unico denominatore comune: croci bianche a perdita d’occhio, cimiteri.

La vernice bianca delle croci

La vernice bianca delle croci – Foto di Largher

La guerra dei Balcani è finita appena vent’anni fa e la vernice bianca delle croci sembra ancora doversi asciugare completamente al sole.

Se esistesse un ipotetico libretto delle istruzioni su come maneggiare emozioni scomode, io l’avrei perso chissà dove. Ho trattenuto il fiato, osservato sbigottito i passeggeri intorno a me, per nulla interessati ad uno spettacolo evidentemente comune ai loro occhi, infine ho dormito un po’. Per chi come me ha conosciuto la guerra sui capitoli svogliati del sussidiario di quinta elementare, vederne gli effetti impalati su una collina è un’esperienza alquanto suggestiva.

Alle spalle della stazione dei bus giganteggia l’ennesimo edificio ferito. Persino il battito d’ali di un gabbiano frettoloso, qui, sarebbe capace di far crollare tutto. Il calcestruzzo ancora crivellato di colpi d’arma da fuoco e il silenzio sovrano delle mie labbra si osservano rispettosamente.

Sarajevo si rivela

Sarajevo mi rivela imprudente la sua anima più nera appena sceso dal pullman, una sorta di benvenuto maldestro per un viaggiatore sensibile. Io, però, non posso dimenticare il mio obiettivo: voglio vivere da dentro la rinascita di un popolo, sentirla nei racconti della gente di qui, camminarla. Arrivo finalmente nel quartiere Baščaršija, il cuore pulsante sarajevita che dista chilometri spesi ad occhi bassi e mani nelle tasche perché la guerra non si guarda con gli occhi spensierati dell’esplorazione.

L’ingresso del quartiere storico mi lascia intuire il concentrato pazzesco di vitalità che incontrerò.

Cuore pulsante della città popolare – Foto C.S. Payne

Giovani bellissimi e vitalità

Bellissimi giovani a passeggio su un asfalto a mattonelle grigie poggiate con la meticolosità che una ricostruzione necessita. Ri-costruzione, fare di nuovo ciò che è andato distrutto, penso frugando la mia mente. Quanta vitalità in queste vie d’acquisto dove gli artigiani su sgabelli sbilenchi dedicano le rughe d’espressione al proprio mestiere. In ogni viuzza l’atmosfera effervescente si condensa ai profumi della cucina locale e dei narghilè. Si producono ammennicoli e cianfrusaglie di ogni tipo, tessuti sgargianti di fucsia, turchese, arancione. Un commerciante scaltro mi vende la sciarpa del Sarajevo Calcio attorcigliandola direttamente al mio collo, sorridendo soddisfatto. Qui, la Storia ha inculcato giocoforza astuzie per la quali non serve una diploma di licenza superiore.

Sarajevo e il desiderio di rinascita

Sarajevo si rivela per la seconda volta a me, più educatamente, nel suo più commuovente desiderio di rinascita.

Vagando per il centro arrivo inavvertitamente alla meravigliosa fontana Sebilj, l’autentico simbolo della città: la leggenda dice che sia impossibile lasciare Sarajevo una volta bevuta la sua acqua. La tentazione di berne un sorso è forte ma voglio tener fede ai miei principi: viaggio per tornare in casa a fabbricare silenziosamente nostalgie di terre che mi hanno carezzato l’anima.

La modestia che mi mette in agio

La piccola insegna “Kafa” di un locale non lontano attira la mia attenzione,ho sete di esplorazione e di provare un buon caffè bosniaco. All’ingresso mi accoglie un  signore panciuto con l’espressione graffiata dalla fatica.Intorno a noi qualche pacco di caffè macinato,scaffali semivuoti e una dignitosa modestia che mi mette in agio.  Nonostante il tizio si esprima con difficoltà in inglese la sintonia si fa inspiegabilmente totale.

Il senso della comunicazione

Forse è vero che la comunicazione è più un atto di volontà che di strumenti.

Parlottiamo a lungo del suo business occhi negli occhi, io chiedo pure i perché della guerra, se mai possano esistere. Mi racconta la sua esperienza un po’ in inglese, bosniaco, spagnolo, con l’umana gestualità di un uomo che tutto sta facendo per farsi intendere. Infondo, per spiegare le porcherie della guerra non c’è bisogno di grandi finezze lessicali, penso io.

Poi, improvvisamente, capendo che sono italiano mi gela: “ah Juventus Juventus” dice ridendo. Lo fulmino e lui corregge immediatamente il tiro:” ah Batistuta Batistuta”. Io, fiorentino da sempre, sgrano gli occhi e scoppio a ridere. Gli corro incontro e lo abbraccio, non so se per Batistuta o per la guerra.

Sarajevo è viva

Questo uomo della mia lingua, conosce soltanto il nome del giocatore che ha accesso le fantasie pallonare della mia infanzia, eppure lo sento fratello. Il profumo di caffè in preparazione sale su per le narici, la sciarpa del Sarajevo al collo e Batistuta che volteggia nell’aria mi rivelano ancora una volta il messaggio di Sarajevo:: è ricostruita e viva.