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Ritorno a scuola: attenzione al Quiet Quitting!

“Quiet Quitting” secondo Treccani è un termine che rappresenta un “abbandono silenzioso”. Il significato lo capiremo meglio in questo documento della nostra Dirigente Scolastica, davvero molto importante.

Quiet Quitting: demotivazione
Il minimo indispensabile – Quiet Quitting (L. Summer)

Lo sviluppo della persona

Il pieno “sviluppo della persona umana”, secondo il dettato costituzionale, sancisce il diritto di ciascuno a vedersi rimuovere gli ostacoli che lo impediscono, nella garanzia che a tutti sia assicurato il compimento delle proprie potenzialità e del proprio talento.  Un principio che, a fronte di un “paesaggio umano” caratterizzato da molteplici fragilità e rischi di “cedimenti” psicologici, in una cornice di incertezza e precarizzazione generalizzate, nelle Istituzioni Scolastiche diventa necessario rivolgere agli educatori, oltre che agli educati. Inoltre, la ripresa post pandemica ha richiesto anche nella vita scolastica un potenziamento della leadership basata sulla fiducia, di cui empatia, trasparenza e comunicazione sono componenti fondamentali.

Una leadership capace per contrastare il Quiet Quitting

Una leadership capace di ispirazione e connessione nella reciprocità della fiducia tra leader e team: un sentimento di più intensa appartenenza, una prospettiva people-first, capace di valorizzare il capitale umano e di contrastare il fenomeno, purtroppo in crescita, del cosiddetto quiet quitting – “fare il minimo indispensabile– che comporta da parte del personale una partecipazione passiva che può sfociare nel disimpegno cronico e nell’isolamento.  

Il fenomeno del “quiet quitting”, che, secondo una traduzione letterale, potrebbe addirittura includere la volontà di ricorrere al licenziamento, ad una lettura meno estrema indica invece un riferimento alla scelta dello svolgimento necessario ed esclusivamente “contrattuale” del lavoro, in modo da poter destinare impegno ed energie alla sfera privata o comunque ad altri interessi. Sicuramente, la lezione – di cui avremmo fatto ovviamente a meno, ma di cui occorre tener conto – impartita dall’emergenza pandemica e dalle conseguenti misure socialmente restrittive, ha posto l’accento sulla necessità di preservare i valori fondamentali, coltivando gli affetti e potenziando il più possibile la qualità della vita.

Scuola come comunità educante

Tuttavia, specialmente nella scuola intesa come comunità educante, è diventato irrinunciabile raccogliere la sfida efficacemente descritta dall’ Organizzazione Internazionale per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico Education 2030: “Esiste una domanda crescente nei confronti delle scuole perché preparino gli studenti ai cambiamenti economici e sociali più rapidi, ai posti di lavoro che non sono ancora stati creati, alle tecnologie che non sono ancora state inventate e a risolvere problemi sociali che non esistevano in passato”. E allora, per raccogliere questa sfida sono fondamentali Educatori e Docenti che, auspicabilmente sempre più valorizzati sotto ogni punto di vista, potenzino o ritrovino una capacità di dedizione, anche emotiva, al loro lavoro.

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La Legge 2782/2022, ha disciplinato la «Disposizione in materia di insegnamento sperimentale dell’educazione all’intelligenza emotiva nelle scuole di ogni ordine e grado», concedendo, quindi, piena cittadinanza, nei percorsi curricolari, alle competenze di vita, le cosiddette life skills, tra le quali l’obiettivo di far lavorare insieme emozioni e intelligenza.

Si tratta, naturalmente, di traguardi rivolti agli studenti, ma che riverberano una nuova luce sull’importanza degli aspetti emotivi anche dal punto di vista dei Docenti, i cui compiti, rispetto ai Colleghi di non moltissimi anni fa, sono sempre più chiamati a promuovere non solo il conseguimento del successo formativo dei discenti, ma quel benessere psicofisico che comporta la presa in carico della personalità degli alunni, nel senso più ampio dell’accezione. La scuola che non si abbandona e che, quindi, è in grado di contrastare l’insidia più grande che può colpirla, il rischio di dispersione scolastica, è una scuola significativa, ovvero ricca di significato per il progetto di vita che giovani e giovanissimi stanno costruendo.

La scuola è una “comunità di lavoratori”

E una scuola significativa è anche una comunità di lavoratori – dagli Insegnanti al Dirigente Scolastico, dal personale amministrativo ai collaboratori scolastici – che trovano in essa gratificazione e senso d’appartenenza, valorizzazione e riconoscimento sociale.

In un recente evento seminariale su una metodologia didattica innovativa, in cui mi è stato chiesto di esprimere un contributo come Dirigente scolastica, ho avviato la presentazione con un titolo che potrebbe sembrare provocatorio rispetto alla mole di impegni ed adempimenti di un Preside – “Per dirigere una scuola bisogna emozionare” – mutuando la celebre frase che Maria Montessori ha espresso per l’azione di educare. In realtà, alle sfide del presente, in ambito educativo, sono convinta possa rispondere anche una figura di dirigente scolastico capace di assolvere compiti che vadano oltre le competenze specifiche di natura gestionale, organizzativa, pedagogica, per abbracciare sempre di più la sfera relazionale.

Un dirigente scolastico impegnato a coltivare e valorizzare abilità non solo finalizzate al “buon funzionamento”, ma connesse all’empatia e all’ascolto. Un dirigente scolastico capace di motivare per ripartire, magari proprio da questo mese di settembre più che mai denso di scadenze e attività, con una squadra più consapevole e compatta.

Perché, come, recita un proverbio africano, “Se vuoi arrivare primo, corri da solo. Se vuoi arrivare lontano, cammina insieme”.

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