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Quando il Made in Italy si vende al miglior offerente

C’è una ferita che pulsa sotto la pelle della nostra identità industriale. Oggi Iveco diventa indiana, ceduta – per circa 3,8 miliardi € – dal gruppo Exor (famiglia Agnelli) a Tata Motors. Il ramo difesa, Iveco Defence Vehicles, resta nazionale ed è stato acquisito da Leonardo per 1,7 miliardi € . La conclusione dell’accordo è prevista entro metà 2026.

Made in Italy - iveco venduta
Venduta!

Ma se negli ultimi giorni il clamore mediatico si concentra su Iveco, il fenomeno è ben più vasto. Tra il 2014 e il 2023, ben 2.948 aziende italiane sono finite nelle mani straniere, in una spirale che vale oltre 200 miliardi di euro. Solo nel primo trimestre del 2024 sono state cedute 84 imprese italiane.

Non sono solo aziende, è la nostra identità

Pensate: Parmalat, pilastro del lattiero‐caseario Made in Italy, è da anni controllata dal francese Lactalis (dal 2011); la celebre Perugina è svizzera Nestlé dal 1988; Peroni, simbolo storico della birra italiana, è nelle mani giapponesi di Asahi dal 2016. E questa è solo la punta dell’iceberg: mozzarella, Parmigiano, marchi storici dello snack italiano…

In molti casi, il brand resta italiano sulla carta, ma proprietà, strategie, decisioni sono decise altrove. Non è solo un fatto economico: è una dissoluzione progressiva del nostro patrimonio collettivo.

Acquisizioni: una bilancia che pende

  • 2.948 aziende italiane acquisite da soggetti stranieri (2014–2023);
  • contro le 1.673 operazioni in cui imprese italiane hanno acquisito all’estero;
  • valore totale ≈ 203 miliardi €
  • 84 cedute solo nel Q1 del 2024.

Se pensiamo che molte erano medie e piccole imprese, spesso a conduzione familiare, con radicamento territoriale, capiamo che l’ecosistema produttivo italiano sta cambiando volto. In certi settori, come quello agro‑alimentare, le acquisizioni estere – come il caso Lactalis‑Parmalat – hanno suscitato proteste su tagli di produzioni DOP o chiusure di stabilimenti.

Per Iveco, il governo italiano ha “monitorato la vicenda con attenzione”, con il Ministro dello Sviluppo Adolfo Urso che ha chiamato in audizione sindacati e imprese riguardo l’impatto su occupazione e tecnologia nazionale, pur definendo l’operazione un “investimento estero di qualità” se protetti posti di lavoro e fabbriche, secondo Reuters. Ma FIOM e UILM hanno già sollevato preoccupazioni su potenziali esuberi e scarsa consultazione.

Il caso Iveco: simbolo di un’epoca

Fondata negli anni Settanta come fusione di marchi Fiat, Om, Unic e altri, Iveco rappresenta un pezzo di Made in Italy industriale, presente in 160 paesi con oltre 14.000 dipendenti in Italia. Il passaggio a Tata, colosso indiano protagonista dell’acquisizione di Jaguar Land Rover, segna un cambio di pelle radicale per il gruppo che ha portato le trazioni pesanti italiane nel mondo.

Oggi, Iveco scompare come entità italiana: la casa è altrove. La definizione di “azienda italiana” resta solo etichetta; controllo finanziario e strategico non saranno più italiani. Questo fenomeno non riguarda solo l’industria pesante, ma investe tutto il Made in Italy. Cessioni nell’alimentare, nella moda, nel design, nella chimica. Ne vengono investiti marchi storicitecnologiemaestranze localitradizioni.

È un processo libero, legale, spesso silenzioso. Ma chi decide è sempre più spesso chi guarda all’Italia come investimento finanziario, non come patria di nascita di un brand. A costo di fabbriche spostate, di stabilimenti chiusi, di qualità compressa al ribasso.

Immaginate il contadino che produce latte DOP, la fabbrica che costruisce il camion italiano da decenni, il mastro birraio che cuce Peroni: tutti legati a storie radicate, a relazioni umane, a terra. Quando tutto questo diventa proprietà estera, cambiano le logiche: utili trimestrali, efficienze, delocalizzazioni, profitti globali.

È la privatizzazione dell’identità. Dove il brand italiano è un bene da monetizzare, non un legame culturale da difendere.

Cosa possiamo fare e che si stenta a fare?

  1. Normative più rigide: golden powers più vigorosi per difendere asset strategici e tutela occupazione;
  2. Incentivi pubblici: a chi reinveste e mantiene controllo italiano con valore aggiunto sul territorio;
  3. Patriottismo produttivo: scegliere consapevolmente consumatori su prodotti con radici locali;
  4. Valore culturale dei marchi: promuovere l’identità Made in Italy nei suoi valori storici, non solo nel packaging.

Un bilancio amaro dell’Italia che cambia

Iveco non è solo l’ultimo tassello: è un simbolo. Di un’Italia che alla lunga vende se stessa, brand e anima. Di perdite silenziose che diventano sistema. Di identità in vendita.

Tra 2014 e 2024, 2.948 cedute84 solo nei primi tre mesi del 2024, decine di marchi iconici come Parmalat, Peroni, Perugina già controllati da multinazionali straniere. Un’Italia che cede il suo patrimonio industriale al miglior offerente. E ieri l’identità era orgoglio, oggi è merce.

Pubblicato il: 15 Ottobre 2025
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