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Pasolini 44 anni dopo. La nostalgia non passa mai

Pier Paolo Pasolini

Dopo 44 anni dalla sua morte abbiamo ancora nostalgia di Pier Paolo Pasolini. Un “grande” scomparso tragicamente nella notte scura di quel lontano autunno del 1975. In realtà un “grande” non muore mai, per le sue opere immortali. Solo pochi giorni fa abbiamo celebrato un’altra figura della cultura italiana: Paolo Grassi.

Quella notte tra l’1 e il 2 novembre

La morte di Pier Paolo Pasolini avvenne all’Idroscalo di Ostia nella notte tra l’1 e il 2 novembre del 1975. Di quel fatto ne scrissero tutti i giornali perchè quel fatto faceva male e colpiva al cuore la cultura italiana. Certo Pasolini non era amato da tutti, ma quelle immagini che i rotocalchi pubblicarono senza pietà in cui si vede quel corpo straziato da quelle bastonate e poi calpestato dalle ruote dell’auto le abbiamo ancora in mente e, ripeto, fanno male ancora adesso.

Di quell’omicidio fu accusato Pino Pelosi che Pasolini incontrò verso le 22,30 di quel 2 novembre di 44 anni fa in piazza dei Cinquecento, davanti al bar tabacchi Gambrinus. Da lì al ristorante Al biondo Tevere sono dieci minuti con l’auto. Pasolini li percorse a bordo della sua Alfetta con accanto Pelosi. “Quel ragazzo aveva fame, tanta fame, avrebbe mangiato qualsiasi cosa” ricorda Giuseppina Panzironi, la proprietaria del locale.

Ma quello che gli fu offerto quella sera non bastò a placare la sua fame, ma di che cosa? Accusato, il diciasettene affermò di aver colpito l’intellettuale “corsaro”perchènon voleva sottostare alla richiesta di un rapporto sessuale con lui, ma siamo proprio sicuri che le cose siano andate così? Gli abiti del ragazzo non presentavano tracce di sangue ed era ampiamente improbabile che un uomo della stazza di Pasolini non riuscisse a difendersi contro un ragazzino solo.

La ricostruzione di Oriana Fallaci

Protagonista della ricostruzione che ha fatto storia è stata Oriana Fallaci, scrittrice ed amica di Pasolini. La Fallaci indagò per suo conto e pubblicò un reportage in cui ipotizzava che le cause dell’omicidio Pasolini avevano poco a che fare con l’omosessualità. Fu ipotizzato, in seguito a testimonianze raccolte dalla stessa Fallaci, che il gruppo avrebbe tentato una rapina a Pasolini degenerata nel delitto.

Fatto sta che ancora oggi tutto appare poco chiaro, quello che resta è il dolore immenso per una morte assurda, prematura, ingiustificata che ha lasciato un vuoto immenso e tanta desolazione. Un altro mistero italiano irrisolto.

Abbandonato davanti al mare

Le sue spoglie hanno passato le ultime ore abbandonate su di una spiaggia deserta davanti a un mare d’inverno, un luogo carico di simboli, di malinconia velata, un luogo di possibilità e di pregnante umanità proletaria. Un luogo possiamo dire “perfetto” per accompagnare la fine di uno dei più grandi artisti che la nostra storia abbia avuto. La sua morte sembra la fine di un suo film in cui con grande abilità ed intelligenza profonda era sempre capace di sovrapporre e dissolvere, il sacro con il profano, l’alto con il basso, la poesia con la materialità.

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Con Pasolini si chiude il “lungo 68”

Pasolini – un immagine emblematica

Con la sua fine si è concluso un periodo che ha segnato profondamente la storia del nostro paese. Con la morte di Pasolini si è andato a concludere il “lungo 68” italiano. Un periodo che in Italia contribuì in modo determinante a cambiare la nostra società.

Proprio nel Sessantotto infatti è avvenuto il mutamento più profondo nella posizione di Pasolini nei confronti dei giovani. Ne I giovani infelici, esplica un rovesciamento completo delle sue posizioni: “Sarebbe troppo facile e, in senso storico e politico, immorale, che i figli fossero giustificati – in ciò che c’è in loro di brutto, repellente, disumano – dal fatto che i padri hanno sbagliato. L’eredità paterna negativa li può giustificare per una metà, ma dell’altra metà sono responsabili loro stessi. Non ci sono figli innocenti”.

Proprio nel ’68 Pasolini aveva individuato la colpa che accomuna padri e figli ed ha continuato a rielaborare il suo pensiero a riguardo fino al momento della sua morte, nel 1975. Questa colpa che aveva accomunato i giovani ai loro padri da giovani è quella di non aver creduto nelle possibilità che potesse esistere una storia alternativa a quella che stavano vivendo, alla «storia borghese».

Un popolo di barbari è sceso…

In Bestia da stile scrive: “Un popolo di barbari è sceso, nuovo e giovane. Ha trovato le mie vecchie forme di vita: ma io stesso ho voluto che anziché accettarle come conquiste antiche, esso le rifiutasse. La realtà è che io volevo farle fuori come vecchie carcasse”.

“La generazione sfortunata”

Ma non furono dei sessantottini a farlo fuori, non quella che lui definiva «generazione sfortunata!», solo della” povera gente”, quella che amava di più in cui forse aveva riposto maggiori aspettative per il futuro dell’umanità. Il suo mondo poetico era pieno di attenzione per gli ultimi, fossero gli abitanti delle borgate romane o i contadini dell’Italia agricola.

Ma Pelosi non fu solo quella sera, non poteva essere possibile. Questo non significa che qualcuno in alto abbia deciso di eliminarlo, non lo credo io e non è di sicuro. Diciamo che è piaciuta una verità di comodo che, in quegli anni ancora retrogradi, ha usato l’omosessualità di Pier Paolo come modo per delegittimarne il pensiero.

Per il suo essere libero, per il coraggio di andare controcorrente, per il suo coraggio civile, per il suo amore per gli ultimi. Dopo 44 anni abbiamo ancora nostalgia di Pier Paolo Pasolini.