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Parole, trivialità, ingenuità. Da piccoli vince la fantasia

I bimbi imparano anche le parolacce – Foto stick-person

Le parole, il significato delle parole è importante. I genitori sono da sempre impegnati nell’educazione dei figli. Sentire i bimbi che pronunciano le prime parole e un’emozione e uno stimolo affinché i piccoli capiscano bene come e quando usarle. Spesso, però da piccoli si imparano più facilmente le parolacce. Il confine tra una parola e la trivialità è spesso molto sottile. Meno male che ci salva e spesso ci viene in soccorso la fantasia.

Il significato delle parole

Da bambino ero particolarmente attratto dal significato delle parole.

Tutti i genitori del mondo insegnano ai loro figli a parlare, a dire “mamma”, “papà”, “nonna” e sono particolarmente orgogliosi quando il loro pargolo si lancia in parole più articolate come “sinapsi”, “logaritmo”, “onomatopeico” … Poi, però, perdono le staffe se sentono uscire dalla stessa boccuccia d’oro i vocaboli più usati dalla popolazione. Insomma, superati i quattro anni mi ero accorto con eccitato stupore che esisteva un mondo parallelo di termini che non si potevano pronunciare: parole del gatto.

Le parolacce

Le parolacce! Di certe neanche conoscevo il senso, ma i significati avevano un’importanza secondaria.

Ne sapevo tantissime. Be’, molte le copiavo dai miei compagni di scuola, ma tante le avevo scoperte da solo, ad esempio andando per negozi con mia madre. E ne ero orgoglioso e frustrato allo stesso tempo: perché se c’è una cosa deprimente per un bambino è sapere di sapere e non poterlo far sapere. Un piccolo Socrate, ma al contrario. Così come era frustrante non poter dire a tutti chi ero veramente: io ero il grande Jimmj Throschuen ma non potevo dirlo a nessuno. Una volta ci provai; eravamo tutti a tavola e mi giocai una frase ad effetto, da adulto: “Il mio nome è Jimmj Throschuen e mia sorella è una puttana”. Bum! Un ceffone da mio padre e via, in cameretta senza Carosello.

Mio padre cercava di farmi capire

Poi mio padre, dispiaciuto, era venuto in camera mia per spiegarmi: “Ma tu lo sai cosa significa quello che hai detto!?”

E io avrei voluto rispondergli: “Ma tu lo sai chi è Jimmj Throschuen?” Invece niente, così mi aveva spiegato che non dovevo dire più quella parola perché “quella è una donna che va con tanti uomini”. Ah! Ora era chiaro: una donna che va con tanti uomini. Non volendo deludere mio padre rinunciai a chiedergli “dove” andasse quella donna. Va!  E ricordo benissimo l’immagine che mi ero dato, di una donna che cammina per strada e mi ero anche immaginato una strada vicino casa e, figurandomi questa donna che passeggia con tutti questi uomini, pensavo: “Che puttana!”

La verità viene sempre a galla

Qualche mese dopo, però, la verità venne a galla; mentre in classe facevamo la ricreazione, un mio compagno di banco mi aprì gli occhi: “Le puttane sono donne che vanno a letto con gli uomini”. A letto! Finalmente mettevo a fuoco la realtà! Ecco dove vanno le donne con tanti uomini, vanno a letto! Come me! Solo che loro andavano con tanti uomini, mentre io a letto ci andavo da solo e a volte, se ero stato disubbidiente, pure senza Carosello.

Poi, sempre a scuola durante la ricreazione, un altro compagno mi avvertì: “Anche tua madre, per fare te è andata a letto con tuo padre, quindi è una puttana.” 

Mi ero difeso, dicendo: “Sì, ma loro due sono poveri, hanno un letto solo…” Ma dentro di me pensavo: “Ha ragione lui!” A mio padre non lo dissi, per non buscarle di nuovo. 

Parolacce ma senza malizia

Insomma, le parolacce le sapevamo tutte, ma non c’era malizia.

Una volta avevamo sentito un vecchio dire: “Guarda quella ragazza, c’ha due chiappe dure come il marmo!” E noi ridevamo, pensando: “Con le punture si romperà l’ago”.

Anche perché il sesso, per noi di quella generazione, sarebbe arrivato molto più tardi. Io ero all’oscuro di tutto ancora alle medie. Sotto i banchi giravano dei disegni che non riuscivo a decifrare, mentre qualche mio compagno se la rideva. Poi per darmi importanza ridevo anch’io. Una volta la prof mi disse: “Denei, cosa c’è da ridere?” “Eh, non lo so…”

Jimmj Throschuen il mio idolo

All’età di 10 anni Jimmj Throschuen era una star ormai affermata.

Mi ubriacavo di quel sogno bevendolo fino all’ultima goccia; firmavo autografi e li buttavo per terra pensando ai fortunati che avrebbero raccolto la vera firma di questo grande artista.

La domenica andavo a messa e, pur di stare su un palcoscenico, pur di mettermi in mostra, ero diventato chierichetto. Alla domenica mattina Jimmj Throschuen era l’unico che guardava negli occhi le bambine e dava le spalle a Gesù. Però ero rispettoso, religiosissimo, credevo in Dio, nella Madonna, in Gesù Bambino, Babbo Natale, Befana, Cicogna, Topo che porta i soldi quando perdi un dente. Più che un credente, ero un credulone. Poi, proprio sotto Natale (e lì avevo ancora sei anni), persi un dente mentre nasceva mia sorella. Un Natale d’inferno, un vero caos: Gesù Bambino litigò col topo e il topo mandò a quel paese la cicogna! E, anche lì, niente regali.

I sogni sono intoccabili

Mi rimanevano i sogni e quelli non me li toccava nessuno.

Mi credevo un cantante. Continuavo a gorgheggiare davanti allo specchio con il cucchiaio in mano immaginando d’essere una star americana molto conosciuta!

Dentro di me ripetevo: “Ho cinquant’anni!” Quando le amiche di mia madre mi dicevano cose tipo “Oh Carlin, ninin, piccin…”, io pensavo: ecco, mi hanno riconosciuto! Poi, col petto gonfio d’orgoglio tornavo a casa, riaccendevo il giradischi e cantavo come un ossesso. La prima canzone ho iniziato a scriverla all’età di tre anni. In effetti non l’ho proprio scritta, inizialmente l’avevo disegnata. Le musiche le aggiunsi anni dopo, ma non l’ho mai potuta finire – primi dolori di una rockstar. Di me bambino ricordo anche i primi dolori ai giardinetti pubblici, con i giochi di ferro e la ghiaia che quando cadevo mi s’incastrava dentro le ginocchia livide e sanguinanti. Dicevano che ero scarso. Ad esempio lo scivolo lo risalivo e mi buttavo giù dalle scalette. L’ho capito più tardi che lo scivolo si faceva al contrario.

Ero un bambino un po’ scarso, ma con tanta fantasia

Come bambino ero effettivamente scarso, mi trovavo meglio nei panni di Jimmj Throschuen.

Come bambino dovevo solo obbedire, Jimmj Throschuen cantava. A volte pensavo: “Furia il cavallo del West, l’ho scritta io!” Avevo pure due guardie del corpo, due bambini massicci che picchiavano chiunque mi si avvicinasse e a volte picchiavano anche me.

Allora ci credevo veramente, cioè, con la mia fantasia di bambino, ritenendo di essere una rockstar cinquantenne, quando i miei genitori mi portavano dai nonni, in macchina, pensavo: “Ecco Jimmj Throschuen sulla sua Limousine in tournée a Philadelphia”. Arrivati a casa dei nonni, andavo a cantare davanti allo specchio scatenando l’ira dei vicini di quei due poveri vecchi. Quindi nella mia fantasia ero un cantante, ma soprattutto un uomo, un cinquantenne. Portavo le basette come usavano a quei tempi, solo che mia madre non voleva perché secondo lei era pericoloso l’inchiostro del pennarello.  Poi, se con mia madre nei negozi affollati, vedevo le persone nettamente più alte di me, cercavo delle giustificazioni: “Sì, sono un cantante uomo, caspita ho cinquant’anni, ma sono molto basso.”

Ripensandoci oggi, il mio sogno era essere un nano di cinquant’anni! E modestamente devo dire che il mio sogno s’è realizzato!

(Tratto da Secolo Focaccia e Fantasia di Carlo Denei)