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Pandemic fatigue. La scuola e la seconda ondata del virus

Mascherine e distanza anche a scuola

Pandemic fatigue. Sempre più attuale il malessere dovuto a questo malefico virus. Anche a scuola. Ma #lascuolanonsiferma. Mai!

Pandemic fatigue

Pandemic fatigue: una sindrome comportamentale recentemente descritta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che esprime le condizioni di stanchezza e di rassegnazione manifestate a seguito del perdurare della pandemia. Se lo stress, all’inizio di una situazione allarmante, può indurre a reagire con reattività, quando viene prolungato – soprattutto se non s’intravvedono soluzioni vicine – genera demotivazione e resa emotiva.

In cosa consiste

La virologa Ilaria Capua

In una recente intervista Ilaria Capua ha spiegato in che cosa consiste la pandemic fatigue causata dalla prolungata emergenza da Covid 19. Una sorta di narcosi in cui “non solo i pazienti, ma anche le strutture sanitarie e i decisori politici perdono energie, s’immobilizzano”. Secondo la famosa Virologa, inoltre, “l’antidoto è concentrarsi sulle questioni davvero urgenti e necessarie e lasciare un po’ perdere il resto”.

Detto così, potrebbe risultare l’illustre esito scientifico di un processo di semplificazione, tutt’altro che riduttiva, delle procedure e delle aspettative. In linea con quell’essenzializzazione dei contenuti che comporta un ripensamento del sistema scolastico, chiamato, nella nuova didattica, a distanza o integrata, a giungere ai nuclei fondanti delle discipline.

Eppure nella Scuola, intesa come “macchina organizzativa”, non è facile imboccare strade più spianate e adottare soluzioni più pragmatiche.

L’alternativa alla “scuola possibile”

L’unica, vera alternativa alla “scuola possibile” dell’orario ancora da completare e dei supplenti che si avvicendano, è la scuola chiusa, in cui gli sguardi degli alunni sono illuminati soprattutto dalla luce blu dei computer piuttosto che dall’interesse, vivo e concreto, della didattica in diretta (lo so: la questione degli sguardi illuminati fa un po’ De Amicis, ma mi è venuta così).

A fronte di questa consapevolezza, si potrebbe prevedere una certa tolleranza per “corpi intermedi” come le mascherine, che consentono, come lungo le strade, di mantenere la socialità.

E invece non è proprio così.

Lo scenario della seconda ondata

Anche nello scenario, angosciante, della seconda ondata, avviene che i Dirigenti scolastici non solo si trovino sempre di più a dirimere quarantene e a tamponare assenze degli Insegnanti in attesa del tampone, ma siano chiamati dalle famiglie degli alunni a giustificare – contro ignoti, perché non c’è un mittente in carne e ossa cui fare riferimento – proprio le misure delle mascherine, spesso troppo piccole per gli studenti delle medie o troppo grandi per gli alunni dei gradi inferiori.

Le mascherine e le taglie

Provo a dirlo una volta per tutte. Le taglie di questi dispositivi di protezione arrivano dal Ministero nelle Sedi degli Istituti, dai quali devono essere distribuite nei vari Plessi, ma non è dato sapere quale formato di volta in volta prevalga.

Ora, esprimendo tutta la mia solidarietà per gli allievi che devono indossare mascherine succinte o oversize, non posso evitare di confrontare questo disagio con le prospettive sociali ed economiche di un Paese, il nostro, che deve e dovrà fare i conti con restrizioni ben più “fastidiose” di una taglia inadeguata.

Tuttavia, sento che forse c’è qualcos’altro, un senso più profondo e comprensibile.

Scuola famiglie e dialogo

Forse, questa consueta e legittima dinamica tra Scuola e Famiglie, che esprime l’esigenza di un dialogo impegnativo ma proficuo, una dialettica foriera di soluzioni a beneficio degli studenti, sottende una rivendicazione di “normalità”. La resilienza non abita solo i piani alti degli obiettivi di sistema. Occupa anche il pianterreno delle consuetudini, specialmente se tengono vivo il dialogo e la luce accesa su prospettive di miglioramento. Fosse anche per ottenere mascherine su misura.