Globe Today's

Notizie quotidiane internazionali

Oltre il libro: quando il libro incontra nuovi linguaggi

Oltre il libro e i nuovi linguaggi

linguaggi del libro : parte 4
Quarta parte seguitissima della rubrica di Alberto Lori

Per molto tempo abbiamo considerato la parola scritta e l’immagine come appartenenti a territori differenti. Da una parte il libro, con i suoi tempi lenti, la concentrazione, il silenzio della lettura. Dall’altra il cinema, la televisione e, più recentemente, il video digitale, capaci di affidare il racconto alle immagini, alla voce, alla musica.

La distinzione è comprensibile. Ma forse oggi comincia a essere meno netta. Non perché il libro stia perdendo la propria identità, né perché debba adattarsi necessariamente ai linguaggi audiovisivi. Piuttosto perché il modo in cui incontriamo le storie e la conoscenza è diventato più articolato. Possiamo scoprire un autore ascoltando una conversazione. Incontrare un argomento attraverso un documentario. Imbatterci in una vicenda storica guardando un film e, proprio per questo, sentire il desiderio di approfondirla attraverso un libro.

Accade continuamente. E quando accade, un linguaggio non ha sostituito l’altro. Lo ha reso desiderabile. È una distinzione importante, soprattutto in un’epoca nella quale si tende spesso a contrapporre la cultura dell’immagine alla cultura della parola scritta, quasi che l’affermazione dell’una debba necessariamente determinare l’indebolimento dell’altra.

La storia della comunicazione suggerisce qualcosa di diverso

L’arrivo della fotografia non ha cancellato la pittura. Il cinema non ha cancellato il teatro. La radio non ha cancellato i giornali e la televisione non ha fatto scomparire la radio. Ogni nuovo mezzo ha certamente modificato gli equilibri, costringendo quelli precedenti a ridefinire in parte il proprio ruolo, ma ha anche generato contaminazioni, nuove forme espressive e possibilità che prima non esistevano. Perché dovrebbe essere diverso per il libro?

Il libro possiede una caratteristica che gli altri linguaggi difficilmente possono replicare: affida una parte essenziale dell’esperienza alla mente del lettore. Quando leggiamo che un uomo sta camminando lungo una strada deserta, nessuno ci mostra quella strada. Siamo noi a costruirla. Le diamo una luce, una prospettiva, forse persino una temperatura. Il volto del protagonista prende forma nella nostra immaginazione e, molto spesso, non coincide affatto con quello immaginato da un altro lettore.

La parola scritta suggerisce. La mente completa. È una delle ragioni per cui la lettura rimane un’esperienza difficilmente sostituibile. Il lettore non assiste semplicemente al racconto: partecipa alla sua costruzione. Il linguaggio audiovisivo compie un’operazione diversa. Mostra un volto, un luogo, un documento. Restituisce una voce. Utilizza il movimento, il ritmo, il silenzio e la musica per creare una relazione immediata con ciò che viene raccontato. Non è migliore. Non è peggiore. È diverso. Ed è proprio questa diversità a renderne interessante l’incontro con il libro.

Non raccontare il libro al posto del libro

Esiste però un confine che ritengo fondamentale. Se utilizziamo il video semplicemente per condensare un libro, rischiamo di compiere un’operazione paradossale: trasformare uno strumento nato per avvicinare alla lettura in un motivo per evitarla.

Viviamo già nell’epoca dei riassunti. Riduciamo conferenze a pochi minuti, articoli a poche righe, conversazioni a frammenti, concetti complessi a formule immediatamente condivisibili. Oggi persino opere molto articolate possono essere sintetizzate in pochi secondi attraverso strumenti digitali e sistemi di intelligenza artificiale.

È certamente utile quando abbiamo bisogno di orientarci rapidamente. Ma conoscere la sintesi di un libro non significa aver letto quel libro. Tra le due esperienze esiste una distanza che nessuna tecnologia può cancellare, perché leggere non significa soltanto acquisire il contenuto di una pagina. Significa seguire un ragionamento, concedere tempo a un’idea, fermarsi, tornare indietro, dissentire, riconoscersi. Significa costruire una relazione con il pensiero di qualcun altro. Se dunque immagini e suoni vogliono dialogare con il libro, credo che il loro compito non debba essere quello di raccontarlo. Dovrebbero raccontare ciò che esiste intorno ad esso.

Prima della prima pagina

Nel precedente articolo di questa serie ci siamo soffermati su una considerazione: ogni libro nasce da una domanda. Prima della pubblicazione esiste infatti un territorio che il lettore raramente conosce. Ci sono la ricerca dell’autore, i luoghi nei quali quella ricerca si è sviluppata, le persone incontrate, i documenti consultati, le intuizioni iniziali e quelle abbandonate lungo il percorso.

Nel libro storico possono esserci archivi, reperti, paesaggi e testimonianze. Dietro un saggio scientifico possiamo trovare laboratori, ricercatori, esperimenti, controversie e anni di studio. Prima di un romanzo possono esserci un luogo reale, un episodio dimenticato, un personaggio incontrato molti anni prima o una vicenda personale trasformata progressivamente in narrazione.

Tutto questo non è il libro. Ma appartiene alla sua storia. Ed è proprio qui che i nuovi linguaggi possono trovare uno spazio straordinariamente interessante. L’immagine può mostrarci i luoghi. La voce può restituirci il pensiero dell’autore. Un documento può riportarci all’origine di una ricerca. La musica può accompagnare un’emozione senza bisogno di spiegarla. Il linguaggio audiovisivo può quindi raccontare quel territorio che precede e circonda l’opera, fermandosi esattamente nel punto in cui deve cominciare l’esperienza personale del lettore. Non sostituire la prima pagina. Condurre fino ad essa.

Dalla promozione all’incontro

Questo cambiamento di prospettiva porta con sé anche una domanda sul significato stesso della comunicazione editoriale. Siamo abituati a parlare di promozione del libro. È comprensibile. Un’opera deve essere conosciuta per poter essere scelta, e l’editoria è anche un’attività economica che deve confrontarsi con il mercato. Ma forse, accanto alla promozione, possiamo cominciare a immaginare qualcosa di diverso. Possiamo creare un incontro.

Nel secondo articolo di questa serie abbiamo osservato che il lettore non cerca soltanto informazioni. Cerca significati. Nel terzo abbiamo provato a spostare lo sguardo verso l’autore, chiedendoci quale domanda avesse dato origine alla sua opera. Ora quei due percorsi possono finalmente avvicinarsi.

Da una parte esiste qualcuno che ha sentito la necessità di raccontare, studiare o comprendere qualcosa. Dall’altra qualcuno che, magari anni dopo e senza conoscere quell’autore, porta con sé una domanda simile. Il libro è il luogo nel quale possono incontrarsi. I nuovi linguaggi possono diventare il ponte che permette loro di riconoscersi. Non servono quindi necessariamente più informazioni sul libro. Potrebbe servire qualcosa di molto più semplice e, nello stesso tempo, più difficile da costruire: una ragione per desiderare di conoscerlo.

Fermarsi sulla soglia

Forse è proprio questo il punto nel quale la comunicazione editoriale può iniziare a esplorare territori nuovi. Non trasformando il libro in un video. Non riducendolo a una sintesi. Non cercando di sostituire con pochi minuti ciò che un autore ha scelto di raccontare attraverso centinaia di pagine. Ma utilizzando immagini, parole, documenti, voce e musica per raccontare la storia che esiste prima e intorno a quelle pagine.

Con una regola molto semplice. Fermarsi sulla soglia. Perché oltre quella soglia deve rimanere il libro. E deve rimanere il lettore. Da soli. È lì che comincia l’esperienza che nessun altro linguaggio può vivere al posto loro. Forse, allora, la vera innovazione non consiste nell’inventare qualcosa che sostituisca il libro, ma nel trovare nuovi modi per accompagnare le persone fino ad esso.

E se questo principio fosse valido non soltanto per un’opera editoriale?

Se dietro ogni opera compiuta esistesse un territorio invisibile fatto di idee, tentativi, persone, scelte e significati che merita di essere raccontato?

È una domanda che ci porta oltre il confine dal quale siamo partiti. Forse, allora, la vera innovazione non consiste nell’inventare qualcosa che sostituisca il libro, ma nel trovare nuovi modi per accompagnare le persone fino ad esso.

E se questo principio fosse valido non soltanto per un’opera editoriale?

Se dietro ogni opera compiuta esistesse un territorio invisibile fatto di idee, tentativi, persone, scelte e significati che merita di essere raccontato?

Forse, prima ancora di raccontare ciò che un’opera è diventata, dovremmo imparare a raccontare perché è nata.

Se ti sei perso gli articoli precedenti “Oltre il libro”, puoi leggerli qui: Riflessioni sul futuro della comunicazione editorialeIl lettore non cerca soltanto informazioni, ma significati. Ogni libro nasce da una domanda.

Pubblicato il: 24 Agosto 2026
Verificato da MonsterInsights