Globe Today's

Notizie quotidiane internazionali

Oltre il dollaro: la sfida a Tianjin che spaventa gli USA

A un anno dal vertice in Cina, ecco come la dedollarizzazione sta creando un mondo che vuole fare a meno dell’America.

A un anno da Tianjin

Un anno fa accadde qualcosa che probabilmente molti di voi non ricordano. Tra il 31 agosto e il 1° settembre 2025, a Tianjin, in Cina, si riunirono i leader della Shanghai Cooperation Organisation. Al tavolo sedevano Xi Jinping, Vladimir Putin, Narendra Modi e i rappresentanti di Russia, India, Pakistan, Iran e delle repubbliche dell’Asia centrale. Più di venti leader stranieri parteciparono a quello che fu il più grande vertice nella storia dell’organizzazione.

Due giorni dopo, il 3 settembre, Pechino mostrò al mondo anche l’altra faccia della propria strategia: una gigantesca parata militare per celebrare gli ottant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale. Xi Jinping osservava sfilare missili, droni e migliaia di soldati con Vladimir Putin e Kim Jong-un al proprio fianco.

Occhi distratti

E naturalmente noi guardammo soprattutto quella. I missili, i soldati, Kim, Putin, le uniformi: la fotografia perfetta per raccontare l’ennesima esibizione muscolare della Cina. Ma a Tianjin era successo qualcosa di molto meno fotogenico e probabilmente molto più importante. Si era parlato di una banca di sviluppo della SCO, di finanziamenti indipendenti dalle grandi istituzioni occidentali, di commercio nelle valute nazionali e di infrastrutture finanziarie alternative. Xi Jinping aveva invitato i Paesi membri a sfruttare quello che definì il loro «mega mercato» e aveva parlato apertamente della costruzione di un sistema di governance mondiale più multipolare.

La Cina annunciò inoltre 2 miliardi di yuan di aiuti ai Paesi membri e altri 10 miliardi di prestiti attraverso il consorzio bancario dell’organizzazione. Tradotto dal diplomatico all’italiano: una parte enorme del pianeta ha discusso di come diventare meno dipendente dall’Occidente e, soprattutto, dagli Stati Uniti. Non di come distruggerli o di come sostituire il dollaro con lo yuan il lunedì successivo, ma di qualcosa di molto più pragmatico: poter commerciare, finanziare infrastrutture, comprare energia e trasferire denaro senza dover necessariamente attraversare un sistema finanziario dominato dalla valuta americana.

Il progetto della nuova banca della SCO

All’epoca sarebbe stato facilissimo liquidare tutto come propaganda cinese. È passato quasi un anno e adesso possiamo controllare. La prima sorpresa è che la famosa banca della SCO non è rimasta soltanto una frase pronunciata davanti alle telecamere. Non existe ancora, non ha aperto sportelli e non sta prestando miliardi in giro per l’Asia, ma il progetto è passato dalla dichiarazione politica alla progettazione concreta.

Il 28 maggio 2026, a Bishkek, rappresentanti di venti Paesi hanno discusso gli elementi fondamentali della futura banca. Il 29 e 30 giugno si sono incontrati nuovamente a Shenzhen: questa volta erano rappresentati ventotto Paesi insieme al Segretariato della SCO. È stato il quarto incontro di consultazione dedicato alla nuova istituzione finanziaria. Si stanno discutendo struttura, funzionamento e prossimi passi. Insomma, non è ancora una banca, ma non è più nemmeno uno slogan. E durante la riunione dei ministri delle Finanze e dei governatori delle banche centrali SCO, sempre a Bishkek, è comparso nero su bianco un altro obiettivo: aumentare l’utilizzo delle valute nazionali negli scambi tra i Paesi membri.

Il cuore della questione

dedollarizzazione - I capi dei BRICS nel 2023
I capi dei BRICS nel 2023, da sinistra a destra: il presidente brasiliano Lula da Silva, il presidente cinese Xi Jinping, il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, il primo ministro indiano Narendra Modi e il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov (in rappresentanza del presidente russo Vladimir Putin). (Prime Minister’s Office – Press Information Bureau, GODL-India)

Ed eccoci al cuore della questione, perché quando si parla di «dedollarizzazione» parte immediatamente il circo: il dollaro sta morendo, i BRICS lanceranno una nuova moneta, l’America fallirà, lo yuan conquisterà il mondo. Tutte ottime frasi per raccogliere clic, peccato che i numeri raccontino qualcosa di molto diverso. Nel primo trimestre del 2026 il dollaro rappresentava ancora il 57,13 per cento delle riserve valutarie mondiali dichiarate al Fondo Monetario Internazionale. Non solo non era crollato, era persino leggermente aumentato rispetto al trimestre precedente, anche per effetto delle variazioni dei cambi.

Quindi togliamoci subito di torno la castroneria più grossa: il dollaro non sta morendo e lo yuan non sta conquistando il mondo. Ma se ci fermiamo qui rischiamo di non vedere quello che sta realmente accadendo, perché per diminuire il potere del dollaro non è necessario sostituirlo. È sufficiente, lentamente, renderlo meno indispensabile.

Circuiti di pagamento alternativi e accordi tra banche centrali

Cina e Russia ne sono l’esempio più evidente. Quasi tutto il commercio bilaterale, che vale circa 240 miliardi di dollari, è ormai regolato in rubli e yuan. Per Mosca non è una raffinata scelta di politica monetaria: dopo le sanzioni occidentali è diventata una necessità. Ma una necessità può trasformarsi in un precedente. Nel frattempo Pechino continua a costruire l’infrastruttura necessaria perché altri possano fare altrettanto. CIPS, il sistema cinese per i pagamenti interbancari transfrontalieri in renminbi, alla fine di giugno 2026 contava 210 partecipanti diretti e 1.619 indiretti.

La sua rete raggiunge istituzioni finanziarie in 130 Paesi e regioni e, attraverso oltre 5.200 banche, può arrivare a 191 Paesi. Un anno prima i partecipanti diretti erano circa 170. Questo non significa affatto che CIPS abbia sostituito SWIFT, non ci è nemmeno vicino. Significa però che esiste, cresce e soprattutto offre una strada alternativa.

Gli accordi tra banche centrali

La stessa strategia si vede negli accordi tra banche centrali. A giugno Cina e Mongolia hanno rinnovato uno swap valutario da 15 miliardi di yuan, destinato esplicitamente a facilitare commercio e investimenti bilaterali. Presi singolarmente sembrano tecnicismi da pagina economica che fanno addormentare anche il commercialista. Messi insieme cominciano ad assomigliare a un sistema. E proprio il 10 agosto 2026, mentre scriviamo queste righe, la Banca centrale cinese ha pubblicato il proprio piano quinquennale impegnandosi ad ampliare ulteriormente l’utilizzo internazionale dello yuan negli scambi commerciali e negli investimenti. Non siamo davanti a una rivoluzione improvvisa, ma a un cantiere che continua a lavorare.

Poi c’è l’India, ed è probabilmente il pezzo più interessante di tutta la storia. Perché se questo fosse semplicemente il racconto di Cina, Russia, Iran e Corea del Nord che cercano di costruire un fronte antiamericano, ci sarebbe ben poco di sorprendente. Ma a Tianjin c’era Narendra Modi. L’India è una democrazia, è partner strategico degli Stati Uniti, partecipa al Quad insieme ad America, Giappone e Australia e considera la Cina contemporaneamente un partner commerciale, un concorrente e una minaccia strategica. Cinesi e indiani si sono persino ammazzati lungo il confine himalayano nel 2020. Eppure Modi era lì.

Il ruolo pragmatico dell’India tra Cina e Stati Uniti

Un anno dopo, i rapporti tra Pechino e Nuova Delhi sono sensibilmente migliorati. Sono ripresi i voli diretti, sono state semplificate alcune procedure per i visti, l’India ha allentato parte delle restrizioni agli investimenti cinesi introdotte dopo gli scontri del 2020 e dal primo agosto 2026 è ripreso il commercio attraverso il confine dopo sei anni di sospensione. Attenzione, però: l’India non è diventata improvvisamente amica della Cina. Il 7 agosto Nuova Delhi ha ribadito che la pace lungo il confine conteso resta indispensabile per una vera normalizzazione dei rapporti. E soprattutto l’India ha un problema gigantesco con Pechino: nell’anno fiscale 2025-26 ha importato dalla Cina merci per circa 132 miliardi di dollari, accumulando un deficit commerciale superiore ai cento miliardi. Modi non vuole diventare dipendente dalla Cina, ma non vuole nemmeno costringere a scegliere tra Cina e Stati Uniti.

Attenzione alla prospettiva

Ed è qui che probabilmente stiamo sbagliando prospettiva. Continuiamo a osservare il mondo cercando nuovi blocchi: Occidente contro Oriente, NATO contro SCO, America contro Cina, come se il XXI secolo dovesse necessariamente ricostruire la Guerra Fredda cambiando soltanto i nomi sulle magliette. Forse non sta succedendo questo. Forse sta nascendo qualcosa di molto più scomodo per Washington: un mondo nel quale sempre più Paesi vogliono poter fare affari con gli Stati Uniti, con la Cina, con la Russia, con l’Europa e con chiunque altro senza appartenere completamente a nessuno. Un mondo di alleanze variabili nel quale possedere delle alternative diventa, di per sé, una forma di potere.

Per capire perché questo preoccupi Washington bisogna ricordare che la supremazia americana non è mai dipesa soltanto dalle portaerei, dalle basi militari o dalla Silicon Valley. Una parte enorme del potere degli Stati Uniti deriva dalla posizione del dollaro nel sistema finanziario internazionale. Se commerci in dollari, mantieni riserve in dollari, finanzi il tuo debito attraverso mercati collegati al dollaro e utilizzi banche integrate nell’architettura finanziaria occidentale, Washington possiede una leva formidabile. Le sanzioni funzionano proprio perché quella leva existe. Russia e Iran lo hanno imparato sulla propria pelle e altri Paesi hanno preso appunti.

Una via d’uscita per il futuro del sistema finanziario globale

Questo non significa necessariamente condividere la politica di Mosca o Teheran. Significa semplicemente che qualsiasi governo razionale, osservando cosa è accaduto, può chiedersi cosa succederebbe se un giorno capitasse a lui. È lì che nasce il valore di un circuito alternativo: non devi necessariamente usarlo, devi sapere di poterlo usare. È la differenza tra vivere in una casa con una sola porta e vivere in una casa con un’uscita sul retro. Finché non c’è un incendio sembrano identiche.

Ed è forse questa la cosa che abbiamo sottovalutato di Tianjin. Un anno fa non è nato un nuovo ordine mondiale, non è nata un’alleanza asiatica equivalente alla NATO e non è nato un nuovo dollaro. Nemmeno la Shanghai Cooperation Organisation è quel monolite che talvolta viene rappresentato: India e Cina diffidano l’una dell’altra, Russia e Cina hanno interessi differenti in Asia centrale, Pakistan e India sono rivali storici e ogni Paese difende ferocemente la propria sovranità. Ma proprio per questo il fenomeno è interessante. Non devono amarsi, devono trovare conveniente collaborare.

Non è vero che nulla sta cambiando

Intanto l’Occidente dovrebbe evitare un errore ancora più grande: convincersi che, siccome il dollaro conserva circa il 57 per cento delle riserve mondiali e SWIFT domina ancora i pagamenti internazionali, nulla stia cambiando. Gli imperi economici raramente scompaiono perché qualcuno costruisce improvvisamente un impero migliore. Perdono terreno quando gli altri costruiscono alternative, una alla volta: una banca, un accordo valutario, un sistema di pagamento, una ferrovia, un gasdotto, un contratto energetico regolato in una valuta diversa. Nessuno di questi eventi, da solo, cambia il mondo. Migliaia di questi eventi possono farlo.

Ed è questo che rende interessante tornare oggi a Tianjin. Non perché Xi Jinping avesse annunciato la fine dell’America, perché non lo fece. Non perché Putin, Modi e Xi avessero fondato un nuovo impero eurasiatico, perché non fecero nemmeno quello. Ma perché alcuni dei più grandi Paesi del pianeta cominciarono a discutirne seriamente di come costruire un sistema nel quale l’Occidente non fosse più l’unica porta attraverso cui passare.

Un anno dopo quella porta è ancora spalancata. Il dollaro domina, SWIFT domina, Wall Street domina e gli Stati Uniti restano la più potente macchina finanziaria del pianeta. Ma nel muro, lentamente, stanno comparendo altre porte. Ed è possibile che il vero cambiamento storico non arriverà il giorno in cui qualcuno annuncerà trionfalmente la morte del dollaro. Potremmo accorgercene molto più tardi, quando un Paese verrà minacciato di essere escluso dal sistema occidentale, si guarderà intorno e risponderà semplicemente: «Quale sistema?»

Pubblicato il: 12 Agosto 2026
Verificato da MonsterInsights