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Nopoki: tra l’Amazzonia e le stelle

Nopoki, Amazzonia, le stelle. La correlazione tra tutto questo, in un lungo e appassionante racconto di scienza e umanità.

Nopoki: Terra e cielo, L'Amazzonia e le stelle
Terra e cielo, L’Amazzonia e le stelle

Ogni anno in Perù

Oltre al mio lavoro principale all’Università dell’Insubria, fin dal 2005 ogni anno vado per qualche mese in Perù come visiting professor di Epistemologia presso la Facoltà di Educación (quella che in Perù forma i docenti delle scuole) della Universidad Católica Sedes Sapientiae di Lima. Fu fondata 22 anni fa da un gruppo di docenti italiani che erano lì con un programma di cooperazione internazionale e in genere nota col suo acronimo UCSS.

Inizi avventurosi

Gli inizi sono stati a dir poco avventurosi.

Quando infatti ne parlai col Dado Peluso, il preside della Facoltà che in quel momento si trovava in Italia per ragioni di salute, lui mi disse che all’inizio i suoi colleghi italiani che insegnavano nella UCSS mi avrebbero fatto la traduzione simultanea. Poi un po’ alla volta avrei imparato, aiutato dal fatto che le due lingue sono abbastanza simili. Il viaggio fu però molto travagliato, sicché dovetti prepararmi in fretta e furia per la prima lezione, senza avere il tempo di vedere nessuno. Per fortuna avevo un buon numero di diapositive, che avevo in parte tradotto in spagnolo, altrimenti sarebbe stato un disastro totale. Comunque le cose andarono maluccio.

Tuttavia non ero particolarmente preoccupato, perché contavo che a partire dalla lezione seguente mi avrebbero aiutato loro.

¡No hay problema! ¡Habla, habla!

Lo scienziato Paolo Musso

Quando però ne parlai con Andrea Aziani, allora responsabile dell’area di filosofia (che sarebbe morto improvvisamente e prematuramente di lì a tre anni e del quale è attualmente in corso la causa di beatificazione), scoprii con orrore che invece nessuno era in grado di tradurmi. Ormai mancava solo un’ora all’inizio della seconda lezione, che oltretutto era di ben tre ore, dato che per non rendere la mia trasferta troppo lunga l’intero corso era stato compresso in un solo mese!

Quando gli dissi che non potevo farcela, Andrea mi rispose soltanto: «No hay problema! Habla, habla!», poi se ne andò gridando: «Viva il nostro filosofo!».

Non avevo nulla da perdere

Potete immaginare cosa mi passò per la testa (anzi, no: NON potete). Ricordo che mi chiusi nell’ufficio di Marco Arias (il giovane docente che mi era stato dato come aiutante e che poi ha fatto carriera, diventando direttore della filiale di Nueva Cajamarca) e rimasi a fissare le diapositive chiedendomi cosa mai potessi fare. A un certo punto, mi venne in mente che si dice che lo Spirito Santo può dare il dono delle lingue. Io non ci avevo mai creduto, ma ormai cosa avevo da perdere? Bene, adesso ci credo!

Non so come, ma parlai spagnolo

Non so come accadde, ma cominciai a parlare spagnolo. Benissimo no, ma almeno in modo comprensibile e soprattutto senza fermarmi continuamente, che è la cosa più micidiale per chi ascolta (ricordatevelo, se doveste trovarvi in una situazione analoga. Anche se quando si è consapevoli di fare un sacco di errori è difficile, continuate lo stesso a parlare senza mai fermarvi, almeno finché non cominciano a lanciarvi oggetti). Poi, un po’ alla volta, imparai e le cose si sistemarono.

Ma il meglio doveva ancora venire.

Alla fine del corso

Alla fine del corso, infatti, Tista Bolis, il Vice-Rettore della UCSS, mi confessò che, anche se fin lì nessuno aveva avuto il coraggio di dirmelo, a loro Peluso aveva detto che io non solo sapevo perfettamente lo spagnolo, ma avevo già tenuto corsi e conferenze in quella lingua. Evidentemente, aveva pensato che se ci avesse detto la verità non se ne sarebbe fatto niente, mentre se fossi andato, poi in qualche modo me la sarei cavata.

E la cosa più incredibile è che ha avuto ragione!

Quando una storia comincia così

Quando una storia comincia così, non può che nascerne una grande amicizia. Infatti è proprio ciò che è accaduto con tutti i protagonisti qui menzionati nonché con molti altri conosciuti successivamente, tra i quali voglio menzionare almeno Janina Navarro, che è diventata la mia nuova assistente nel 2009 e con cui siamo presto diventati inseparabili. Molte cose sono successe da allora, compreso il corso sperimentale sui fondamenti dell’economia di cui ho parlato negli ultimi due articoli (“Effetto QWERTY parte1“; “Effetto QWERTY Parte2“; “Scienza e fantascienza a confronto“), ma quella più notevole è stata senz’altro il progetto di Oxford.

Il progetto della Oxford University

Paolo Musso nell’Università UCSS-Nopoki (marzo 2017)

Nel 2016, infatti, nell’ambito di un grande progetto della Oxford University in America Latina, uscì un bando che permetteva a 6 università latinoamericane di invitare un professore straniero per sviluppare un progetto su temi al confine tra scienza, filosofia e religione, tra cui spiccava al primo posto quello della vita nello spazio. Mi resi subito conto che avremmo potuto vincere facilmente, grazie al fatto che fin dal 1997 avevo lavorato ai massimi livelli nell’ambito del SETI (la ricerca di possibili segnali radio di civiltà extraterrestri, di cui vi racconterò meglio nel prossimo articolo), se non fosse stato per un dettaglio: nella UCSS non c’era nessuna Facoltà di tipo scientifico. Quindi come collegare le due cose?

E fu qui che entrò in ballo l’Amazzonia.

La UCSS-Nopoki

La UCSS, infatti, accogliendo una proposta del missionario francescano Gerardo Žerdin, fin dal 2006 aveva aperto una sede nella cittadina di Atalaya, nel sud-est del paese, sulle rive del grande fiume Ucayali. La UCSS-Nopoki, in cui studiavano ragazzi provenienti da 7 diversi popoli amazzonici (oggi, dopo il celebre discorso di Papa Francesco a Puerto Maldonado del 19 gennaio 2018, in cui indicò Nopoki come un esempio per tutti, sono diventati addirittura 19).

“Nopoki” è una parola della lingua degli Asháninka, uno dei 5 popoli fondatori, che significa “Sono venuto”, a indicare la ferma decisione degli studenti, che in effetti spesso vengono da luoghi lontani giorni e giorni di viaggio, ma il suo segreto non sta solo nell’impegno.

Ciò che rende Nopoki un luogo unico al mondo è il fatto che ogni popolo amazzonico vi manda non solo i propri figli, ma anche uno dei propri “saggi”, in genere accompagnato da un giovane che lo aiuta e si prepara a succedergli.

La funzione dei saggi di Nopoki

La loro funzione è insegnare ai ragazzi del proprio popolo la loro lingua originaria e la loro cultura tradizionale, in modo che possano mantenere (e in molti casi addirittura ricuperare) la propria identità mentre apprendono ciò che può essergli utile della nostra cultura occidentale.

Ciò fa sì che a Nopoki l’incontro tra diverse culture diventi un arricchimento per tutti anziché un’esperienza di reciproca incomprensione, come avviene di solito.

Voglio sottolineare questo punto. Perché è fondamentale, ma purtroppo anche chi vuole difendere i popoli amazzonici in genere non lo capisce, credendo che basti bloccare tutto così com’è. Invece, la prima cosa che mi disse Didier López, il giovane professore del popolo Yine, appena arrivai ad Atalaya fu che loro non sopportano questo atteggiamento, che in fondo è sottilmente razzista, perché non li considera uomini come gli altri, ma una specie di museo vivente. Loro invece, esattamente come noi, vogliono progredire e migliorare la propria vita.

Solo che vogliono farlo a modo loro, prendendo dalla nostra cultura ciò che gli serve senza vedersi costretti ad accettare anche ciò che non desiderano.

Cosa c’entra tutto questo col SETI?

La sete di sapere – By Cdd20

Ora, cosa c’entra tutto questo col SETI?

Ebbene, c’entra moltissimo, giacché per chi ha dedicato la vita a cercare i deboli segni di altre civiltà nell’immensità del cosmo è inevitabile chiedersi cosa potrebbe succedere se la ricerca dovesse avere successo. Dovremmo comunicare con loro? E, se sì, riusciremmo a capirci? E quale impatto potrebbe avere sulla nostra cultura il contatto con un’altra così diversa e con ogni probabilità molto più avanzata? Non abbiamo molto su cui basarci per tentare una risposta. Uno dei pochi punti di riferimento è ciò che è accaduto quando un simile incontro si è verificato tra civiltà terrestri e l’esempio più gettonato è proprio quello dell’incontro tra la civiltà occidentale e quelle dei popoli originari delle Americhe. In particolare quelli dell’America Latina, dato che non sono stati completamente annientati come è accaduto al Nord. Anche la loro situazione, però, non è certo esaltante.

Di qui l’idea. Perché non studiare, per una volta, un esempio di interazione positiva come quello di Nopoki, per vedere se è possibile ricavarne qualche indicazione anche per il SETI?

Il progetto “La vida en el universo…”

È nato così il progetto La vida en el universo: su origen, su naturaleza, su sentido.

Proposto dalla UCSS insieme a un’altra università di Lima, la UNIFÉ, che è risultato tra i 6 vincitori. Così dal 20 febbraio al 28 aprile del 2017 si è svolto tra Lima e Atalaya un evento senza precedenti per il Perù, che ha consentito alla UCSS di guadagnarsi la stima di molte università ben più prestigiose, ricche e organizzate, specialmente grazie al congresso internazionale conclusivo, al quale hanno partecipato diversi scienziati e filosofi di livello internazionale, insieme a quelli locali.

I media hanno dedicato molto spazio al progetto

Anche i media ci hanno dato moltissimo spazio. In particolare, io ho avuto un’intervista di quasi 9 minuti durante il telegiornale nazionale e un’altra di un’intera pagina su El Comercio, il principale quotidiano nazionale, oltre a molte altre su televisioni e giornali minori. Per me, comunque, il più grande successo è stato vedere i miei giovani amici di Lima e di Nopoki interagire con la massima disinvoltura con questi grandi personaggi di cui fino a poco tempo prima non conoscevano nemmeno l’esistenza (quando gli proposi l’idea del progetto, la prima domanda che mi fecero fu: “Che cos’è Oxford?”).

I rapporti personali sono stati il catalizzatore e il risultato del progetto

Ma i rapporti personali non sono stati solo il risultato del progetto. Ma anche ciò che l’ha reso possibile (e speriamo che questa disgraziata vicenda del virus ci aiuti almeno a capire quanto siano preziosi e non sostituibili da alcuna tecnologia).

È stato solo grazie alla sua familiarità con i popoli amazzonici che a Monsignor Žerdin è venuta l’idea di creare Nopoki. È stato solo grazie all’amicizia con lui che questi ultimi hanno accettato di veder partire e restare lontani per gran parte dell’anno i propri saggi e i propri ragazzi. E ‘stato ancora per la fiducia personale che si è creata tra Žerdin e Tista che la UCSS, unica fra tutte le università di Lima, ha accettato di imbarcarsi in questa avventura, che a prima vista poteva apparire folle.

Io stesso non sarei mai riuscito ad ottenere la collaborazione degli studenti e dei professori indigeni di Nopoki se non fossi stato accompagnato da altri due grandi amici, Guisella Azcona e Wilmer Atachahua, che avevano insegnato a Nopoki per tre anni. Proprio Wilmer (che di Nopoki è stato anche direttore) sarà, insieme a Tista, tra i protagonisti dell’ultimo incontro del ciclo Scienza & Fantascienza di quest’anno che si terrà mercoledì prossimo 25 novembre alle 14,30.

Se volete saperne di più sulla straordinaria esperienza di Nopoki, è l’occasione giusta.

Il link per partecipare si trova nella home page dell’Insubria alla sezione Eventi (www.insubria.it). Inoltre, i video di tutti gli incontri del ciclo saranno disponibili a giorni sul canale YouTube dell’Insubria.