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Non mi reco da nessuna parte

In onda con 3 dita - La copertina di “In onda con 3 dita”
La copertina di “In onda con 3 dita”

Luca Tramontin ci spiega cosa si nasconde dietro certe forme del “televisivamente corretto” delle telecronache. Una serie di aspetti sorprendenti e collegati ai suoi scandalosi capitoli su “Commentopoli” dal libro “In onda con 3 dita”.

Non mi reco da nessuna parte. E nemmeno commento una partita in quel di Cardiff. E non vado a leggervi quelle che sono le formazioni delle squadre. Vado. E non mi reco. Commento da Cardiff. E leggo le formazioni. Perché ritengo che il telecronista abbia il dovere di essere semplice e non elegantino come piace alle nonne. Alle nonne normali intendo, perché a mia Nonna Bi’a piacevano James Hunt e la Gialappa’s.

L’ITALIANO TELEVISIVO

Esiste un italiano “televisivo”, cioè una sottolingua che si usa solo in tv e poi (thanks God) si spegne nella vita di tutti i giorni. Immagina di vedere una partita di Hockey con un amico che ne sa meno. Gli diresti mai: «Il rimbalzo del disco gli dice male e lui va per le terre»? No, ti darebbe un pugno. Gli diresti «Rimbalzo sfortunato e caduta». Ecco, secondo me lo spettatore è un amico sul divano, che può saperne di più o di meno (ma è giusto diffondere quindi concentrarsi su chi ne sa meno), e tu in cabina sei solo un SEMPLIFICATORE DI COMPRENSIONE.

Per Luca Tramontin lo spettatore è un compagno di squadra, un amico da accompagnare con il “semplificometro”.

FARE BELLA FIGURA

Fare bella figuretta con la parolina da salottino buono è solo un segno di insicurezza, non è reato, capiamoci, ma è comunque un camuffamento che punta a fare emergere il commentatore (che in realtà fa peggio) più che il match o i suoi segreti. Spesso lo spettatore è uno specialista, che conosce il gioco benissimo, ma (legittimamente) non ha in mano le ultimissime notizie dallo spogliatoio. Io tendo (malvolentieri) a penalizzare un po’ gli esperti, ma sono tutti così bravi da capire che tento di portare persone nuove al loro sport. La storia dietro le pronunce forzate, dietro «il prosieguo* del match» (che – ripeto – nessuno direbbe mai nella vita normale) ha una interessante radice nella fase mussoliniana dei doppiaggi, degli accenti neutri e di una pretesa medio-borghesina superiorità di chi appare in video. Non la approfondisco perché si trova parecchia bella roba in rete. Comunque le parole del tele-italiano sono pescate da un linguaggio salottiero degli anni ‘40, se ci fai caso infatti sanno di antico.

  • Interessante, per linguistica e sociologia spiccia: fate caso quanta fatica fanno i telecronisti a pronunciare prosieguo. Qualcuno dice proseguo, qualcuno prosieguio, e comunque si sente che è una parola che non usano mai (per fortuna).
Pubblicato il: 11 Febbraio 2026
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