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Nella “favola dell’ovo” un grande messaggio di speranza e rinascita

La poesia di Gozzano e l’atmosfera inquieta

La "favola dell’ovo"
La “favola dell’ovo”

Le Festività di Pasqua sono finite, tuttavia, incoraggiata dalla tradizionale dilatazione del tempo pasquale a un arco temporale di cinquanta giorni, non rinuncio a proporre alcune riflessioni evocate da una poesia che ho riscoperto e che offre, anche nella fioca luce crepuscolare della corrente letteraria dell’Autore, interessanti “riverberi” sull’attualità del tempo che stiamo vivendo. Si tratta dei versi di Pasqua, scritti da Guido Gozzano nel 1937, ambientati in un contesto di paese, evocativi di una minaccia di pioggia imminente che occupa la parte centrale della lirica insieme all’abbraccio spietato del rovo che “intrica” il “bosco triste”.

La personalizzazione del bosco, cui viene attribuito un sentimento umano, rivela una volta per tutte che il contenuto profondo della poesia è tutt’altro che paesaggistico. In realtà, già dalla prima terzina si avverte un’atmosfera inquieta e cupa, veicolata dall’immagine dell’erba parietaria, che “come una bimba gracile s’affaccia ai muri della casa centenaria”. Si tratta di una scelta non casuale: è una pianta infestante, detta anche muraiola, inserita nel primo verso sicuramente non per assecondare le esigenze metriche dell’endecasillabo, ma per suggerire una metafora del raggiungimento dell’ultima parte della vita da parte dell’Autore – la parietaria predilige i vecchi muri – e per alludere a una sorta di oppressione, che avanza, come l’erba invasiva, e non sembra dare scampo.

Il “Quand’ecco” e la svolta luminosa

Ma con gli ultimi tre versi, inaugurati da un efficacissimo “Quand’ecco”, succede qualcosa che cambia tutto. Anche la scelta maggioritaria delle vocali, dal suono più dolce e disteso rispetto alle consonanti, taglienti e aspre, si presta ad accogliere il “richiamo”, che si sente provenire dai pollai, “sereno e nuovo”, di una Festa che, come la parietaria, “empie la terra” – e stavolta si tratta non di una grigia parete rurale, ma forse di tutto il mondo – “con l’antica favola dell’ovo”.

Simboli, rinascita e significati universali

È una poesia di grande impatto emotivo, con una scelta lessicale che supera il significato comune delle parole per diventare allusiva e subliminale. Forse l’aggettivo “pia” richiama il verso del pulcino, e l’“ovo” non può non evocare il “nuovo” che irrompe nei versi alla fine del componimento. Certamente, quest’ultima immagine rappresenta un antico e mai tramontato simbolo di rinascita laica e di rinnovamento nel corso del ciclo naturale, che, nel caso del tempo pasquale, coincide con il risveglio primaverile dopo il periodo invernale. È un concetto che in molte culture incrocia una credenza cosmica, poiché rappresenta la fase primigenia della creazione dell’universo. Dalle origini pagane della rinascita alla Pasqua cristiana, la vittoria della Luce sulle tenebre ha trovato nel Sepolcro vuoto il trionfo della Vita sulla Morte.

Una speranza che nasce dal quotidiano

È, dunque, una poesia capace di parlare a tutti e che a tutti offre una speranza: che sia una ripartenza, intima e personale, che sia un augurio di pace in questa realtà mondiale devastata dalle guerre. Ed è significativo che il messaggio non arrivi da cattedre e piedistalli ma dal pollaio di un paese dai muri diroccati invasi dall’erba, perché è nella quotidianità che siamo chiamati a preservare la sacralità dei diritti, l’inderogabilità dei doveri, il valore del rispetto reciproco, la possibilità per ciascuno di riscattarsi da un dolore, superare una malattia, riaffacciarsi alla vita come quella “bimba gracile” che, nonostante tutto, non si sottrae al prodigio dell’esistenza. Perché, citando un altro grande Poeta, Pablo Neruda, “È per rinascere che siamo nati”.

Pubblicato il: 17 Aprile 2026
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