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Mental coach: cosa fa ce lo spiega Marco Cassardo

Marco Cassardo uno dei più autorevoli mental coach italiani

“Mental coach” è una professione che letteralmente in italiano si traduce in “allenatore mentale”. È un mestiere molto attuale, sempre più importante anche in considerazione dei tempi in cui viviamo. Il perché lo chiediamo a uno dei più affermati mental coach italiani. Marco Cassardo.

Marco Cassardo

In breve: è laureato in giurisprudenza, ma non ha mai voluto fare l’avvocato, ha fatto il giornalista e in seguito lo scrittore. Ha infatti pubblicato già cinque libri. Il suo ultimo si chiama “Campioni si diventa”, edito da Cairo Editore, peraltro presidente della sua squadra del cuore: il Torino. È stato anche sportivo praticante proprio nelle giovanili della squadra Granata, ma anche ora che ha raggiunto la maturità come età, continua a fare sport. È un maratoneta eccellente, pensate che ottiene risultati e tempi di assoluto livello, ma continua anche ad esibirsi in campo con la nazionale di calcio scrittori.

La svolta a quarant’anni

Mental coach è la sua professione, meglio la sua scelta di vita. Si perché come dichiara lui stesso nella sua biografia, a quell’età scelse di dedicare il suo futuro alle sue vere passioni: sport, letteratura e psicologia. Tralascio tutti i suoi attestati di merito e il percorso formativo che lo ha portato a divenire, come ho scritto in premessa, uno dei più affermati mental coach, perché ritengo più interessante, parlare con lui direttamente per capire chi è davvero e cosa fa Marco Cassardo, anche da un punto di vista non solo strettamente professionale.

Cassardo allena la mente, ma anche il corpo. E’ un eccellente sportivo.

L’intervista

Ci spiega brevemente cosa significa fare il mental coach?

Fare il mental coach significa lavorare con atleti che desiderano massimizzare la qualità dei propri risultati sportivi. Il mental coach è proiettato sul futuro e sulle risorse “forti” dell’atleta. Il suo scopo è di fornire all’atleta gli strumenti per ottimizzare le prestazioni concentrandosi sulla pianificazione e definizione degli obiettivi, sul miglioramento della capacità attentiva, sulla gestione degli stati d’animo, sulla creazione di convinzioni e abitudini mentali vincenti. Il mental coach lavora per sgombrare la mente dell’atleta da pregiudizi e credenze limitanti

Perché ha scelto di farlo nel calcio?

Lavoro con tutti gli sportivi, non solo con i calciatori. Collaboro prevalentemente con calciatori professionisti perché ho iniziato con loro e, di anno in anno, è aumentata la mia esperienza e – cosa che mi rende molto orgoglioso – si è attivato un passaparola molto positivo nei confronti dell’efficacia del mio lavoro.

I suoi clienti sono singoli calciatori o lei è consulente anche di un intero team?

Lavoro con singoli calciatori. Le società di calcio, eccezion fatta per la Juventus, sono ancora lontane anni luce dal dare la giusta importanza all’aspetto mentale nel calcio. I dirigenti, nella stragrande maggioranza dei casi, mancano della cultura necessaria e gli allenatori temono che la figura del mental coach gli faccia perdere credibilità e autorevolezza all’interno dello spogliatoio. Una sola volta ho lavorato con un intero team; è stato qualche anno fa. Mi chiamò l’amico Ezio Rossi, al tempo mister del Casale. Mi chiamò perché Ezio ha una marcia in più, è un allenatore evoluto; la stagione fu ottima sia dal punto di vista sportivo sia sotto il profilo della relazione con i calciatori.

Ci può dire il nome di qualche suo cliente?

Posso fare i nomi di quei giocatori ben contenti di divulgare di lavorare con un mental coach; altri, per motivi di privacy, preferiscono che non si sappia. Vi faccio quattro nomi di ragazzi e giocatori splendidi: Mancuso dell’Empoli, Fossati del Monza, Borra dell’Entella e Tahiraj dell’Hajduk Spalato.

Invece, senza fare nomi, ci può raccontare un “caso risolto”?

Qualche anno fa iniziai a lavorare con un ragazzo che giocava nella Primavera di una società professionistica; era quasi sempre in panchina e la sua autostima era ai minimi termini. Credeva poco nelle sue capacità e stava affrontando un periodo di grande demotivazione. Piano piano, grazie alla sua intelligenza e capacità di mettersi in discussione, ha risalito la china, è diventato titolare inamovibile in Primavera e a fine stagione ha esordito in Serie A; una soddisfazione meravigliosa per lui e, di riflesso, anche per me.

Marco, lei ha scelto la professione che le era più congeniale, ma a chi non può scegliere, cosa consiglierebbe per motivarsi?

Fare al meglio il proprio lavoro, cercare ogni giorno il miglioramento, che si faccia i muratori o i ragionieri, i commessi o gli ingegneri. Solo così si possono combattere sentimenti come la noia e la frustrazione. In ogni caso il consiglio più grande che mi sento di dare è quello di focalizzarsi sulle proprie capacità e sui propri desideri, non cercare alibi, avere sempre in mente che il destino è nelle nostre mani. Prima o poi, se si è lavorato duro e si è dedicato tempo alla nostra crescita personale, la grande occasione arriva.

Lei ha dichiarato tre passioni principali: sport, letteratura, psicologia. Quale personaggio rappresenta meglio per lei ognuna delle tre categorie?

Per quello che riguarda la letteratura il mio mito è Proust; la sua “Recherche” mi ha cambiato la vita. Nel campo della psicologia il maestro rimane Freud, non solo per le sue scoperte rivoluzionarie, ma anche perché scriveva magnificamente; i suoi “casi clinici” rappresentano una lettura straordinaria. In ambito sportivo ho sempre amato gli dei; Pantani nel ciclismo, Federer nel tennis, Bolt nell’atletica e Maradona nel calcio sono i simboli di ciò che è il senso del divino in ambito sportivo.

Lei è un vero tifoso del Toro. Amici di fede mi hanno chiesto, sapendo che l’avrei intervistata, di farle una domanda. Perché il Toro non è mai riuscito a fare il salto di qualità in tutti questi anni?

Perché Cairo non ama il Torino e perché, per risparmiare e per incapacità di delega, in quindici anni non è riuscito a dare alla società una struttura valida. Il calcio è un business particolare, non bastano i conti a posto e il bilancino del farmacista; è necessario attivare il circuito virtuoso nell’ambiente lavorando sul senso di appartenenza, immedesimandosi nel sentimento dei tifosi, cogliendo le specificità della tifoseria. Questo vale sempre, a maggior ragione in una società come il Toro che dei valori emotivi ha sempre fatto la sua ragione di vita.

E se Cairo le chiedesse di intervenire come professionista, che ricetta suggerirebbe per risolvere questa situazione?

Gli direi che al Torino un mental coach non serve a nulla. Ne servirebbero una dozzina. Sarebbe necessario costituire una rete e una struttura di psicologi e mental coach che, a partire dalla Scuola Calcio fino alla prima squadra, seguisse tutti i tesserati (allenatori compresi). Il singolo mental coach, in una società priva di una “cultura della mente” a 360 gradi, fa lo stesso effetto del disperato che tenta di svuotare il mare con un secchiello. Psicologi e mental coach devono entrare a pieno titolo nella struttura di una società allo stesso modo di medici, preparatori atletici, dietologi, fisioterapisti, allenatori ecc. Cosi come a tecnica e tattica pensano gli allenatori, così come alla forma fisica pensano i preparatori, è necessario avvalersi di professionisti che allenino la mente. Si parla sempre più dell’importanza della mente nello sport, ma si continua a non fare nulla e a delegare i compiti formativi alle bestemmie del tecnico o di un suo uomo di fiducia. Il discorso va fatto a fondo e a più livelli, con uno staff di esperti che inizi a lavorare dalle giovanili.

Grazie è stato molto chiaro e se le venisse voglia di dare qualche altro consiglio ai lettori di Globe Today’s, per lei la porta è sempre aperta!