Maranza e zanza 3.0 due facce della stessa società
Il maranza si riconosce immediatamente: tuta, trap, perenne provocazione. Basta uno sguardo incrociato e subito esibisce la sua arroganza.
Lo zanza no. Non è più quello farlocco degli anni ’anta. Quello con cui abbiamo a che fare giornalmente è lo “zanza 3.0”. Si distingue perché parla bene, si veste bene, cura i profili social e LinkedIn deve essere curato ancora meglio, ha il reel motivazionale top, che distribuisce soluzioni a ogni problema che si possa avere. Lui sa, ma è in realtà semplicemente il figlio perfetto dei tempi nostri, dove per davvero l’apparire vale più dell’essere.

D’altro canto viviamo in un’epoca dove anche chi ci governa, troppo spesso, sembra dare il cattivo esempio, come dire “predicano bene, ma razzolano male”. Una politica urlata, fatta di slogan continui, incoerenza, promesse usa e getta, guerre, parola usata sia ideologicamente che purtroppo realmente. Uno spettacolo trash permanente. Non si costruisce più nulla, si segue il trend del giorno, si trova il nemico da attaccare, lo si amplifica sui social, su X magari, e tutto questo per vincere il titolo del giorno.
È ovvio e scontato che se questo è il clima, è inevitabile che nascano nuove forme di maranza. Caotiche e rumorose oppure più sofisticate. In due parole: il maranza preferisce ed esibisce il caos. Il nostro zanza 3.0, invece, lo monetizza. Figure diverse? Sì, ma figlie della stessa madre nata in questa società.
Social, apparenza e le regole invisibili
Oggi tutti appaiono come esperti di tutto, divengono filosofi dal commento flash e infarcito di simpatiche emoticon, giudici permanenti della vita degli altri. “Chi saranno poi questi altri? E se siamo tutti buoni, chi saranno poi questi cattivi?“
La soluzione è farsi un profilo social come scrivevamo sopra, ben curato: qualche frase a effetto, con abbreviazioni e slang appositi, qualche parola inglese qua e là ed ecco che chi lo sa fare può costruirsi un personaggio credibile. Credibile? Almeno in apparenza.
Il primo, il maranza, sfida palesemente le regole. Il secondo, lo zanza 3.0, le aggira e le usa a modo suo. Se gli conviene le interpreta, in caso contrario le dimentica. Il maranza ti affronta viso a viso. Lo zanza 3.0 parla, ti convince, si propone come guida esperta, professionista e, perché no, anche opinionista, se non addirittura e clamorosamente… il salvatore.
Mettiamola così: è l’affermazione dell’abito che, almeno nel 2026, sembra senza dubbio fare il monaco.
Babele digitale e rumore
Nel frattempo il dibattito pubblico è diventato sempre più binario: o con me o contro di me. Sui social, al solito megafono globale, si predica equilibrio ma si vive di estremismi. Il rispetto, lo leggi anche sulle t-shirt con scritto “respect”, che belle vero? Il rispetto si chiede sì, ma insultando. Si parla e si scrive di libertà cercando però di zittire qualcuno.
La verità poi è quella personale, utile per ottenere consenso, visibilità o profitto. La sensazione è quella di vivere in una gigantesca Babele non di lingue, ma di concetti. Tutti parlano, ma pochi sono quelli che ascoltano. Tutti credono di insegnare, ma nessuno ha il coraggio di ammettere di non sapere.
Ed eccoci qui, a condividere questa “second life” virtuale, dove ogni giorno nascono esperti costruiti dagli algoritmi, pseudo guru allevati dall’AI, influencer della paura e venditori di autorevolezza travestita da competenza. Intanto aumentano costi, tasse e senso di impotenza, mentre chi prova semplicemente a vivere rispettando regole, educazione e buon senso finisce quasi per sentirsi fuori posto.
È in questo humus sociale che proliferano maranza e zanza 3.0. E forse il vero guaio è proprio questo: certe espressioni non sembrano più eccezioni, ma normalità.



